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POLITICA
17 novembre 2009
Acqua rubata, cervelli in fuga, mani in tasca

Domani il governo Berlusconi si appresta a privatizzare l’acqua. Con la conversione in legge del cosiddetto decreto Ronchi infatti verrà imposto ai servizi pubblici locali – ad eccezione di quelli per il gas, per il trasporto ferroviario regionale e per le farmacie comunali – di affidare i servizi stessi in quota maggioritaria ai privati.

Il fatto era già stato preannunciato dalla famigerata legge 133, la finanziaria di Tremonti dello scorso anno. Oggi, con l’articolo 15 dell’ormai legge, viene stabilita una quota definitiva: entro il 2015 i servizi pubblici locali, tra i quali quello idrico, saranno gestiti per il 70% da privati. La quota pubblica del capitale scenderà così al 30%. Inutile dire che con la privatizzazione le bollette saliranno. Che non si tratti di un’ipotesi dei soliti comunisti lo conferma una strana coincidenza: oggi si è venuto a sapere di un rapporto del fino a stamattina sconosciuto Federutility che ha messo l’Italia tra gli ultimi posti nella classifica delle tariffe idriche. Una “relazione ad orologeria”, per usare i termini governativi, che sa molto di scusa per giustificare l’ennesima porcata di questo governo.
 
La svolta epocale diventerà legge tramite un voto di fiducia, l’ennesimo di questo esecutivo: in un anno e mezzo è stato infatti richiesto in ben 28 casi. Ricordando che il governo Prodi lo utilizzò lo stesso numero di volte, però in 20 mesi e con una maggioranza di solo un paio di voti al Senato, sarebbe divertente chiedere a quelli che si lamentavano dell’«occupazione militare della sinistra» del 2006-2008 che cosa pensano di questo particolare sistema legislativo che vede un’«invasione di campo» (sempre per usare termini cari ai noti democratici) del potere esecutivo più forte di sempre (il governo può contare su circa 50 deputati e 30 senatori in più) nel terreno che, in un’ipotetico Stato basato sulla divisione dei poteri, è di competenza del Parlamento.
 
Ma lasciamo perdere e torniamo alle truffe di questo governo, soprattutto in ambito di privatizzazioni. Ve la ricordate la vicenda Alitalia? Com’è andata a finire? La polpa è andata alla Cai di Colannino (che ha fatto registrare un bilancio positivo solo nel terzo semestre nonostante la partenza risalga a gennaio), la bad company ce la siamo caricata sul groppone noi. Come disse da Fabio Fazio il 16 novembre 2008 Augusto Fantozzi, commissario straordinario di Alitalia, «io devo recuperare molto più di quei 300 milioni di euro [il prestito ponte del governo Prodi, nda] perché prima del governo [...] c’ho quasi 2 miliardi di euro di altri creditori ordinari […]. Io ne ho una parte, che spero sia la più alta possibile […]. Venderò tutto quello che residua, che non è moltissimo, ma non è poco, […] e cercherò di ricavare il massimo possibile. […] È evidente che i soldi non basteranno». Ergo, pagheremo noi. Il solito capitalismo all’italiana. O alitaliana, se preferite.
 
Altro esempio di privatizzazione berlusconiana è rappresentato dall’università. Col ddl Gelmini prossimo al varo da parte del Parlamento, il cda degli atenei sarà caratterizzato dalla «non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’ateneo» (art. 2, comma 2, lettera g), ovvero da almeno 5 privati su 11 componenti. Il cda poi deciderà praticamente su tutto. Ad esempio su quali ricerche fare o non fare. E, basandosi per la maggior parte su persone esterne al mondo universitario, potete ben capire come il primo requisito che il cda richiederà ad una ricerca sarà la produzione di un guadagno. Cosa difficile da pensare ad esempio per le facoltà prettamente umanistiche, produttrici di pensiero e non di vil danaro, ma anche per le facoltà scientifiche che spesso, prima di vedere risultati tangibili dal punto di vista meramente economico, richiedono anni di investimenti che ai non esperti potrebbero sembrare a fondo perduto. Come potete ben capire, una riforma del genere è la soluzione ideale per limitare quello strano fenomeno tipicamente italiota della fuga dei cervelli, soprattutto visto l’ultimo comma dell’ultimo articolo del ddl: «dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Una riforma che non mette un euro insomma.
 
Ovviamente queste cose in tv non le sentirete mai. Nel tubo catodico finiscono solo gli spot e gli slogan. Come quello del taglio dell’Irpef, che non esiste. Il decreto legge approvato dal cdm infatti sposta solo il 20% dell’acconto di novembre, non lo elimina. La percentuale, lungi dall’essere stata eliminata, verrà riscossa dallo Stato a giugno. Nessuno però lo ha spiegato al volgo, che intanto vive nella convinzione che questo governo è quello che taglia le tasse. Forse non le aumenterà, di sicuro sta scavando una abisso nei conti pubblici: il debito pubblico è salito a settembre a 1786,8 miliardi dai 1757,5 di agosto. 30 miliardi in un mese, alla facciaccia nostra.
 
Con questi dati, c’è davvero da essere ottimisti e sperare che la crisi sia alle spalle, come dice il Cavaliere: immaginate se non fosse così, se nel 2010 ci troviamo senza lavoro, con la bolletta dell’acqua alle stelle, il 20% in più di Irpef e un debito pubblico che costringerà il governo (prima o poi lo farà: lo deve fare) a mettere le mani nelle tasche degli italiani...
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 17/11/2009 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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