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POLITICA
30 luglio 2010
Il processo (breve?) di decomposizione

Lo abbiamo scritto ieri, e puntualmente si è verificato: il legittimo impedimento verrà cassato il 14 dicembre, lo sanno benissimo anche i berlusconiani, urge dunque pensare ad un’altra soluzione che rinvii ulteriormente l’appuntamento del Cavaliere con la giustizia. Bene, è già stata trovata: basta rispolverare il cosiddetto processo breve. Eccolo il «cavillo» di «un Ghedini o Ghedoni» (Gasparri dixit) che metterà Berlusconi nuovamente al riparo dalle sue grane giudiziarie in corso.

Questa volta non è servito presentare un nuovo disegno di legge: il «cavillo» è già pronto, è già stato approvato al Senato, ora giace alla Camera, basta l’ultima ratifica e il gioco è fatto. Breve riassunto dell’iter parlamentare dell’ennesimo aborto giuridico targato Berlusconi: presentato il 12 novembre 2009 dai tre giureconsulti Gasparri, Bricolo e Quagliariello (totalmente incompetenti in Giurisprudenza), il ddl è stato approvato con modifiche nei suoi tre articoli nel ramo guidato da Schifani il 20 gennaio 2010, poi è stato lasciato lì a marcire. Perché? Semplicemente perché nel frattempo il legittimo impedimento è diventato legge, grazie alla firma dell’ottimo Presidente della Repubblica.
 
Occhio alle date: il legittimo impedimento esce dalla commissione Giustizia della Camera 5 giorni dopo l’approvazione al Senato del processo breve, viene votato alla Camera il 3 febbraio e al Senato il 10 marzo, per essere infine promulgato da Napolitano il 10 marzo. Ha insomma rappresentato l’alternativa al ddl Gasparri-Bricolo-Quagliariello. È quindi normale che, ora che la norma ponte rischia seriamente la bocciatura, si recuperi il primo scudo pensato dopo la bocciatura del lodo Alfano, nonostante inizialmente esso avesse solo lo scopo ricattatorio. Richiamiamo il modus operandi di Berlusconi, già illustrato il 13 novembre scorso con l’articolo Il ricattato ricattabile ricattatore: «Solito schema: proposta orrida, oscena, indecente e soprattutto anticostituzionale; paura nella cosiddetta opposizione; proposta di trattativa con resa sul campo ai voleri di Berlusconi […]; approvazione di una legge che non è delinquenziale come la prima ma che scardina i principi dello Stato; giubilo dei beoti dell’opposizione che si complimentano tra loro per aver bloccato la prima legge».
 
Il processo breve serviva all’epoca a far accettare il ritorno dell’immunità parlamentare o il legittimo impedimento; si è optato per portare avanti il secondo, data l’urgenza per trovare una soluzione alla ripresa dei processi contra Berlusconi, garantita solo dalla sua natura legislativa ordinaria (l’immunità, richiedendo l’iter costituzionale come il lodo Alfano bis, esige tempi di approvazione troppo lunghi per l’obiettivo). Visto che il legittimo impedimento a dicembre verrà dichiarato illegittimo e che per quel mese i due scudi costituzionali non saranno pronti, torna dunque in auge la soluzione che all’epoca doveva solo servire – ed era effettivamente servita – come grimaldello.
 
Ecco che allora oggi il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa ha chiesto che il processo breve venga calendarizzato per i primi di settembre, definendolo «una priorità». Cosa prevede il ddl? Che in sostanza – senza entrare troppo nei dettagli – i processi per i reati commessi che non si concludono entro sei anni vengano dichiarati estinti. Cosa pensiamo di questa legge l’abbiamo già nell’articolo Altri tre prestanome, anch’esso del 13 novembre 2009: essa «è l’ultima norma da approvare dopo aver riformato l’intero apparato giuridico, avendone già visto e verificato i risultati. Non può essere la prima legge: prima servono i quattrini, le risorse, il riordino dei tribunali, gli accorpamenti, le punizioni all’interno dei vari gradi per i furboni che da colpevoli fanno appello, i tagli agli inutili sprechi burocratici, alle lungaggini di rito. Una legge del genere serve solo a garantire dei risultati che, purtroppo, sono ben al di là dal venire. Prima infatti serve una riforma vera, fatta di pagine e pagine di articoli che vadano ad intaccare pesantemente il codice di procedura penale snellendolo, magari con un apposito ministro della semplificazione giudiziaria».
 
Noi però, nonostante l’Italia si confermi essere guidata da una banda di ladri impuniti, gioiamo comunque. L’aver recuperato il processo breve rischia infatti di essere il più grande autogol di Berlusconi. A pensar male di tale legge infatti non siamo solo noi, i soliti giustizialisti antiberlusconiani, ma anche qualcun altro, che rischia seriamente di far saltare i progetti assolutistici del Cavaliere.
 
Prendete queste due dichiarazioni: «Non c’è dubbio che in Italia c’è una questione connessa al funzionamento della giustizia. Io quando mi approccio a questa questione faccio due premesse. La prima: il 90-95% dei magistrati italiani va ringraziato per quello che fa quotidianamente e bisogna ricordare che hanno pagato un contributo altissimo di vite contro il terrorismo e contro la mafia. In secondo luogo, la giustizia ha bisogno di più risorse perché purtroppo quei magistrati lavorano in condizioni non sempre agevoli. Fatte queste due premesse, discutiamo pure delle tante cose che nel quotidiano funzionamento della giustizia non vanno, compresa  la lunghezza abnorme dei processi» (08/11/09); «C’è una cosa che per me è essenziale per il buon esito di quel ddl presentato al Senato: […] c’è una condizione preliminare che è lo stanziamento di risorse reali per gli operatori della giustizia» (15/11/09). Sapete di chi sono? Di Gianfranco Fini: l’ex alleato di Berlusconi, oltre ad essere il presidente della Camera (ramo del Parlamento in cui giace il redivivo ddl), da oggi è anche il leader ufficiale di una trentina di deputati i quali, se non votassero col Pdl, farebbero cadere il governo, velocizzando quel processo di decomposizione del berlusconismo. Forse l’unico processo breve che andrà in porto.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
29 luglio 2010
14 dicembre 2010: la fine del berlusconismo

Finalmente a 16 anni dalla funesta «discesa in campo» del Cavaliere si vede concretamente la luce della fine del berlusconismo. Abbiamo anche una data: 14 dicembre 2010, giorno in cui la Consulta si riunirà per giudicare la costituzionalità della legge passata alla storia come «legittimo impedimento». Cosa ci fa essere così netti e fiduciosi? Una serie di fatti.

1) Il legittimo impedimento è spudoratamente incostituzionale. La legge, nata dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, è stata approvata come una norma ponte che, bloccando i processi del presidente del Consiglio e dei ministri per 18 mesi, aspetta di essere costituzionalizzata con un lodo Alfano bis, da redigere secondo i dettami dell’articolo 138 della Carta. Problema: nella sentenza che ha spazzato via il degno figlio del lodo Schifani si legge che esso «non può avere la finalità, prevalente o esclusiva, di tutelare il diritto di difesa degli imputati, perché in tal caso – data la generalità di tale diritto, quale espressamente prevista dall’art. 24 Cost. in relazione al principio di uguaglianza – avrebbe dovuto applicarsi a tutti gli imputati che, in ragione della propria attività, abbiano difficoltà a partecipare al processo penale. Inoltre, sarebbe intrinsecamente irragionevole e sproporzionata, rispetto alla suddetta finalità, la previsione di una presunzione legale assoluta di legittimo impedimento derivante dal solo fatto della titolarità della carica. Tale presunzione iuris et de iure impedirebbe, infatti, qualsiasi verifica circa l’effettiva sussistenza dell’impedimento a comparire in giudizio e renderebbe operante la sospensione processuale anche nei casi in cui non sussista alcun impedimento e, quindi, non vi sia, in concreto, alcuna esigenza di tutelare il diritto di difesa». L’incostituzionalità è palese anche perché il concetto di legittimo impedimento esiste già: sempre bocciando la norma ideata da Ghedini e patrocinata dall’attuale guardasigilli, la Consulta ha scritto che «il legittimo impedimento a comparire ha già rilevanza nel processo penale e non sarebbe stata necessaria la norma denunciata [cioè il lodo Alfano, nda] per tutelare, sotto tale aspetto, la difesa dell’imputato impedito a comparire nel processo per ragioni inerenti all’alta carica da lui rivestita». Pare impossibile che a distanza di 14 mesi la Corte costituzionale possa dimenticarsi queste frasi.
 
2) Partendo dalla certa bocciatura del legittimo impedimento, non si può non ipotizzare l’innesco di una serie di reazioni a catena, sulla falsa riga di quelle seguite alla morte del lodo Alfano. Vale a dire: un nuovo attacco del premier a Napolitano per il suo mancato intervento sui giudici della Corte, con un nuovo scontro tra le istituzioni; la richiesta delle dimissioni berlusconiane da parte dell’opposizione; il rifiuto di dimettersi da parte del premier, che approfitterà della situazione per attaccare la magistratura rossa riaprendo il solito fronte giudiziario, innescando una guerra tra i poteri dello Stato; l’immediato parto di un nuovo ddl che salvi Berlusconi dai suoi processi (per usare le parole di Gasparri del 3 settembre 2009: «Non so cosa farà la Consulta ma in qualche modo troveremo la soluzione. Avendo un consenso forte supereremo un eventuale vizio negativo. Troveremo un avvocato, un Ghedini o un Ghedoni, che troverà un cavillo». Il cavillo all’epoca fu il legittimo impedimento, quando questo sarà cassato ne troverà un altro).
 
3) A queste conseguenze già certe in quanto già avvenute nel passato politicamente recentissimo – stiamo parlando di neanche un anno fa – si aggiungeranno i fatti nuovi, quelli che ci fanno datare con relativa certezza la fine del berlusconismo. Trattasi dell’evoluzione politica della situazione, con un Berlusconi sempre più debole, puntellato ormai solo a quella Lega che nel passato ha già dimostrato di non avere troppi problemi a lasciarlo a piedi e che, avendo intuito i mal di pancia della base per l’accantonamento dei progetti federalisti date le impellenze giudiziarie del premier, rispolvererà tranquillamente il suo giustizialismo (quando l’immunità parlamentare fu abolita, i suoi esponenti in parlamento sventolarono un cappio). Trattasi anche e soprattutto dell’evoluzione del pensiero dell’opinione pubblica, quella che decide i cambiamenti politici di un Paese e che ovviamente va sollecitata e seguita giorno per giorno.
 
Le cose non stanno più come un anno fa: la crisi è ancora forte, la situazione economica non vuole migliorare, la manovra approvata definitivamente rischia di appesantirla, i proclami delle varie e numerosissime categorie di lavoratori fanno prevedere un autunno caldo vecchio stampo. E mentre il Paese va a rotoli, la questione morale politica è sotto gli occhi di tutti, grazie alle inchieste giudiziarie che (finalmente) sono arrivate sulle prime pagine dei giornali e nei primi servizi del tg. Difficile che gli italiani a dicembre possano sopportare un ulteriore rinvio della soluzione alle questioni economiche, soprattutto se questo venisse dettato – come da 16 anni a questa parte – dalle esigenze giuridiche di uno solo, il solito noto, già in calo di consensi (il fatto è incontestabile).
 
Certo, una pacifica sollevazione popolare che accompagni gentilmente alla porta il suddetto solito noto non sarebbe automatica. Tutto il ragionamento di questo articolo è infatti vincolato ad una premessa essenziale: che gli italiani si informino o che comunque vengano informati continuamente. Nello specifico, quando sarà il momento, basterà ricordare cos’è il legittimo impedimento, magari collegandolo all’intera vicenda Brancher nel suo ultimo aggiornamento (condanna a due anni) e al precedente del lodo Alfano, per poi porre una semplice domanda: chi è il dipendente pubblico che sta facendo un uso criminoso dello Stato italiano coi soldi di tutti solo per non finire in carcere al posto di salvare il Paese dalla bancarotta?
 
Alessandro Bampa
POLITICA
26 luglio 2010
La corda in casa dell'impiccato

Colpo di scena oggi nella telenovela del Pdl: Gianfranco Fini ha finalmente preso la parola provocando la dichiarazione di guerra dei suoi colleghi di partito. Il presidente della Camera si è macchiato del delitto più ignobile agli occhi dei berlusconiani: sostenere Fabio Granata nella sua personale lotta sulla questione morale.

Quattro le frasi finiane al centro dello scandalo: «Mantenere incarichi per chi è indagato è una questione di opportunità politica che dovrebbe far riflettere»; «La grande questione dell’etica deve essere una bandiera del Pdl. La difesa della legalità vuol dire anche non prestare il fianco, in alcun modo a polemiche»; «Due devono essere le stelle polari: certamente il garantismo, ma c’è da chiedersi se è opportuno che chi è indagato abbia incarichi politici. Una necessità anche a livello regionale, qui in Campania»; «Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».
 
Apriti cielo: neanche il tempo di registrare le dichiarazioni del cofondatore del Pdl che è subito partito l’assalto ai giornalisti da parte dei berluscones nel tentativo di correre ai ripari con apposite dichiarazioni. Prendiamo la prima replica, quella di Sandro Bondi: «Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno, in questo modo, ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia».
 
All’incredibile ministro per la Cultura non passa per la testa di confrontare le uscite di Fini con quelle ben più numerose di Schifani, il presidente del Senato che in caso di morte di Napolitano ne assumerebbe gli incarichi. Andasse il ministro a riprendere ad esempio quella dell’11 luglio scorso, quando la seconda carica dello stato in un’intervista al Corriere continuava a vestire e svestire i panni istituzionali  per dire quello che gli pareva, parlando anche del suo partito nonostante la sua posizione istituzionale: eccolo che, nell’ordine, disquisiva sulla manovra, sulle intercettazioni, sui media che non scioperarono quando a proporre il bavaglio era stato Mastella, sul rapporto Berlusconi-Fini, sul correntismo del Pdl, sulla questione morale nel suo partito (che per lui non c’è: «Ritengo comunque esagerato parlare di questione morale nel Pdl. Ci possono essere singoli casi che hanno turbato l’opinione pubblica e che toccherà alla magistratura verificare»), sul riavvicinamento con l’Udc, sul Pd succube di Di Pietro e infine sul bipolarismo da salvaguardare. Dov’era Bondi quando è uscita quest’intervista? Non vi ha visto un «sacrificio delle istituzioni di garanzia»?
 
Il problema ovviamente non è dato dal fatto che Fini abbia parlato. È quello che ha detto che fa indiavolare i nani e le ballerine di Berlusconi. E che diamine! Nel Pdl te ne vieni fuori con la questione morale? Ma stai scherzando? Proprio in questo periodo? Ma lo sai che i giudici più buoni di Palermo hanno appena condannato in appello il braccio destro di Silvio a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Ma lo sai che quello che era il vice di Tremonti ha continuato a lavorare tranquillamente per 9 mesi con una richiesta di custodia cautelare confermata anche dalla Cassazione per concorso esterno in associazione camorristica? Ma lo sai che il già citato Dell’Utri e il coordinatore nazionale Verdini sono indagati per la P3? A Gianfra’, ma lo sai che il duce in pectore di questa bella combriccola è entrato in politica solo per salvarsi dai processi (cominciati prima della sua discesa in campo, checché ne dica, e tuttora in corso) ed evitare il fallimento? Ma ti pare il caso di parlare di corda in casa dell’impiccato? Fini, lei è un dipendente del servizio pubblico, si contenga!
 
Scherzi a parte, siamo contenti di aver ritrovato il Fini del vecchio Msi, quello che nel votare l’abolizione dell’immunità parlamentare nel 1993 – come ha ricordato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano l’11 ottobre scorso – definì il meccanismo «un privilegio medievale»,  uno «strumento per sottrarsi al corso necessario della Giustizia» (all’epoca con lui c’erano anche Gasparri e La Russa, oggi evidentemente lobotomizzati).
 
Ora speriamo di rivedere anche quello della fine del 2007, quello che se ne andava in giro dichiarando cose come: «Il nuovo partito fondato da Berlusconi in piazza San Babila? Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. […] Voglio che sia chiaro a tutti che, almeno per quel che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi… Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il premier, deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno… Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Si faccia appoggiare da Veltroni» (18/11/07).
 
Se ritornasse la persona di quel glorioso periodo avrebbe anche l’occasione di riscattare la sua immagine dopo l’improvvida dichiarazione del 16 dicembre dello stesso anno, quella che ci ha più volte permesso di chiamarlo «pecora» («Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora»). Presidente Fini, ci ascolti: oggi Lei può finalmente cancellare quegli oltre cento giorni da pecora. Come Lei certamente ben si sa, ne basta uno da leone. Ancora uno sforzo ed è fatta.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
25 luglio 2010
L'antimafia dei fatti

Continua l’alzata di scudi pidiellini contro Fabio Granata, il deputato finiano condannato all’esilio dal partito dell’amore di ciccioliniana memoria  solo perché vuole vederci chiaro sulle stragi del ’92-’93. Dopo le parole di ieri di Frattini e di Lupi, oggi è infatti toccato ad Alemanno e La Russa invitare il collega a lasciare il partito.

Che i due siano ex fascisti lo si capisce dal linguaggio utilizzato: per il sindaco di Roma, già coinvolto in passato in vicende da squadristi, è il caso che Granata «vada a farsi un giro fuori»; per il ministro della Guerra, il deputato finiano ha tre alternative: «O dici nomi, cognomi o almeno dai indizi forti sui pezzi del governo che starebbero ostacolando la lotta alla mafia, e in quel caso io non potrei stare un minuto di più nel governo se una cosa del genere fosse vera; oppure tu chiedi scusa; o lascia il partito».
 
Alemanno lo lasciamo al suo proposito di sfondare i caselli sul raccordo anulare. A La Russa invece rispondiamo tramite le parole di quello che certamente all’interno del governo farà tutto il possibile per bloccare il conseguimento della verità sulle stragi. Ci riferiamo ovviamente a Silvio Berlusconi, uno dei migliori alleati della mafia, «quanto meno sotto il profilo economico» secondo il capitolo intitolato esplicitamente I contatti tra Salvatore Riina e gli on. Dell’Utri e Berlusconi nella sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta che nel 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la strage di Capaci.
 
Partiamo dalla strana visione della lotta alla mafia che il nostro presidente del consiglio ha, riportando le sue recenti dichiarazioni sulla battaglia culturale che dovrebbe accompagnare gli arresti, quella invocata a più riprese da Borsellino (il suo inequivocabile pensiero l’abbiamo riportato anche ieri) ma che per il premier è solo indice di anti-italianità. La prima è del 28 novembre 2009: «Io se trovo però quelli che hanno fatto nove serie della Piovra e quelli che scrivono i libri sulla mafia e che vanno in giro in tutto  il mondo a farci fare così bella figura, giuro che li strozzo»; la seconda è del 16 aprile scorso: «La mafia italiana risulterebbe essere la sesta mafia al mondo ma guarda caso è quella più conosciuta perché c’è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie [ma non erano nove?, nda] della Piovra programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra».
 
Quella del 14 ottobre 1994 («Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro Paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo») è la più inquietante, avendo trovato il consenso di tale Riina Salvatore, che dieci giorni dopo si è sentito in dovere di rispondergli elogiandolo: «È vero – disse il capo dei capi –, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale Piovra! Sono romanzi... Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
 
Se il ministro non ritiene sufficienti queste dichiarazioni per vedere in Berlusconi un fermo oppositore alla verità su quegli anni cruciali (in pratica, vuole tappare la bocca a chi prova a parlare di qualsiasi cosa inerente alla mafia), gli consigliamo di fare quello che gli ha suggerito anche Granata, ovvero «consultare le agenzie di stampa». Potrebbe così imbattersi nell’affermazione del suo amato premier dell’8 settembre scorso: «So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del ‘92, ‘93 e ‘94. È follia pura. Quello che mi fa male è che gente così, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese». Poi potrebbe anche trovare la frase del sempre imparziale Renato Schifani di due giorni successiva: «[La magistratura] mi piace meno quando alcuni singoli magistrati, seguendo contorti e nebulosi percorsi ed avvalendosi di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano per sentito dire, tendono a riproporre teoremi politici attraverso la rievocazione di un passato lontano che avrebbe visto congiure contro il regolare assetto delle istituzioni. Mi piace di più, invece, quando si occupa, a volte addirittura pagandone il prezzo in prima persona, del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia per distruggerne l’organizzazione territoriale, sradicandone le sue radici velenose e profonde». Se non c’è nulla da nascondere, perché ad ogni minimo segnale di avvicinamento della verità questi energumeni si devono allarmare, mettendo le mani avanti tramite i loro giornali (rivedetevi i titoli di Libero e Il Giornale successivi alle dichiarazioni poi smentite dei pm di Caltanissetta)?
 
Purtroppo sappiamo benissimo che mettersi a parlare male di Berlusconi con La Russa, anche coi fatti alla mano, è solo una perdita di tempo. Ecco perché adesso ci rivolgiamo direttamente a Fabio Granata: onorevole, cosa ci fa ancora nel Pdl? Ormai è chiaro che la Sua presenza, oltre ad essere indesiderata dai padroni di casa, è del tutto inopportuna: più resta accanto a loro, più rischia d’infangare la Sua immagine, per ora illibata (condanna netta della vicenda Cosentino sin dallo scorso inverno, attacchi al bavaglio e, appunto, richiesta di verità sulle stragi sono lì a dimostrarlo). È giunto il momento che Lei e la Sua collega Angela Napoli che anche oggi non le ha mandate a dire ai suoi colleghipassiate dalle parole ai fatti veri e propri, quelli definitivi, aggiungendoli a quelli dell’antimafia che già Vi caratterizzano, per staccarVi chiaramente da quello che è ormai chiaramente un partito che considera i botti alla base della seconda Repubblica solo roba vecchia.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
24 luglio 2010
Improbiviri

«La legalità è nel nostro dna. Nessuno può darci lezioni, perché è un pilastro del Pdl. Quando Berlusconi dice che chi sbaglia deve pagare, riafferma questo pilastro». Questa esilarante frase è stata pronunciata da Franco Frattini, ex maestro di sci dei figli di Silvio Berlusconi, dunque ministro degli Esteri, che oggi ha anche attaccato frontalmente Fabio Granata, finiano doc reo di aver detto che «ci sono pezzi dello Stato, del governo e della politica che fanno di tutto per ostacolare le indagini  sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura» nel giorno della commemorazione di Paolo Borsellino: «Non possiamo accettare – ha solennemente dichiarato il ministro – chi adombra semplicemente il pericolo che ci siano collusioni con ambienti criminali. È molto triste che lo faccia Fabio Granata, un esponente del Pdl, quando questo governo è quello che più di tutti negli ultimi venti anni si è impegnato nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata».

Andiamo con ordine ricordando a Frattini quanto conti la legalità all’interno del Pdl. Lasciando da parte i parlamentari – la lista sarebbe troppo lunga –, ecco un breve elenco dei componenti berlusconiani del governo tuttora inquisiti (abbiamo quindi sorvolato sui leghisti). Partendo dai ministri, troviamo Silvio Berlusconi (tralasciando i suoi processi già conclusi, ricordiamo che è imputato per corruzione in atti giudiziari nel processo Mills e per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset, mentre è ancora allo stato di indagato per frode fiscale e appropriazione indebita nell’inchiesta Mediatrade-Rti e per concussione e minacce nell’inchiesta Agcom), Altero Matteoli (imputato per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio) e Raffaele Fitto (rinviato a giudizio per corruzione, peculato, abuso d’ufficio, finanziamento illecito e concorso in turbativa d’asta).
 
Passando ai sottosegretari, ecco Gianni Letta (già amnistiato per la violazione della legge sul finanziamento ai partiti, è tuttora indagato per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata), Guido Bertolaso (indagato per corruzione nell’inchiesta sui grandi eventi) e l'ormai noto Aldo Brancher (già prescritto per finanziamento illecito, fu fatto ministro per salvarlo tramite il legittimo impedimento dal processo che lo vede imputato per appropriazione indebita, mossa troppo spudorata che l’ha costretto alle dimissioni da ministro e al ritorno al sottosegretariato). Fino a poco tempo fa c'era anche Nicola Cosentino (indagato per concorso esterno in associazione camorristica, vede pendere sulla sua testa una richiesta d’arresto confermata anche dalla Cassazione), che però ha prontamente lasciato la poltrona governativa (ma non quella parlamentare) in seguito alle minacce di sfiducia finiane. Questo solo per limitarci alla squadra di governo.
 
Passando adesso alla presa di posizione su Granata, va banalmente ricordato che le «collusioni con ambienti criminali» di alcuni esponenti del Pdl che Frattini respinge con sdegno sono in realtà conclamate: abbiamo appena citato il caso Cosentino per la Camorra, possiamo ricordare per Cosa nostra la freschissima condanna in appello a 7 anni di Marcello Dell’Utri, in rapporti con la signora mafia almeno fino al 1992. Per non parlare poi delle indagini per concorso in strage delle procure di Firenze e Caltanissetta aperte sul già citato Dell’Utri e sull’onnipresente Berlusconi, archiviate solo per decorrenza dei termini e non per l’insussistenza dell’ipotesi accusatoria.
 
Quanto al solito mantra secondo il quale il governo Berlusconi non può favorire la mafia dato l’immane numero di arresti di esponenti della criminalità organizzata, rammentiamo che la lotta alle organizzazioni mafiose non si fa solo con gli arresti (peraltro effettuati dai pm e dalle forze dell’ordine, non da Berlusconi in persona). Per dirla con quella nota toga rossa che votava Msi di Paolo Borsellino, «la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» (23/06/92, alla commemorazione di Giovanni Falcone ad un mese dalla morte). Frattini, rientrano in questo movimento culturale frasi come «Mangano è un eroe», pronunciata e ribadita a più riprese da Berlusconi e Dell’Utri? E che ci dici dei reiterati attacchi a Saviano?
 
Questo per chiudere il capitolo delle corbellerie di Frattini. È infatti il caso aprirne un altro, dedicato alla battuta odierna dell’onorevole Maurizio Lupi, anch’essa indirizzata a Granata. «Lo statuto che Granata ha votato – ha detto il vicepresidente della Camera – è chiaro, netto e preciso. Coloro che hanno parole durissime e strumentali o vanno via dal partito oppure nel partito c’è un luogo dove la cosa va affrontata ed è quello dei probiviri. Tutti si ricordino che senza Berlusconi non sarebbero stati in Parlamento e tutti si ricordino che sono stati eletti nel Pdl e hanno sottoscritto il programma del partito».
 
L’ultima frase sa tanto di maggiordomo paraculato raccomandato che dunque deve servire sempre e comunque il padrone, quindi la lasciamo perdere immediatamente. Ci interessa piuttosto parlare dei probiviri del Pdl. Dal sito del Fatto quotidiano: «Fino alle parole di Lupi nessuno nel partito si ricordava dell’esistenza dei probiviri. Sul sito del Pdl non c’è traccia e l’unico elemento ufficiale che ne ricorda l’esistenza è negli atti del congresso fondativo del marzo 2009. Ma da allora il collegio dei nove saggi mai si è insediato né riunito, non ha un segretario e tantomeno un presidente. Le presenze possono solo essere ipotizzate a rischio di fare nomi sbagliati. L’unica cosa certa – dicono i ben informati – sembra essere l’assenza di finiani nella lista».
 
Chiudiamo riportando anche l’altra campana, ovvero la risposta a questi attacchi di Fabio Granata: «Attendo che mi convochino i probiviri con assoluta tranquillità. Sarei felice di andarci insieme a Nicola Cosentino e a Denis Verdini». Semplicemente magnifico.
 
P. S. Non ci siamo dimenticati dei 18 anni compiuti dalle stragi: potete trovare il nostro articolo ad hoc nel sito della rivista Conaltrimezzi, con la quale collaboriamo.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
22 luglio 2010
La legge stuprata (e ignorata)

È interessante mettersi a leggere le dichiarazioni dei nostri politici inerenti la sentenza della Corte costituzionale sul decreto legge sulla custodia cautelare in carcere obbligatoria per i presunti colpevoli di stupro approvato all’inizio del 2009: ci permettono di capire il grado di incompetenza dei nostri “eletti”. Prendete i seguenti commenti di tre parlamentari berlusconiane apparsi oggi sul sito del Pdl (la «L» dell’acronimo, lo ricordiamo, sta per «Libertà»).

Souad Sbai, deputata: «È come avere subito una doccia gelata! Per colori ai quali vengono contestati simili reati, come quello di pedofilia, l’unica soluzione è la galera. Si tratta di un intervento disastroso e catastrofico che umilia, viola e mortifica una volta di più le vittime degli abusi sessuali. Quale genitore, e non solo, accetterebbe un simile orientamento? Anziché prevedere e inasprire la custodia cautelare per reati tanto mostruosi da lasciare ferite inguaribili nelle vittime che li hanno subiti, la Consulta lascia che donne e bambini muoiano una seconda volta! Un tale atteggiamento lassista da organi che dovrebbero garantire la certezza della pena e il corretto corso della giustizia è incomprensibile anche per gli addetti ai lavori e ha come effetto quello di allontanare i cittadini dalle istituzioni. Anziché progredire, regrediamo di 1000 passi. Il pronunciamento si appella agli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, ma c’è da chiedersi: chi si occuperà si salvaguardare il diritto alla dignità e alla giustizia delle vittime? Penseremo a portare la questione in Parlamento e, assieme al Ministro per le Pari Opportunità, Carfagna, a intraprendere tutte le azioni consone affinché il pronunciamento venga rivisto».
 
Isabella Bertolini, deputata: «Penso che il Parlamento dovrà immediatamente porre rimedio a questa infelice decisione della Consulta che tra i diritti della vittime e quelli degli aggressori ha preferito tutelare questi ultimi. Con un pronunciamento che di fatto risulta essere pro stupratori non solo i giudici della Consulta dimostrano di essere totalmente fuori sintonia con la volontà popolare, ma quello che è più grave è che rischiano di mettere in seria difficoltà le vittime di questo disgustoso reato. Grazie alla scelta degli ermellini oggi chi ha subito uno stupro avrà anche la terribile condanna di veder girare sotto casa il proprio aggressore. Una cosa che non possiamo assolutamente accettare».
 
Mara Carfagna, ministro per le pari opportunità: «Non esiste e non possiamo accettare una classifica della brutalità. Per noi, cioè coloro che hanno scritto ed approvato questa legge, chi violenta una donna o, peggio, un bambino deve filare dritto in carcere, senza scusanti, da subito. L’intervento della Corte è giustificazionista, lontano dal sentire dei cittadini, e, purtroppo, ci allontana, sebbene di poco, dalla strada verso il rigore e la tolleranza zero contro i crimini sessuali che questa maggioranza ha intrapreso sin dall’inizio della legislatura».
 
Con queste frasi siamo di fronte a fiumi di parole infuocate, basati su una palese ignoranza dei fondamenti dello Stato di diritto. Le tre parlamentari dimostrano infatti di non conoscere la differenza tra un’indagine e un processo, ben distinte nelle funzioni: l’indagine serve a stabilire se un processo va fatto raccogliendo gli elementi pro e contro l’indagato, il processo verifica se l’ormai imputato è colpevole o innocente rispetto a ciò di cui è accusato. In base a ciò, l’indagine non può prendere decisioni punitive, in quanto di competenza del processo. Ergo, il provvedimento al centro della discussione odierna, quello della custodia cautelare (che per le onorevoli sembra essere solo il carcere ma che in realtà comprende anche gli arresti domiciliari), non deve avere finalità sanzionatoria.
 
E infatti non ce l’ha: come abbiamo già scritto il 15 febbraio 2009, «la custodia cautelare viene disposta nell’attesa del processo, che è istituito apposta per riconoscere i colpevoli e per scagionare gli innocenti accusati ingiustamente: la colpevolezza può essere riconosciuta solo col processo, mentre la custodia cautelare si basa esclusivamente sulla sussistenza dei soliti 3 pericoli (fuga, reiterazione del reato, inquinamento delle prove) e non sostituisce la sentenza».
 
Da queste premesse le tre onorevoli non possono fare altro che confondere un sospettato con un imputato, per giunta colpevole. Ricordiamo al trio che durante le indagini tutto è letteralmente sub iudice, nulla è certo, tutto è ancora nel campo della presunzione. È il processo che decide chi ha fatto cosa e se quella cosa è degna di una punizione. Nel caso di uno stupro quindi, chi è indagato è solo sospettato di averlo commesso. E lo sarà fino alla condanna definitiva.
 
Ci sarebbe da ridere se non ci si ricordasse che queste figure sono preposte a (e pagate per) proporre, modificare e cancellare delle leggi. Allo stesso modo, ci sarebbe da ridere se non si venisse a sapere che le tre hanno tutte avuto a che fare con studi d’ambito giurisdizionale: la Sbai ha svolto un dottorato di ricerca in diritto comparato, la Bertolini e la Carfagna sono entrambe laureate in giurisprudenza (a tal proposito il ministro Gelmini non ha nulla da dire?). A questo punto rimane solo una cosa sulla quale ridere senza patemi d’animo: il fatto che noi, convinti giustizialisti, abbiamo dovuto ricordare l’esistenza della presunzione di innocenza a tre berlusconiane.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
20 luglio 2010
La Costituzione più bella del mondo

Proseguono le vittorie finiane in Parlamento: dopo aver ottenuto le dimissioni da sottosegretario di Nicola Cosentino, oggi il drappello dei parlamentari vicini al Presidente della Camera è riuscito a spuntarla anche sul ddl intercettazioni, avendo costretto alla retromarcia il governo. Cantare vittoria ovviamente è ancora prematuro – mai dare il Cavaliere per morto –, però non ci si può astenere dal compiacersi per i risultati che l’area finiana ha ottenuto nel tentativo di disinnescare uno dei punti più criminali del bavaglio berlusconiano: l’odierno emendamento governativo stabilisce la pubblicabilità delle intercettazioni rilevanti all’interno dell’indagine. La retromarcia dell’esecutivo è evidente (nella prima stesura del ddl, quella del giugno 2008, le citazioni testuali erano vietate), e ovviamente non è andata giù a quel campione di libertà che guida il partito dell’Amore.

Berlusconi ha commentato la notizia da Milanello, nella conferenza stampa organizzata per il primo allenamento della sua squadra di calcio (piccola parentesi antiberlusconiana in quanto giustizialista: il premier teoricamente per non infrangere la sua legge Frattini sul conflitto di interessi non dovrebbe presiedere il Milan. In realtà, come sempre, delle norme se ne frega e quindi, come dimostra il suo comizio odierno, dei suoi interessi, tra cui il Milan, se ne occupa tranquillamente. Del resto è sempre di oggi la notizia sull’allineamento del governo alla posizione di Mediaset nella vicenda Sky-digitale terrestre). Il suo giudizio è semplice quanto categorico: «Va a finire che avremo una legge che lascerà pressappoco la situazione come quella di adesso, cioè una legge che non consentirà agli italiani di parlare liberamente al telefono e che non consentirà all’Italia di essere un paese davvero civile e democratico».
 
La sua opposizione all’emendamento non può stupirci. Di Berlusconi si può dire tutto il male del mondo, ma non che sia un ipocrita. La sua idea di legge sulle intercettazioni è sempre stata un’altra. Lo ha spiegato il 7 giugno 2008, ospite dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure: «Introdurremo il divieto assoluto di intercettazioni telefoniche con esclusione delle indagini che riguardano la criminalità organizzata – la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra – o il terrorismo. Per tutti gli altri reati 5 anni di carcere a chi ordinerà queste intercettazioni, 5 anni di carcere a chi le eseguirà, 5 anni di carcere a chi le propagherà e una penalizzazione finanziaria importante per gli editori che le pubblicheranno». Se a queste parole si aggiungono quelle che commentavano il testo revisionato rispetto alla versione primigenia approvato al Senato lo scorso 10 giugno («È passato all’unanimità in ufficio di presidenza ed io soltanto mi sono astenuto perché la legge non risponde del tutto alle promesse che avevamo fatto nel programma»), risulta chiarissimo come l’emendamento odierno non possa minimamente piacergli.
 
È infatti un’altra sua affermazione che ci preme analizzare brevemente. Berlusconi, allargando il discorso, ha detto che «la battaglia sulle intercettazioni evidenzia il difetto di questa nostra democrazia che è costruita con un’architettura costituzionale che non è in grado di introdurre interventi di ammodernamento, di democraticizzazione vera del Paese». La frase va rigettata in toto data la sua palese illogicità, evidente sotto due punti di vista.
 
Punto primo: la vicenda del ddl sulle intercettazioni non c’entra nulla con la Costituzione. Le stesure più berlusconiane non sono mai state approvate, dunque non sono state accantonate tramite la Carta. L’abbandono delle versioni originarie è stato dettato unicamente dai mal di pancia della maggioranza stessa, che alla fine ha costretto il governo – che è presieduto da Berlusconi e non da qualcun altro – a rivedere il piano originario arrivando all’emendamento odierno (che, lo ribadiamo, viene incontro solo ad uno dei problemi sollevati da una legge comunque criminogena): la Costituzione fortunatamente non è dovuta intervenire coi suoi anticorpi, i giudici della Consulta (sul capo dello Stato, stendiamo un velo pietoso). Il che volendo potrebbe indicare come questa legge sia ancor più immonda del lodo Alfano, ma questo è un altro discorso che per il momento accantoniamo…
 
Passiamo infatti al secondo punto: Costituzione alla mano, la frase di Berlusconi è una balla spaziale indegna non solo di un laureato con lode in Giurisprudenza che ha più volte giurato su di essa, ma anche di uno studente italiano medio. La nostra bellissima Carta dedica infatti l’intera seconda sezione («Revisione della Costituzione. Leggi costituzionali») del VI ed ultimo titolo («Garanzie costituzionali») a stabilire i principi per rinnovarsi e, quindi, per risolvere i nuovi problemi posti dallo scorrere del tempo. Se il suo ultimo articolo, il 139, rischia di farla apparire come un Moloch dicendo che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale», il penultimo, il 138, spiega chiaramente come la si possa modificare a piacimento per rendere più moderno il Paese, ponendo ovviamente delle regole ben precise: «Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti». Costituzione alla mano, la Carta è modificabilissima: basta disporre di un’ampia maggioranza e proporre cose non autoritarie in modo tale da ottenere un’ampia convergenza in Parlamento, oppure avvalersi di una maggioranza semplice per poi ricorrere al tanto di moda “popolo”. Se si riscontrano vuoti costituzionali che rendono impossibile ammodernare il Paese, basta colmarli modificando la Costituzione.
 
La balla di Berlusconi a questo punto risulta auto evidente. È bastato citare due articoli della Costituzione per smerdarlo sbugiardandolo. Figuratevi dove sarebbe se la maggioranza degli italiani la conoscesse non dico a memoria, ma solo per sommi capi.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
17 luglio 2010
Elogio del metodo Gasparri

Dopo parecchio tempo torniamo ad occuparci di uno dei nostri personaggi più amati, Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl al Senato. Generalmente le sue uscite sono oggetto di dileggio o vengono analizzate per dimostrare la pochezza della nostra classe dirigente. Quella di oggi però andrebbe presa a modello da tutti gli aspiranti partiti di opposizione.

Gasparri si rivolge prima di tutto al Pd: «Alla sinistra che parla di questione morale chiediamo di sapere cosa pensino degli ulteriori guai giudiziari di Alberto Tedesco. A questo punto riemerge l’inquietante vicenda che ha visto protagonisti i vertici del Pd. Infatti siamo convinti che per evitare l’arresto di Tedesco lo si collocò nella lista dei candidati al Senato della Puglia. Risultò il primo dei non eletti. E dopo la candidatura e l’elezione di De Castro nelle liste del Pd alle elezioni europee, Tedesco ha trovato rifugio a Palazzo Madama. Ora è nuovamente indagato. Siamo convinti che vi sia stata una manovra elettorale per sottrarre Tedesco all’arresto. Questa è una questione morale enorme che investe direttamente Veltroni, Bersani e tutto il gruppo dirigente del Pd».
 
Non c’è niente da aggiungere, il ragionamento dell’ex An è perfetto: il Pd non può venirci a parlare di questione morale, loro sono come noi, hanno salvato dall’arresto un loro iscritto portandolo in Parlamento garantendogli così l’immunità parlamentare. La denuncia di Gasparri è precisa, inattaccabile sotto ogni punto di vista: non si tratta di un vuoto attacco generico.
 
Il presidente dei senatori Pdl ha poi proseguito il suo discorso spostando la sua attenzione su Repubblica: «C’è del torbido a sinistra anche dalle parti di Repubblica dove tre by-pass fa la proprietà di quel giornale trattava e parlava con il faccendiere Carboni. Era un Carboni quello immerso in mille trame ma che faceva affari a braccetto con i capi-padroni di Repubblica».
 
Gasparri accenna qui ai rapporti che sono intercorsi tra il gruppo Espresso e i piduisti di ieri e di oggi. Rifacendosi probabilmente ad un articolo comparso oggi su Il Giornale– che ricostruisce per tabulas i rapporti avuti dall’allora proprietario del gruppo a capo di Repubblica Carlo Caracciolo con i piduisti Roberto Calvi (morto a Londra in circostanze ancora misteriose nel 1982) e Flavio Carboni, il protagonista dell’inchiesta sulla nuova loggia massonica –, l’esponente Pdl ribadisce il concetto: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
 
Il finale gasparriano sintetizza il tutto: «Queste vicende dimostrano che questa sinistra merita di sprofondare in un abisso di vergogna. Senza dimenticare che i voti dei rappresentati del Pd risultarono decisivi nel Csm per la designazione di Marra ai vertice della magistratura milanese. Ed i rappresentati del Pd hanno avuto incontri colloqui con le persone recentemente arrestate. Getteremo in faccia alla sinistra questa devastante questione morale».
 
Il ragionamento di Gasparri è solidissimo in quanto ricco di fatti (e non di opinioni) inconfutabili: quelli che in una battaglia dialettica e, più in generale, in politica dovrebbero prevalere; quelli che nel tipo di opposizione a Berlusconi spessissimo latitano nonostante la loro abbondanza. Il berlusconiano ha citato due casi per dire che della nuova P2 la sinistra non deve parlare, il Pd sul tema balbetta nonostante il bastimento di fatti che coinvolgono Berlusconi e il suo entourage.
 
Cosa dovrebbe fare un Pd serio di fronte a questo attacco di Gasparri? Sul Parlamento come luogo d’impunità – solo dopo aver ammesso la fondatezza delle accuse del Pdl e quindi chiedere scusa facendo dimettere Tedesco per fargli affrontare le sue grane giudiziarie – potrebbe ricordare ai cittadini le parole di Dell’Utri del 10 febbraio scorso («Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Quando nel 1994 si fondò Forza Italia e si fecero le prime elezioni, le candidature le feci io: non mi sono candidato perché non avevo interesse a fare il deputato. […] Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo è arrivato il mandato d’arresto»), o magari i casi Brancher (nominato ministro di non si sa che solo per permettergli di avvalersi del legittimo impedimento) e Cosentino (si dimette da sottosegretario ma non da parlamentare per conservare l’immunità). Poi volendo può sempre citare Berlusconi, quello che confidava a Montanelli e Biagi di essere entrato in politica per non fallire a causa dei debiti e per non andare quindi in galera.
 
Quanto alle parole su Repubblica, potrebbe rammentare a Gasparri che il proprietario del quotidiano non è Bersani, cosa che invece non avviene nel rapporto Il Giornale-Berlusconi. Potrebbe poi ricordare a tutti che l’attuale presidente del gruppo Espresso, Carlo De Benedetti, che ha avuto anche lui le sue grane giudiziarie di non poco conto, non è mai stato iscritto alla P2, a differenza – ma guarda un po’ – del solito Silvio Berlusconi.
 
Un pistolotto del genere con questi fatti inoppugnabili potrebbe bastare a rispondere al capogruppo Pdl al Senato per ribadire che sulla P2 quelli che certamente non sono autorizzati a parlare sono i berluscones, coinvolti tramite personaggi chiave del partito. Questo però, sia chiaro, non autorizzerebbe l’attuale Pd o qualsiasi altro partito dell’opposizione (Idv inclusa) a fregiarsi del titolo di “alfiere della questione morale”: esso può essere sventolato solo quando tutte le mele marce sono state allontanate, non solo alcune. Ecco perché riteniamo salutare un’uscita come quella di Gasparri: se si mettesse in moto un circuito di serio botta e risposta tra i partiti sui vari inquisiti (certamente impossibile finché Berlusconi sarà a piede libero), forse qualche risultato in più – come una nuova e vera Politica – lo si otterrebbe.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
16 luglio 2010
Pitreista

L’altro giorno ha evocato un «clima giacobino e giustizialista», oggi ai suoi non meglio identificati “promotori della libertà” parla di «clima assurdo e giacobino»: come abbiamo già scritto, Berlusconi ha messo in atto l’esorcismo per cercare di salvarsi dalla tempesta che lo sta per coinvolgere. Ecco allora le dichiarazioni a getto continuo, ripetute e ripetitive, già passate dalla nota scritta di martedì all’audio di oggi, finalizzate col martellamento ossessivo a ricompattare i suoi fedelissimi.

La fase mediatica prosegue: è già partita la reiterazione delle stesse parole per ribadire lo stesso concetto che ci accompagnerà da qui fino alla fine delle inchieste. Il Terrore che Lui percepisce sarebbe «creato da alcuni giornali che stanno mettendo in atto una nuova vergognosa montatura già smentita dai fatti tentando di coinvolgere il Presidente del Consiglio e il Popolo della Libertà in vicende poco chiare», dalle quali ovviamente gli esponenti del partito dell’Amore sono «lontani anni luce».
 
Già, la nuova P2 non è al centro di un’indagine dei pm di Roma (quel «porto delle nebbie» che assolse la vecchia loggia massonica guidata da Gelli), è solo un’invenzione di Repubblica, dell’Unità e del Fatto quotidiano. E poi si sa che Verdini, Cosentino, Dell’Utri e Cappellacci sono comuni mortali e non uomini politici di primissimo piano del Pdl (nell’ordine: uno dei tre coordinatori nazionali; il neo ex-sottosegretario all’economia e coordinatore campano; il braccio destro del premier e il vero fondatore di Forza Italia; il presidente della regione Sardegna figlio del commercialista del solito noto) indagati nella suddetta inchiesta.
 
Il Cavaliere però per evitare l’allontanamento dei suoi elettori non può limitarsi ad inventarsi il concetto del “clima giacobino”. Per riunire i suoi deve infatti affiancargli le parole del passato, permettendo loro di riconoscere la rassicurante topica berlusconiana. Oggi torna quindi di moda il “ribaltone”: «Siamo di fronte all’ennesimo tentativo della sinistra di ribaltare per via giudiziaria il risultato delle urne, siamo di fronte all’eterna pretesa e all’eterno sogno della sinistra di far diventare maggioranza la minoranza, con un gioco di prestigio».
 
Ecco la solita balla evergreen ripetuta da tutti i pappagalli del Pdl nonostante la sua autoevidente falsità. Il “ribaltone” infatti – lo ribadiamo per l’ennesima volta – non è mai esistito: il governo berlusconiano del 1994 cadde per colpa della Lega e non a causa di una vicenda giudiziaria, tant’è che dopo le dimissioni di Berlusconi il partito di Bossi diede l’appoggio esterno al governo tecnico guidato da Dini e cominciò a rivolgersi all’allora ex alleato con nomignoli come «quel brutto mafioso che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina» (15/09/95); il suo secondo governo, quello del 2001-2006, ha portato tranquillamente a termine la legislatura, unico caso nella storia repubblicana. Dunque, mai nessun rovesciamento è stato concretizzato dalla magistratura ai danni di Berlusconi per favorire la sinistra. Fantascienza anche i tentativi degli ex comunisti di attuare i ribaltoni in proprio: sono stati proprio loro a giudicare eleggibile il Cavaliere nonostante fosse (e continua ad essere) un concessionario dello Stato.
 
Le balle però devono proseguire e devono continuare a ripetere i concetti vecchi e nuovi. Torna infatti “il governo del fare” contro “la sinistra parassitaria che non ha mai lavorato in vita sua”, “generatrice di odio e di fango con il suo gruppo editoriale”: «Questa settimana, se ci pensate bene, ci dà ancora una volta la fotografia delle due Italie. Noi che lavoriamo insieme alla grande maggioranza degli italiani che lavorano […]. Loro ed i loro giornali, che continuano con le chiacchiere, gli insulti, le calunnie, i falsi teoremi per cercare di infangare e di indebolire un governo che lavora, concretamente e bene, nell’interesse di tutti gli italiani».
 
Parlando seriamente, è possibile pensare che questo Pd stia seriamente mettendo i bastoni tra le ruote a Berlusconi tramite i suoi non meglio precisati giornali? Con un leader che nel momento di maggior difficoltà del governo se ne sta bello tranquillo negli Usa al posto che tornare in Italia ad incalzare l’esecutivo? Ma per favore. Il premier sa benissimo che i suoi problemi non sono i suoi presunti avversari politici ma, come sempre, le inchieste giudiziarie che rischiano di travolgerlo.
 
Ecco perché continua a confondere le fragili menti dei suoi elettori facendo passare la nuova P2 come il frutto di un’inchiesta giornalistica di sinistra e non di una giudiziaria. Sta mettendo in atto il suo solito sistema: la delegittimazione della magistratura. Essendo più forte dal punto di vista mediatico, spera così che gli italiani non ricolleghino questo scandalo a quello della prima P2, che lo vide coinvolto. Come allora, sposta l’attenzione dai pm (ancora popolari nei sondaggi) ai giornali, certamente comunisti. Ne volete una prova? Indovinate di chi è questa frase del 7 marzo 2000 sulla prima loggia massonica: «Essere un piduista non è un titolo di demerito. [...] La vicenda P2 fu più che altro uno scoop giornalistico». Coraggio, non è così difficile.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
15 luglio 2010
Toghe rossonere

Oggi il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati, ha aperto una procedura di trasferimento nei confronti di Alfonso Marra, il giudice che secondo i pm che indagano sulla P3 (che a nostro modesto parere, visto che i personaggi coinvolti sono sempre gli stessi di 30 anni fa, sarebbe meglio continuare a chiamare P2) sarebbe stato favorito dall’allegra combriccola di incappucciati massoni nella sua ascesa al soglio della presidenza della Corte d’appello milanese e che, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe stato poi oggetto di pressioni per risolvere la questione dell’esclusione della lista di Formigoni alle recenti elezioni regionali. Nel parlare dell’indagine in corso, ci siamo limitati al riassunto più essenziale possibile. Ciò che ci interessa infatti è altro, e riguarda due figure del suddetto Csm.

La prima è quella di Gianfranco Anedda, il componente laico dell’organo di autogoverno dei magistrati in quota An: sui 5 partecipanti al voto che ha sancito l’avvio dell’iniziativa nei confronti del presidente della Corte d’appello di Milano, è stato l’unico ad opporsi. Se si ricorda brevemente cosa ha caratterizzato l’attività al Csm di Anedda, forse qualche barlume di luce nell’indagine in corso e una motivazione della sua scelta odierna li si riescono a vedere. Il nostro infatti, da buon rappresentante di centrodestra, è sempre stato contrario a tutte le apertura dei fascicoli a tutela dei magistrati attaccati da Berlusconi approvate dall’organo delle toghe. Solo in un caso è stato lui a proporre questa iniziativa: quando il Fatto quotidiano ha raccontato alcuni fatti sulle toghe che hanno giudicato in appello Marcello Dell’Utri. Anedda chiese ed ottenne l’apertura del fascicolo a tutela di Claudio Dell’Acqua, Salvatore Barresi e Sergio La Commare, oggetto secondo lui di «condizionamenti se non intimidazioni».
 
Non entriamo nei particolari della questione per motivi di spazio (rinviamo comunque all’articolo di Marco Travaglio sul tema), ci limitiamo infatti solo a segnalare come le uniche attività di questo togato in favore dei colleghi coincidano stranamente con quelle azioni della magistratura che hanno poi favorito gli uomini dell’entourage berlusconiano: con la corte d’appello di Palermo Dell’Utri ha infatti ottenuto uno sconto della pena di 2 anni ed è stato assolto per la trattativa Stato-mafia, mentre Formigoni nella Milano di Marra alla fine ha ottenuto il reinserimento della sua lista. En passant, ricordiamo anche che il braccio destro siciliano di Berlusconi è indagato nella stessa vicenda che coinvolge Marra, la nuova P2, quella che sembra rifarsi ad un certo «Cesare», identificato dai carabinieri con – ma guarda un po’ – quel Berlusconi Silvio già iscritto nella vecchia versione della loggia massonica.
 
Ma passiamo ora al secondo componente del Csm che ha attirato la nostra attenzione. Si tratta di un certo Napolitano Giorgio, che dell’organo di autogoverno delle toghe non è proprio una figura di passaggio: in quanto Presidente della Repubblica, lo presiede (art. 104, comma 2 della Costituzione). La nostra riflessione è semplice: non ritiene il Capo dello Stato che sia il caso quantomeno di pronunciarsi su ciò che l’inchiesta sta sollevando? Non sente la necessità ad esempio di rassicurare i cittadini italiani dicendo che verrà fatta chiarezza su ogni lato oscuro della vicenda, anche per cancellare la vergogna dei processi fatti contro la P2, condannata dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi ma assolta dalla magistratura fortemente compromessa dalle adesioni alla loggia di alcuni dei suoi componenti?
 
Napolitano, non dimentichiamolo, è quello che non si fece alcun problema a zittire Clementina Forleo per aver coinvolto nella sua inchiesta sulle scalate bancarie politici di entrambi gli schieramenti; Napolitano, non dimentichiamolo, è quello che non si fece alcun problema ad intervenire nei casi Why not e Poseidone, ottenendo proprio dall’alto della sua presidenza del Csm gli atti delle indagini oggetto in quel momento (dicembre 2008) delle verifiche della procura di Salerno, legalmente competente nel verificare l’operato dell’omologa  procura di Catanzaro dopo la denuncia dell’allora pm Luigi de Magistris (la vicenda, anche grazie a questo intervento di Napolitano, è stata classificata dai media come una «guerra tra procure», in realtà mai esistita: l’importante era insabbiare tutto, e ce l’hanno fatta).
 
Perché il Presidente della Repubblica, tanto pronto a stigmatizzare in passato i comportamenti di certi magistrati, oggi tace? Perché non si espone? Non si deve preoccupare: il Csm non ha agito da solo, la sua iniziativa contro Marra infatti è stata subito affiancata da quella della Cassazione contro le sue toghe coinvolte sempre nella solita indagine sulla nuova massoneria italiana, non c’è nessun pericolo di apparire avventati. Ribadiamo: Napolitano, non ti senti in dovere di dire niente? Che c’è, hai paura di «Cesare»?
 
Alessandro Bampa
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