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POLITICA
4 settembre 2010
Il dovere di contestare

Ecco tramite il link l'articolo dedicato alla seconda carica dello Stato dopo l'intensa giornata che ha vissuto oggi.

Alessandro Bampa


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POLITICA
19 ottobre 2009
Papi e papelli

Breve ragionamento da giustizialista: per quale motivo Berlusconi teme ancora così tanto la giustizia? Perché deve ricorrere ad una riforma costituzionale che lo metta al riparo dall’attività dei pm? Perché è tornato a ventilare, tramite gli appositi maggiordomi, il ritorno dell’immunità parlamentare?

La risposta più semplice è quella che connette queste volontà con la bocciatura del lodo Alfano: il presidente del Consiglio allo stato attuale è senza scudo, è un comune mortale (senza offesa per l’unto del Signore). Il problema però rimane: Berlusconi dai processi scongelati dalla decisione della Corte Costituzionale non deve temere più nulla.
 
Dei 3 procedimenti penali in corso infatti, presupponendo una colpevolezza del “presidente imputato” (solo per ipotesi ovviamente), nessuno lo porterà ad una condanna definitiva: per la compravendita dei senatori dell’allora Unione il pm ha già chiesto l’archiviazione; nel processo Mills, prevedendo un’iniziativa del governo per la legge che non consentirà di usare nei processi sentenze già passate in giudicato (come potrebbe essere quella che potrebbe dichiarare definitivamente colpevole l’avvocato inglese), Berlusconi naviga tranquillo verso la prescrizione, avendo ottenuto grazie all’apposito lodo di stralciare la sua posizione rispetto a quella del mentitore a pagamento per poter far ripartire il processo da zero (il collegio che ha giudicato colpevole Mills per legge ora non può giudicare il premier, essendo influenzato dalla sua stessa sentenza sull’ex coimputato); per il processo sui fondi neri Fininvest, come ha spiegato Marco Travaglio giovedì ad Annozero, «il condono fiscale del 2003 [varato dal governo Berlusconi, nda] s’è mangiato quasi tutte le frodi fiscali e la Cirielli [voluta anch’essa da quel governo, nda] s’è mangiata i falsi in bilancio e l’appropriazione indebita per 170 milioni di dollari. Le restanti frodi si prescrivono fra 2-3 anni».
 
Insomma, tra archiviazioni decisamente frettolose e prescrizioni, Berlusconi qui non rischia nulla, soprattutto nel Paese in cui, grazie ad un lavaggio del cervello tuttora in corso, la prescrizione è percepita dalla stragrande maggioranza dei cittadini come un’equivalente dell’assoluzione. Che cosa teme allora Berlusconi? Perché insiste nel voler mettere mano alla giustizia?
 
Sorvolando sull’ormai prossima conclusione delle indagini relative all’inchiesta Mediatrade – un filone separato del processo sui fondi neri Fininvest che sta interessando anche le toghe svizzere – che potrebbe vedere l’ennesimo rinvio a giudizio del premier, sicuramente non preoccupato dall’ennesima azione sulla quale penderà la solita mannaia della prescrizione, rimane solo una possibile spiegazione che possa spiegare la fottutissima paura di Berlusconi per la giustizia: c’è qualcosa che solo lui al momento sa, ma che sta per venire fuori. Qualcosa di molto grosso, par di capire.
 
Qualche indizio in realtà il Cavaliere lo ha già dato. L’8 settembre si è sentito in dovere di pronunciare queste esatte parole: «So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del ‘92, ‘93 e ‘94. È follia pura. Quello che mi fa male è che gente così, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese». Che la cosa lo preoccupi davvero l’ha confermato lui stesso l’11 ottobre scorso a Benevento dicendo che «in questa campagna contro di me c’è anche il ritorno a un possibile coinvolgimento a fatti di mafia di venti e passa anni fa».
 
Chissà che, come i vari politici balbuzienti che pian pianino stanno ritrovando la memoria su quegli anni, anche Berlusconi non trovi la forza di spiegare le sue paure. Magari assieme ad alcuni aspetti inerenti a vari «eroi», pizzini e papelli.
 
AB

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POLITICA
25 settembre 2009
Con Tonino

Si alza il livello dello scontro politico. Dopo «la sinistra per male che deve andare a morire ammazzata» di Brunetta, oggi tocca a Di Pietro che, in merito all’approvazione al Senato dello scudo fiscale, ha parlato di «Parlamento mafioso». «Lo scudo – ha detto il leader dell’Idv – garantisce a un gruppo di criminali, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali, di farla franca. Ancora una volta il nostro Paese è in mano a un gruppo di persone massone, piduiste, criminali e mafiose che fanno gli interessi propri ai danni del paese». Da qui la definizione di «provvedimento criminale di un Parlamento mafioso».

Immediata la reazione dei presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, che hanno diramato la seguente nota congiunta: «Le scelte del Parlamento, indipendentemente dal giudizio di merito che ciascuno ne può dare, costituiscono in ogni caso espressione della sovranità popolare e come tali debbono essere considerate e rispettate. Definirlo "mafioso" è del tutto inaccettabile, in quanto falso e offensivo verso tutti i suoi componenti, e gravemente lesivo delle nostre Istituzioni rappresentative e del loro prestigio».
 
Di Pietro ha subito risposto: «Come al solito la casta degli intoccabili fa quadrato quando viene presa con le mani nel sacco. Infatti, invece di interrogarsi sugli effetti devastanti di certi provvedimenti che intaccano la credibilità delle istituzioni e delle conseguenze che comporta lo scudo fiscale, che è una legge che favorisce i criminali, se la prende con chi denuncia questi comportamenti». Ritenendo che sia giunto il momento di prendere posizione in maniera seria, ci schieriamo con Tonino che – sempre se le parole hanno un senso – non ha attaccato l’intero Parlamento, ma solo quella parte che ha votato il provvedimento, la solita nota.
 
Chi chiede solo il 5% di quello che è stato rubato, defraudato, razziato e saccheggiato allo Stato, cioè a tutti i cittadini onesti, o è stupido o ha qualche finalità. Escludendo l’ingenuità di questi professionisti del crimine e non facendoci fregare dalla scusa ufficiale («fare cassa per fronteggiare la crisi»), l’obiettivo può essere uno solo, favorire qualcuno: magari quei personaggi ostili alle nuove norme antimafia come l’inasprimento del 41-bis, quelli che hanno battuto un colpo lo scorso luglio, minacciando il solito partito del Sud e ottenendo 4 miliardi dal solerte premier, già solito versare il pizzo a questi signori (si veda l’intercettazione telefonica con Dell’Utri).
 
Chi si può avvalere di uno scudo fiscale? Gli operai? Gli impiegati? O le grandi aziende con conti nei paradisi fiscali e i mafiosi pronti a riciclare il loro denaro lercio di sangue, magari ottenuto con il bene placito dei soliti colletti bianchi? Noi stiamo con Tonino: lo scudo fiscale è un provvedimento criminale di un parlamento mafioso, un parlamento che, a differenza di quanto sostengono i due presidenti, non rappresenta la sovranità popolare e che non può venir leso nel suo prestigio: i suoi componenti infatti non sono scelti dal popolo e inoltre insozzano le sue poltrone con le loro svariate condanne, applaudendo il prescritto divo Giulio. Del resto è inutile stare qui a ricordare chi siano i due personaggi che millantano un prestigio da difendere: uno è una pecora, l’altro, beh, lasciamo perdere.
 
Anzi no, diciamo pure chi è l’altro. È quello che oggi ha detto: «Si è fatto tanto per combattere la mafia e si continua a combatterla per sconfiggerla con leggi sempre più rigorose e con la cattura di latitanti sempre più pericolosi. Credo che siamo a buon punto per debellare questo cancro che affligge la nostra terra».
 
Caro Schifani, quando la finirai di prenderci per il culo? Quando smetterai di mentire sapendo di mentire? Quando la finirai di far finta di credere alla storia della mafia fatta solo da contadinotti sanguinari e qualche latitante? Quando ci dirai finalmente la verità, ovvero che fino a quando la mafia resterà in politica tramite i suoi pezzi da novanta la battaglia contro questo cancro non darà mai risultati? Già, tu non puoi farlo: non hai la coscienza pulita, tant’è che chiedi che i magistrati non si occupino più delle stragi, straparli di teoremi, non dai spiegazioni sul tuo passato con Nino Mandalà e sul tuo procuratore di voti Mercadante e denunci chi te lo ricorda dall’alto del tuo lodo Alfano.
 
L’Italia sta sconfiggendo il cancro: bella favola. Basta pensare alla requisitoria di Dell’Utri e alla marcia delle agende rosse in programma domani, ovviamente entrambe silenziate dai media; basta pensare ai tentativi politici bipartisan d’insabbiare le indagini sulle stragi. Basta pensare per capire che siamo in mano ad un Parlamento in mano alla mafia.
 
AB

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POLITICA
18 luglio 2009
Silenzi di Stato

Oggi si è svolta la marcia delle agende rosse. Molti si chiederanno di cosa si sia trattato, dal momento che nessun telegiornale ne ha parlato. Niente di importante: solo la manifestazione per ricordare che domani saranno passati diciassette anni da quando è saltato per aria Paolo Borsellino. Una cosa da nulla.

A Palermo nel pomeriggio è sfilato questo corteo antimafia, caratterizzato dal colore rosso. Non quello comunista, bensì quello dell’agenda di Paolo Borsellino, misteriosamente scomparsa subito dopo la strage, contenente i pensieri e i segreti del magistrato medaglia d’oro al valor civile. I manifestanti sono tornati a chiedere la verità su quella ecatombe poiché, come ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo ed europarlamentare del Pd, «senza verità non c’è giustizia».
 
Come sempre, nei casi di notizie scomode, è calato il silenzio di Stato, quello che interviene per sviare l’attenzione o per rendere le notizie incomprensibili. Della manifestazione odierna infatti non c’è stata nessuna traccia nei notiziari: guai a dire ad esempio che alla manifestazione non hanno preso parte uomini politici di primo piano, che c’erano pochi palermitani ma tante persone del Nord: bisogna continuare a far pensare alla gente che la mafia non è una cosa seria, che la si sta combattendo sul serio e che la sua fine è questione di pochi giorni. Come si spiega altrimenti il servizio di oggi del tg1 di Minzulpop, che per una condanna inflitta a degli estorsori è già pronto a proclamare l’inizio della fine dei clan?
 
È sempre così: per l’informazione televisiva italiana, ad ogni piccolo sequestro di beni della mafia, ad ogni piccolo arresto di qualche capo di secondo piano o ad ogni piccola condanna per uno dei semplici esecutori materiali dei voleri della mafia, dobbiamo già essere pronti per festeggiare la morte della mafia.
 
Nessuno (o quasi) che faccia notare che, a 17 anni di distanza, non sappiamo ancora chi siano stati i mandanti delle stragi mafiose più devastanti sotto diversi punti di vista e, probabilmente, alla base della nascita della seconda Repubblica; nessuno (o quasi) che vada a chiedere conto di certe amicizie e di certi incontri a chi ci dovrebbe guidare verso l’estirpazione di questo cancro; nessuno (o quasi) che apra gli occhi ai cittadini facendo capire che, finché non si saprà tutta la verità sulle carneficine del 1992, non si potrà mai parlare di vittoria contro la mafia.
 
Per carità, in Italia va tutto bene: i sequestri dei beni mafiosi proseguono, gli arresti eccellenti aumentano e le critiche non hanno ragione di esistere. Prendiamo ad esempio quelle sullo scudo fiscale: «sono infondate perché il provvedimento non vale per i soldi oggetto di reato». Già, nessuno che ti spiega che se si tratta di soldi frutto di un reato non ancora scoperto, tutto il ragionamento va a farsi benedire. Come per le intercettazioni: quelle per il reato di associazione mafiosa sono garantite, ma come fai a sapere se un incendio appiccato ad un bar è solo accidentale o se è frutto di una manovra estorsiva della mafia?
 
Ecco qual è il problema principale in Italia. Mobilitare l’opinione pubblica, rendendola consapevole delle bugie di chi ci governa, di chi ha interesse a convivere con la criminalità organizzata. È solo con un’informazione seria che si possono stangare i politici corrotti, conniventi, omertosi e bugiardi. È solo così, dopo esserci liberati di questi pompieri che negano l’esistenza del «doppio Stato», quello delle trattative con la mafia, che potremmo combattere sul serio il crimine. È solo dando risalto a manifestazioni come quella odierna che si può risvegliare il popolo italiano, che si può farlo incazzare fino al punto di spingerlo a chiedere spiegazioni delle sue scelte a chi decide per noi. È solo parlando e urlando che si può combattere questo asfissiante silenzio di Stato.
 
AB

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POLITICA
8 luglio 2009
Mafia e Berlusconi: una nuova puntata

Eccolo qui. Finalmente è stato pubblicato il documento che testimonia i rapporti di Silvio Berlusconi con la mafia: si tratta del documento depositato in questi giorni agli atti del processo per riciclaggio dove è imputato Vito Ciancimino. Purtroppo si è salvata solo la seconda parte della missiva, dove si può leggere: «[...] posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione una delle sue reti televisive».

Il documento è fondamentale perché testimonia come le liaisons dangereuses di Berlusconi con la mafia non sono limitate all’inizio della sua carriera imprenditoriale, quando un certo Mangano Vittorio venne ospitato dal Canagliere ad Arcore; né si sono fermate dopo i vari tentativi di estorsione operati tramite le bombe – per le quali Berlusconi si era detto disposto a pagare il pizzo – o le minacce di rapimento di Piersilvio degli anni ’80. L’attuale premier italiano infatti è stato oggetto di trattative con la mafia anche dopo il 1994, anche dopo la sua discesa in campo, anche dopo che era giunto alla guida del Paese. L’indicazione «onorevole Berlusconi» non lascia dubbi.
 
Con questa missiva, scritta probabilmente da uno dei picciotti di Provenzano, gli amici degli amici hanno chiesto a Berlusconi una delle sue tv, per evitargli il «triste evento» e appoggiarlo col loro prestigio. Non si sa se sia arrivata al destinatario, né chi l’avrebbe dovuta consegnare (anche se i sospetti cadono sul solito bibliofilo Dell’Utri Marcello), né cosa fosse il paventato «triste evento», né se c’è stata una risposta di Berlusconi. Però la notizia c’è. Ed è anche bella grossa.
 
Noi non vorremmo andare contro l’appello di Napolitano, che ha chiesto una tregua delle polemiche per non rovinare l’immagine dell’Italia al G8. Però, vista la latitanza dei giornalisti italiani (oggi il tg che non si occupa di gossip, quello di Minzulpop, ha dedicato 2 minuti e 46 secondi all’intensa giornata delle first ladies e zero secondi a questo argomento), non vorremmo che fossero quelli stranieri a sollevare la questione proprio durante il G8: i panni sporchi sarebbe meglio lavarseli in casa, per evitare di continuare a mantenere alto l’onore italiota all’estero. Quello che ci vede come “italiani spaghetti, pizza, mandolino”. E mafia, ovviamente.
 
AB 

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