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POLITICA
18 agosto 2010
Aridatece il vecchio Cicchitto!

È mai possibile che uno, appena si mette a sondare in maniera neanche troppo approfondita il passato dei berluscones, scopre che una volta non erano così, che prima di essere folgorati sulla via di Damasco/Arcore erano delle persone completamente diverse? Bondi era comunista, Bonaiuti rappresentava il più becero antiberlusconismo, Capezzone e Quagliariello andavano a braccetto con Pannella, Cicchitto era un estremista di sinistra. Già, bei tempi andati e in molti casi già oggetto di articoli. Tempi che però, nel caso del secondo piduista del Pdl, oggi è il caso di ricordare.

Già smerdato da Marco Travaglio il 16 gennaio per la sua intervista anticraxiana concessa al Minzo nel bel mezzo di Mani pulite proprio mentre andava in onda a reti unificate la beatificazione del Cinghialone, il capogruppo del Pdl alla Camera merita oggi la nostra attenzione per le sue frasi destinate a celebrare Francesco Cossiga. Se ieri ha ricordato l’emerito presidente della Repubblica come «una delle poche voci libere e anticonformiste nel nostro Paese, libero sempre e in ogni circostanza», oggi l’ha definito «una delle menti più straordinarie che la Repubblica abbia mai avuto». Peccato che il 13 maggio 1977, il giorno successivo alla morte di Giorgiana Masi avvenuta durante una manifestazione dei Radicali e della sinistra extraparlamentare, il nostro alla Camera attaccò duramente l’allora ministro dell’Interno Cossiga (che aveva appena finito la sua relazione sugli scontri), prospettando una strategia ben definita e palesemente antidemocratica da parte dell’Esecutivo.
 
Cicchitto a Montecitorio, difendendo le forze pubbliche («non faccio addebiti alla polizia od alle forze dell’ordine come tali»), contestò «le direttive impartite alle forze dell’ordine», sostenendo l’ipotesi di «un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse a piazza Navona, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati, per nulla violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo estremamente pericoloso, grave e drammatico nella nostra città». Il discorso proseguì condannando la teoria che il Picconatore rivelerà solo nel 2008 con la lettera a Manganelli, quella del consenso per le forze dell’ordine («Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti»): «Anche da parte di ben determinati settori del potere si investono le forze dell’ordine, cercando di determinare una situazione di spostamento a destra, di riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro con i manifestanti».
 
Un all’epoca premuroso Cicchitto si prodigò poi in difesa dei giovani manifestanti, mettendoli in guardia dalle trappole dello Stato italiano («Le forze democratiche giovanili debbono comprendere a quale pericolo di scontri e a quali trappole sono di fronte»), incalzando l’Esecutivo sulla sua strategia repressiva: «Il governo – s’infervorava il futuro piduista – deve rispondere in modo chiaro su una situazione che non può essere disinnescata introducendo meccanismi repressivi, che invece favoriscono gruppi eversivi i quali indubbiamente sono attivi nella nostra città, e nei confronti dei quali noi non vediamo ancora intrapresa un’azione di prevenzione per sgominarli. Tutto questo noi non lo scorgiamo, nella azione svolta dal Governo. Vediamo soltanto alcune procedure che ci lasciano sgomenti, alcuni interventi nei riguardi di avvocati difensori: un tentativo, cioè, non di intervento preventivo, ma di repressione indiscriminata». Un vero e proprio Stato di polizia insomma, che secondo il prossimo berluscones si stava insediando per «cambiare il volto dello stesso Stato uscito dalla Resistenza, per edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione».
 
L’epilogo della prova oratoria era tutto per Cossiga, reo di aver coperto la verità: «È per queste valutazioni e per il fatto che non ci è sembrato di cogliere nell’intervento del ministro una riflessione critica su ciò che sta avvenendo, ma soltanto un’acritica copertura di tutto ciò che è successo ieri e delle cause che l’hanno determinato, che noi sottolineiamo la nostra insoddisfazione nei confronti della risposta data dal ministro Cossiga».
 
Fa un po’ specie pensare che oggi colui che attaccò così duramente il futuro capo dello Stato sia immerso nel «più profondo cordoglio» per la sua scomparsa. La spiegazione in realtà è sempre quella: chi rimane incantato dal signore di Arcore subisce un lavaggio del cervello tale da dimenticare completamente il suo passato, sia nelle azioni che nelle parole. Noi nel nostro piccolo ci limitiamo a segnalare il caso a Il Giornale, che oggi ha pensato bene di pubblicare un divertente articolo sugli avversari di Cossiga dal titolo Occhetto, Scalfaro & Co: i voltagabbana passati dagli insulti agli omaggi. Cicchitto stranamente non rientra nell’elenco, forse perché troppo voltagabbana anche per i gusti del quotidiano di Feltri. Una cosa è certa: l’uomo all’epoca ci stava molto più simpatico. Se fosse possibile riaverlo indietro nelle condizioni di quei tempi, avvisateci.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
31 marzo 2010
L'ordine del padrone: ridimensionate Bossi

Sul fatto che i rapporti nella maggioranza siano destinati a cambiare dopo il risultato delle regionali non c’è alcun dubbio. A confermarlo ad appena 48 ore di distanza dal voto ci ha pensato l’house organ per eccellenza del Pdl, Il Giornale.

Il quotidiano di Feltri infatti con l’articolo odierno intitolato «Ma neanche il Carroccio guadagna voti» ha evidenziato la fifa che il Cavaliere ha nei confronti della Lega che, avendo superato lo storico traguardo del 12% a livello nazionale, ha mostrato i muscoli. Tutto il pezzo – che doveva analizzare lo studio sui flussi 2005-2010 dell’istituto Cattaneo di Bologna – ha cercato di dimostrare come l’avanzata dei padani non debba preoccupare il partito dell’amore. Incipit perentorio: «La Lega ha vinto le regionali, eppure non ha guadagnato elettori. Anzi, rispetto alle europee del 2009 ne ha persi. Duecentomila per la precisione».
 
L’argomentazione è semplice: non si devono guardare le omologhe elezioni regionali del 2005, quando il Carroccio – è costretto ad ammettere Il Giornale – prese 1.370.000 voti in meno rispetto a quelli dell’ultimo week end, bensì i dati delle europee dell’anno scorso. Già, perché «cinque anni sono tanti, l’Italia nel frattempo è cambiata», urge quindi un confronto «politicamente più significativo», appunto con la tornata elettorale dell’anno scorso. Segnatevela bene la parola «politicamente»: è la chiave di tutto l’articolo.
 
Prosegue infatti Il Giornale: «E il quadro cambia. Scivolano tutti i partiti. Oltre alla Lega, Di Pietro che vede svanire 477mila schede, il Pd 1.200.000, l’Udc di Casini 400mila, mentre il Pdl ben 3.222.000, che diventano 2.600.000 circa, sottraendo i 600mila del Lazio. Un arretramento ampio, che però non impedisce al Popolo della Libertà di essere il primo partito in 8 delle 13 regioni in cui si è votato. Giù tutti, insomma. E su l’astensionismo». Sembra di risentire il tipico discorso della politica italiota «tutti colpevoli, nessun colpevole». La Lega mostra una preoccupante ascesa che potrebbe farle venire in mente di ricattare (ulteriormente) Berlusconi? Nessun problema, ci pensa il notoriamente indipendente quotidiano di via Negri a tranquillizzare i sonni dei berluscones: tutti i partiti in realtà hanno diminuito i consensi, basta confrontarli con le altre elezioni.
 
A questo punto sorgono almeno tre quesiti: perché il confronto va fatto con le europee, che si sono svolte a livello nazionale, e non con le votazioni regionali precedenti? I 200.000 voti persi dalla Lega rispetto alle europee sono anche solo lontanamente equiparabili ai 2.600.000 (ad essere buoni lasciando da parte la regione della Polverini) lasciati per strada dal Pdl? E il fatto che dal confronto tra il saldo dei voti del partito di Bossi (+ 1.370.000) e quello di Berlusconi (-1.000.000 o -600.000 se si esclude il caso particolare del Lazio) rispetto al 2005 risulti un clamoroso spostamento di voti verso i leghisti non vuol dire proprio nulla?
 
Bisogna avere proprio delle belle fette di prosciutto (o Mortadella?) sugli occhi per affermare che il Pdl non si deve minimamente preoccupare del risultato elettorale. Soprattutto perché stiamo parlando di numeri, quelle strane entità che – come disse quel noto comunista di Sacconi il 13 maggio 2009 – «non sono opinabili». Già, ci siamo dimenticati che stiamo parlando de Il Giornale, ovvero del quotidiano ufficialmente del fratello dell’uomo destinato a sconfiggere il cancro nei prossimi 3 anni e che, in fatto di numeri, lo scorso 20 marzo ha riempito piazza San Giovanni con oltre un milione di persone.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
25 novembre 2009
Il Giornale delle br

Dal sito de Il giornale, riportiamo l’articolo del 18 novembre scorso intitolato «Volantino di minacce e insulti recapitato ieri redazione».

 «Impossibile non notare, ieri mattina, fra i tanti quel foglio sul pavimento, appena oltre l’uscio della redazione genovese del Giornale. Ci accorgiamo subito che non si tratta di uno dei “soliti” messaggi che qualche affezionato lettore fa passare, a volte, sotto la porta per testimoniare uno sprone, un incoraggiamento, un’attestazione di solidarietà. Altro che solidarietà! Sono insulti e minacce bell’e buone, con tanto di obiettivi: noi della redazione e il collega Francesco Guzzardi, che nelle ultime settimane si è occupato con l’abituale scrupolo e attenzione alle vicende della Val Bisagno e del Municipio IV. La grafia è in stampatello, vergata a mano. Mano incerta, e sintassi e punteggiatura ancora più zoppicanti. Ma insulti e minacce sono chiari, chiarissimi: "Non abbiamo ancora deciso se spaccare il c... prima al vostro servo Guzzardi l’infame della Val Bisagno e degli sbirri o passare prima da voi molto presto lo scoprirete". Un esaltato, certo. Ma anche di fronte ai volantini recapitati in questi giorni alla nostra redazione centrale di Milano, non si può sottovalutare l’episodio. Il caporedattore Massimiliano Lussana avverte subito la Digos che arriva in un baleno, si informa approfonditamente e promette indagini accurate. Nel frattempo viene ovviamente avvertito anche Guzzardi. Che reagisce con fermezza e compostezza: "Io ho sempre scritto quello che ho visto e sentito, senza aggiungere o stravolgere nulla e soprattutto senza pregiudizi - sottolinea -. Se chi ha scritto questo messaggio intendeva intimorirmi o addirittura costringermi a tacere sui fatti che avvengono da tempo nel Municipio Val Bisagno, è bene che se lo tolga subito dalla testa. È vero - aggiunge Guzzardi - che il clima è pessimo in zona, ma non mi sarei aspettato mai reazioni di questo tipo. In ogni caso - conclude il giornalista - continuerò a esercitare il diritto-dovere di cronaca, come sempre, per contribuire a migliorare, nel mio piccolo, la società". Su chi possa aver scritto il messaggio delirante le indagini, come si è detto, sono in corso e non è lecito avanzare ipotesi. Si possono solo ricordare, come aveva scritto del resto di recente lo stesso Guzzardi, "le minacce e percosse ai consiglieri del Municipio Val Bisagno", e il fatto che il presidente del “parlamentino”, Giannelli e molti eletti siano stati vittime di atti vandalici e destinatari di lettere minatorie. Un clima avvelenato che culmina ora - e si spera anche si concluda - con il messaggio recapitato ieri al Giornale».
 
Ringraziando Beppe Grillo che ha riportato sul suo blog l’esito dell’indagine, pubblichiamo il lancio odierno dell’Agi news che ha sancito la fine della vicenda: «Simulazione di reato e procurato allarme. Questi i reati per cui è stato denunciato alla procura dalla digos il giornalista collaboratore della redazione genovese del Giornale Francesco Guzzardi accusato di essersi auto inviato un messaggio minatorio corredato da stella a cinque punte. Questo il testo del mesaggio: "non abbiamo ancora deciso se spaccare prima il culo al vostro servo Gizzardi l’infame della Valbisagno e degli sbirri o passare prima da voi molto presto lo scoprirete". Il messaggio, scritto a mano, era stato messo sotto la porta della redazione del Giornale di viale Brigate Partigiane la scorsa settimana. C’era stata un’immediata denuncia alla polizia. La stella a cinque punte aveva spinto gli agenti della digos ad farsi carico del caso. Il giornalista era stato convocato in questura. Una semplice prova calligrafica aveva fatto emergere la verità. Guzzardi ha ammesso di avere vergato il messaggio dicendo di essere stato oggetto di minacce insieme ad altri membri della sua famiglia in seguito alla propria attività di giornalista nel quartiere della Valbisagno e di avere scelto questo “singolare” modo per sollevare il caso e fare partire un’indagine».
 
Basta il commento del comico genovese: «Uno stakanovista dell’informazione di regime. Uno così poteva lavorare solo con Vittorio Feltri. Dopo "Betulla" Renato Farina, "Citrullo" Guzzardi».
 
AB

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POLITICA
14 novembre 2009
Il Giornale, «un figlio drogato»

Notizia bomba quella data oggi da Il Giornale di Vittorio Feltri. Con l’articolo «Sentenza Mills: ecco perché non vale contro il premier», la redazione del quotidiano ha spiegato ai suoi lettori che «la sentenza di condanna pronunciata dalla corte d’Appello di Milano nei confronti dell’avvocato britannico David Mills, non può essere utilizzata contro Silvio Berlusconi. La questione è procedurale e perciò insuperabile».

Il quotidiano diretto anche da Indro Montanelli (che, visto il declino successivo alla sua cacciata del 1994, lo paragonò ad un «figlio drogato») spiega che «le prime due ragioni di questo impedimento riguardano la stessa sentenza Mills». Per prima cosa, la sentenza «non è irrevocabile. Si tratta infatti di un pronunciamento di secondo grado, che non essendo definitivo è suscettibile di impugnazione. Questo rende impossibile, per legge, ogni utilizzo dell’attuale sentenza di condanna in un altro procedimento. Ergo la sentenza Mills non può essere opposta a Berlusconi».
 
Da questo giusto principio, il quotidiano milanese di via Negri difende il padrone con una noiosissima disquisizione, la seconda ragione, ovvero il fatto che «un provvedimento decisorio (condanna per Mills) non può vincolare una persona se questa non ha potuto prendere parte al processo del quale quella sentenza è l’epilogo finale»: «in sostanza le dichiarazioni e la confessione di avere intascato i soldi dal Cavaliere (ammissione che poi Mills si è rimangiato), hanno valore pari a zero in un eventuale processo contro il premier. A meno che (paradosso) non sia lo stesso premier a chiedere di acquisirle. Questi verbali possono essere utilizzati a processo solo allo scopo di accertarne la veridicità».
 
Superba la frase che conclude questa lezioncina di giornalismo e di giurisprudenza: Silvio Berlusconi «non ha affatto bisogno che il nuovo ddl sul processo breve diventi legge, per sfuggire alla giustizia». Il concetto era stato espresso ancor più chiaramente nell’incipit dell’articolo: «Il premier non ha bisogno di tutela, né dell’"effetto spugna" sui procedimenti a suo carico del nuovo ddl presentato al Senato, qualora diventasse legge».
 
Per smontare l’azzardata conclusione dell’articolo, volto a difendere l’operato politico del fratello dell’editore, partiamo dalla presunta seconda prova, l’inutilizzabilità delle confessioni di Mills, ovvero la lettera al suo commercialista Bob Drennan e l’interrogatorio reso davanti ai pm. Il Giornale cita l’art. 283 bis del codice di procedura penale, quello che direbbe che «i verbali di dichiarazione (la cosiddetta prova dichiarativa) possono essere utilizzati in un altro procedimento solo se il difensore dell’imputato (Berlusconi) era presente durante la loro formazione».
 
Peccato che il quotidiano di Feltri abbia in realtà riassunto il comma 2 dell’art 238 del cpp («I verbali di dichiarazioni possono essere utilizzati contro l’imputato soltanto se il suo difensore ha partecipato all’assunzione della prova o se nei suoi confronti fa stato la sentenza civile») e non il vero art. 238 bis. La chiave delle paure di Berlusconi infatti è tutta in quest’ultima norma che dice che, «fermo quanto previsto dall’articolo 236, le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova di fatto in esse accertato e sono valutate a norma degli articoli 187 e 192, comma 3».
 
Il Giornale ha svelato il suo modus operandi: non dà le notizie, fa solo disinformazione cercando di manipolare i fatti. E, in questo caso, le leggi. Cosa ha fatto l’autore dell’articolo? Cosciente che ciò che preoccupa Berlusconi è in realtà l’art. 238 bis, ha cercato di smontare le paure dei suoi lettori – in particolare gli ignoranti in materia giudiziaria – portando a supporto altri articoli del cpp che metterebbero in una botte di ferro il Cavaliere, dunque un perseguitato delle toghe rosse. Ecco allora che si parla dell’inutilizzabilità delle confessioni di Mills. Peccato che, nell’assemblare l’articolo, il giornalista avesse ancora in mente l’articolo che toglie il sonno a Berlusconi, il 238 bis per l’appunto, che così è entrato nel pezzo.
 
L’autogol è clamoroso: con questo errore Il Giornale ha infatti svelato la vera preoccupazione del Cavaliere, ovvero che il processo Mills arrivi ad una sentenza di condanna passata in giudicato. Che la cosa non sia remota, lo confermano le 2 condanne che l’avvocato inglese si è beccato nei due gradi finora celebrati. Ora manca solo la sentenza della Corte di Cassazione. Anche in questo caso Il Giornale prova a confondere le idee: dicendo giustamente che la sentenza d’appello non può avere ricadute sul futuro processo che finalmente vedrà Berlusconi imputato (cosa che nessuno ha mai detto: Mills è innocente fino al terzo grado), tace sul fatto che se questa verrà confermata in Cassazione potrebbe essere decisiva per le sorti dell’imputato eccellente, essendo acquisita come prova.
 
Che le vicissitudini del processo Mills preoccupino il presidente del consiglio del resto è evidente: a cosa dovevano servire la bloccaprocessi e il lodo Alfano se non a garantirgli l’impunità? Saltato il lodo (ringraziamo ancora quei 9 giudici coraggiosi della Consulta) e condannato anche in appello Mills, Berlusconi ha capito che l’appuntamento con la giustizia si è improvvisamente riavvicinato. Ecco perché è stato presentato il ddl Gasparri-Quagliariello-Bricolo, ricatto per ottenere un lodo Alfano costituzionale. Che non ci stiamo inventando nulla lo conferma un emendamento nel ddl del processo penale (targato ancora una volta Alfano) dell’avvocato Ghedini, quello che – come denunciato anche da Peter Gomez il 27 ottobre – vuole abrogare l’art. 283 bis del cpp. Quello che, con l’ennesimo lapsus freudiano e con l’ennesima lezione di pessimo giornalismo, Il Giornale ha svelato.
 
AB

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POLITICA
8 novembre 2009
Gli spudorati

Riportiamo alcuni estratti dall’articolo «Pdl, Berlusconi prepara la battaglia: "Siamo arrivati alla resa dei conti"», apparso oggi su Il Giornale. Non serve neanche un commento: è tutto talmente chiaro e palese che non c’è niente da chiarire. La spudoratezza che caratterizza il premier e i suoi servi è ormai lampante, tanto da fare loro ammettere senza alcuna remora che la riforma della giustizia è fatta solo ed esclusivamente per salvare il Cavaliere dall’appuntamento con i tribunali.

«Entro pochi giorni il premier è intenzionato a chiudere la partita in corso con gli alleati che, confidava in settimana a un suo collaboratore, "è ormai durata oltre il lecito". Un puzzle dove le candidature per le Regionali del 2010 si legano a doppio filo non solo al rilancio di una stagione riformatrice (e la giustizia è al primo posto) ma anche a una norma che blocchi i processi a carico del premier, ripartiti a tambur battente dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale. [...] Con ragioni diverse, infatti, i due alleati continuano a nicchiare su quella che il Cavaliere considera ormai la condicio sine qua non per continuare a governare: una norma "tampone" che abbia gli stessi effetti del Lodo Alfano così da non dover passare la legislatura tra un’udienza e l’altra a farsi "cuocere a fuoco lento" in vista delle prossime Politiche. Il ragionamento di Berlusconi, dunque, è piuttosto chiaro: o posso governare a pieno regime oppure meglio tornare alle urne. [...] Berlusconi vuole mettere "nero su bianco" l’intesa sulla blocca processi e, nel caso in cui si vada avanti con i distinguo degli alleati, non esclude affatto di presentare a tutti i parlamentari del centrodestra un documento da sottoscrivere che li impegni in questo senso».
 
Quelle che sembravano solo supposizioni dei soliti comunisti-massimalisti-giustizialisti-dipietristi e chi più ne ha più ne metta sono state confermate dal Capezzone/Bonaiuti cartaceo diretto da Feltri senza nessun problema: il governo italiano deve per prima cosa salvare il suo presidente. I problemi dei cittadini vengono dopo: la «condicio sine qua non» per passare a governare il Paese è quella di uccidere i processi del Cavaliere. Ribadiamo: non lo diciamo noi, ma Il Giornale.
 
AB

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POLITICA
16 ottobre 2009
La destra del Mangan(o)ello

Nel giorno il cui il papello – la prova della trattativa tra Stato e mafia del 1992 – diventa di dominio pubblico coi suoi 12 punti di che cosa può occuparsi il tg di Minzolini? Incredibile ma vero, il primo telegiornale italiano non ha dedicato neanche un servizio alle richieste avanzate da Cosa Nostra per chiudere la stagione di sangue corleonese. In compenso hanno trovato (molto) spazio altri servizi imperdibili, annunciati così da Susanna Petruni: «Gli alunni di una scuola elementare di Milano fanno rispettare le regole del codice della strada»; «Tanti incidenti stradali vedono coinvolti patentati di lungo corso. Vediamo quali sono le regole e i controlli per gli automobilisti anziani»; «Il mondo della moda e del design punta sul gadget elettronico più amato dagli italiani. Vediamo come il cellulare diventa un super lusso»; «Che fine ha fatto il vecchio salvadanaio? È un oggetto ormai dimenticato oppure c’è chi continua ad usarlo?»; «Richard Gere e Franco Zeffirelli grandi protagonisti al Festival internazionale del film mi Roma». Tutte notizie ovviamente ben più interessanti delle richieste di una certa signora mafia ad un certo signor Stato.

Ma il tg del Minzo non si è fermato qui. Ecco infatti come il notiziario con l’infaticabile Susanna Petruni ha illuminato il suo pubblico sul modo di fare giornalismo dalle parti dell’illibata Finivest: «È polemica per un video mandato in onda da Mattino5 e per un articolo de Il Giornale sul giudice della sentenza sul lodo Mondadori, Mesiano, ripreso in un momento della sua vita privata. L’Anm parla di attacchi inaccettabili e scrive a Napolitano. Martedì il caso sarà discusso dal Csm. Per la Fnsi si tratta di pestaggio mediatico. Il garante della privacy valuta l’apertura di un’istruttoria. La maggioranza difende l’operato dei giornalisti delle 2 testate».
 
Cosa può aver capito un normale cittadino da queste parole? Anche in questo caso nessun servizio, nessuna spiegazione nel merito dell’articolo de Il Giornale, nessuna riproposizione della «roba ridicola, demenziale, una cosa che nemmeno una mente demenziale può concepire»(per usare le parole del noto comunista Antonio Ricci) mandato in onda da Canale5 e nessuna delucidazione sulle sigle citate (Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, Federazione Nazionale Stampa Italiana), naturalmente ben salde nella mente dei disattenti italiani. Soprattutto, nessun accenno al fatto che Mattino5 e Il Giornale rappresentino due dei numerosi house organs di Berlusconi, accenno che avrebbe probabilemente chiarito coma mai nella questione sia intervenuto il solito Pdl, quello impegnatissimo ad affrontare la crisi e che non ha mai tempo per bazzecole che riguardino il suo esponente di maggior spicco (tipo lodi alfani, riforme delle intercettazioni, riforme della giustizia, immunità parlamentari).
 
Fortunatamente il tg1 ci ha però risparmiato anche la seguente dichiarazione di Mauro Crippa, direttore generale News Mediaset: «Non accettiamo bacchettate da chi negli ultimi mesi ha reso sistematica prassi giornalistica lo spionaggio a senso unico dal buco della serratura. Troppo comodo prendersela oggi con Brachino, che mostra a passeggio per strada un magistrato che obbiettivamente ha acquisito notorietà nazionale ed internazionale, quando l’informazione giornalistica è dominata da curiosità assai più morbose. Vogliamo tutti maggiore sobrietà nell’informazione? Le News di Mediaset raccolgono l’invito in attesa che lo stesso facciano quelli che così istericamente ci criticano».
 
Sarebbe stato bello poter vedere la faccia di quest’uomo che, per tenere ben al sicuro il suo sedere, soprassiede sul fatto che il “gossip” che riguarda Berlusconi nasce dalle uscite di Veronica Lario (veline all’Europarlamento e frequentazioni con minorenni da parte di un 73enne), da indagini della magistratura (voli di Stato ed escort) e da interviste di ragazze-immagine (ancora per il caso Gampi), a differenza invece del caso odierno, nato da un pedinamento già annunciato da quello che in teoria – cioè per la legge che lui stesso si è fatto (la Frattini) e in ossequio a quella che gli ha cristallizzato il suo monopolio (la Mammì) – non dovrebbe avere niente a che fare con Mattino5 e Il Giornale («un giudice del quale se ne sentiranno venire fuori delle belle» ebbe a dire domenica il mero proprietario Silvio Berlusconi). Un pedinamento confermato del resto dalle indiscrezioni raccolte da Il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi.
 
Il comunicato Mediaset – che continua a mettere insieme opposizione, Repubblica e giudici, senza distinzione di funzione e ruolo – però aiuta a capire dove stiamo andando a finire: il fatto che le aziende di Berlusconi non accettino che vengano date le notizie e che quindi considerino legittima la vendetta tramite metodi mafioso-piduisti (dossier, pedinamenti, scoop creati ad arte come il falso fidanzato di Noemi, picchiatori televisivi alla Gasparri), non può lasciare tranquillo nessuno, soprattutto chi cerca la verità in questo scellerato Paese di mafiosi, corruttori, nani e ballerine.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 16/10/2009 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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