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POLITICA
9 agosto 2010
Italo Smemo/2

Con le parole odierne del portavoce Daniele Capezzone, il Pdl ha finalmente una posizione ufficiale: vuole la testa di Fini. «Se Fini vuole compiere un atto di dignità e non di viltà politica – ha esordito l’ex radicale – deve rassegnare le dimissioni da presidente della Camera. Le sue dimissioni sono ormai inevitabili per due ragioni. Primo: è ormai un caso pubblico, per milioni di cittadini, la scarsa trasparenza della situazione relativa alla casa monegasca, e quelle fornite ieri da Fini sono delle 'non spiegazioni'. Per altri, in circostanze meno gravi, i finiani hanno reclamato dimissioni immediate: noi siamo garantisti, ma ora sta a loro mostrare coerenza rispetto alle loro stesse richieste di poche settimane fa. Secondo: Fini non è più super partes, e da tempo, nella sua funzione di terza carica dello Stato. È inaccettabile che Fini intervenga quotidianamente nel dibattito politico, per dividere anziché per unire, trasformando una funzione di garanzia in un ruolo di capofazione che organizza la sua corrente e trama contro il governo e la maggioranza scelti e confermati dagli italiani. Tutto ciò non è più accettabile. Almeno, ci risparmi lo spettacolo di vedere il solito politico aggrappato alla sua poltrona fino all’ultimo momento possibile».

Prima di passare al vero tema di questo articolo, urgono un paio di risposte (sotto forma di domanda) ad uno dei peggiori zompatori della storia d’Italia. 1) Quali sono secondo Capezzone i casi meno gravi rispetto a quello di Fini che hanno portato comunque alle dimissioni? Quello di Scajola, che ha differenza del caso del presidente della Camera, ha visto coinvolta direttamente la sua casa e l’interessato (Fini è chiamato in ballo come leader del partito per una casa in cui non ha mai abitato)? Oppure quello di Brancher, con l’apposita nomina a ministro che gli è valsa per un po’ il legittimo impedimento (poi, dimessosi da ministro, visto che è innocente, è stato condannato in primo grado a due anni)? O magari quello di Cosentino, con un mandato di cattura per associazione camorristica confermato in Cassazione? 2) Perché Fini non può intervenire nel dibattito politico? Da quando il presidente della Camera ha perso il diritto di parola? Perché Schifani può invece pontificare su tutto lo scibile umano a piacimento senza che il Capezzone di turno gli ricordi il suo ruolo di garanzia? 3) A proposito dei politici attaccati alla poltrona fino all’ultimo, se lo ricorda il nostro maestro di coerenza il caso di Cesare Previti, il braccio destro del suo capo rimasto abusivamente in Parlamento per oltre un anno (dal 5 maggio 2006 – giorno in cui la sentenza Imi-Sir è diventata definitiva vietandogli sine die i pubblici uffici – al 31 luglio 2007, quando Previti piuttosto che farsi dichiarare ineleggibile dall’apposita giunta si dimise)? O è il caso di ricordargli perché Marcello Dell’Utri è diventato parlamentare («Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Quando nel 1994 si fondò Forza Italia e si fecero le prime elezioni, le candidature le feci io: non mi sono candidato perché non avevo interesse a fare il deputato. […] Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo è arrivato il mandato d’arresto», 10/02/10) e, magari, che è appena stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno?
 
Sistemato Capezzone, passiamo alla replica riservatagli dai finiani, in particolare a quelle di Italo Bocchino. Svariate infatti sono state le sue dichiarazioni odierne. Riportiamo le frasi più interessanti: «Se Berlusconi ha ancora un pizzico di rispetto per la democrazia e le istituzioni, smentisca immediatamente il portavoce del suo partito, Daniele Capezzone, e stoppi la campagna vergognosa de Il Giornale»; «[Si tratta di] un fatto senza precedenti e gravissimo dal punto di vista politico e istituzionale. È come se Il Secolo facesse il coupon: "Berlusconi dimettiti per il processo Mills"»; «Siamo di fronte a una campagna inaccettabile e vergognosa e ancor più grave perché rientra in un contesto di bastonatura mediatica in cui si utilizzano uno e più strumenti di proprietà del presidente del Consiglio».
 
Le domande che ci vengono in mente sono parecchie: a Bocchì’, ma dove sei stato fino a stamattina? Te ne sei accorto solo ora dei professionisti del manganello arcoriani? Com’è che fino ad un anno fa andavi a braccetto col suddetto Capezzone e coi tuoi più o meno colleghi Cicchitto, Gasparri e Quagliariello, senza battere ciglio di fronte ai pestaggi mediatici riservati a quelli che all’epoca erano anche tuoi nemici?
 
Siccome siamo di buona, speriamo che l’onorevole abbia finalmente imparato la lezione, cioè a diffidare dalla corte di Berlusconi, che non si compone solo di nani e ballerine, ma anche di picchiatori e buttafuori. Anche perché i galantuomini non si fanno problemi a manganellare anche gli amici del nemico Fini. Lo ha potuto provare in prima persona il 30 aprile scorso proprio Bocchino, quando il solito quotidiano di quel gran signore che è Vittorio Feltri ne sputtanò la moglie in prima pagina. Non fu un attacco gratuito, gli scagnozzi – come abbiamo scritto ieri – non si muovono mai a caso e rispondono alle esigenze del padrone: era di appena due settimane prima lo scontro tra finiani e berlusconiani nella diretta del programma di Paragone L’ultima parola, scontro che vide in prima fila proprio Bocchino, randellato poi a dovere dall’apposito Giornale.
 
Rivangato il passato, chiudiamo con un paio di auspici: che Il Secolo pubblichi il coupon annunciato sul processo Mills, che i finiani rispondano per le rime a questi damerini armati di clava (come abbiamo fatto noi ieri, Bocchino oggi ha tirato fuori la vicenda della villa di San Martino), che l’intera opposizione si accodi a questa denuncia del conflitto d’interessi. Per sconfiggere il berlusconismo, questa è la prima cosa da fare.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 9/8/2010 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 luglio 2009
Popolo della Libertà. Di chi?

Res sunt consequentia nominum: le cose sono la diretta conseguenza dei nomi. Per capirlo, si pensi al concetto di libertà. Cosa vuol dire oggi questa parola? Pensate al Pdl, il Popolo della Libertà. Libertà per chi? Per tutti? Per chi lo vota? Per uno?

Prendete la dichiarazione odierna di Italo Bocchino: «La sinistra italiana dopo aver incassato amaramente il successo del governo con il G8 si trova adesso stretta nella tenaglia mortale rappresentata per un lato dall’irresponsabile estremista Di Pietro e dall’altro dal populismo giustizialista di Beppe Grillo che vuole insinuarsi nel Pd. L’unica ancora di salvezza per la sinistra sarebbe un accordo con il Pdl per fare le riforme da noi suggerite, liberandosi così delle troppe zavorre e partecipando ad una fase costituente». In queste parole, a chi è rivolta la libertà?
 
Il Pd dovrebbe accettare supinamente le riforme del Pdl per partecipare ad una nuova fase riformista, quella che dovrebbe portare l’Italia al presidenzialismo e allo snellimento dei regolamenti parlamentari, ma anche alla sottomissione della giustizia al governo. Prima però il centrosinistra dovrebbe rivedere le alleanze, lasciando da parte quello che pensano i suoi elettori: la coalizione, anche quella, la detta il governo. Dunque via Di Pietro e Grillo (che non si sa bene da quando tenga in scacco il PD che, molto democraticamente, lo lascerà a casa, forse per paura che potesse anche vincere). Sempre in nome della libertà ovviamente.
 
Nel pensiero di Bocchino, dove sta la libertà se non a casa di Berlusconi, che si ritroverebbe finalmente libero dall’ultimo baluardo di opposizione rimasto in Italia? Il Pd con queste scelte, quali vantaggi trarrebbe? Sarebbe più libero? E di fare che cosa? Di ottenere qualcosa da questo governo? Di farlo recedere dai suoi propositi? Oppure di accordarsi con i pizzini di La Torre? O con una comparsa alla Villari?
 
In sostanza, che cos’è la libertà nel Pdl? Quella di Quagliariello che da radicale si trova a difendere i provvedimenti più oscurantisti d’Occidente? Oppure quella di Capezzone, che saggiamente su questi temi se ne sta zitto, visto il suo passato da cannato eutanasista? Magari è quella di Bondi, che da sindaco comunista si ritrova ad aver posto la sua residenza ad Arcore, nell’attesa di un loculo nel mausoleo? Oppure è quella di Tremonti e Maroni, che da un lato esaltano le confische messe in atto contro la mafia e dall’altro la risarciscono con lo scudo fiscale, il riciclaggio di Stato?
 
Forse, più semplicemente, è solo quella di poter fottere ancora una volta gli italiani, per favorire il solito noto e i suoi amici molto raccomandabili sulle spalle del popolo. Che non è quello della libertà, ovviamente.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 13/7/2009 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
4 giugno 2009
Berlusc[....]ones

Oggi commentiamo il vergognoso trattamento del tg1 riservato al centrodestra nella nota politica: dopo i servizi su Berlusconi, Bossi e Franceschini, la nota ha completamente oscurato gli eletti del Pdl. Se infatti alle opposizioni in parlamento sono stati dedicati vari servizi (uno a testa per Fassino, Casini, Di Pietro) e quelle escluse dal voto dello scorso anno hanno ottenuto un servizio unico con le voci di Ferrero per la lista comunista, di Nencini per Sinistra e Libertà, della Melchiorre per i liberaldemocratici e di Penati (presente in Parlamento, alleato alle europee con l’Mpa, i pensionati e la Destra di Storace), agli esponenti della maggioranza sono state riservate solo le seguenti parole del curatore della nota, Marco Frittella:

«La maggioranza replica con nettezza alle critiche dell’opposizione. Da Palazzo Chigi il sottosegretario Paolo Bonaiuti afferma che Franceschini non si è accorto che gli italiani stanno con Berlusconi oggi più che ieri. Basta vedere, dice Bonaiuti, il distacco negli ascolti a Porta a Porta per capire che la sinistra non ha più il polso dell’Italia reale. Franceschini, dice La Russa, ha avuto paura di candidarsi ed è tutt’altro che il nuovo che avanza, osserva Maurizio Lupi. La riapparizione di Prodi e Veltroni si rivelerà, secondo Capezzone, un boomerang. Gli italiani, dice Bocchino, hanno capito la strumentalità delle critiche della sinistra. Sentiamo su questo il ministro Guardasigilli Alfano: "È da ribadire l’importanza di votare Silvio Berlusconi che è il nostro capolista e il leader del popolo delle [sic, nda] libertà candidato al parlamento europeo e che sta guidando con generosità e coraggio una grande battaglia per fare contare di più l’Italia in Europa"».
 
Ce ne sarebbe abbastanza per gridare all’oscuramento, alla violazione della par condicio e alla Rai occupata dai comunisti. Oppure per affiancarsi ai radicali nello sciopero della fame e della sete contro questa informazione censoria. Ma i nostri eroi, i berluscones, non sono caduti così in basso e soffrono in virile silenzio, trattenendosi anche per l’incredibile assenza in contemporanea di altri 3 noti habitués dei notiziari, Gasparri, Cicchitto e Quagliariello.
 
Riconsiderando però le loro affermazioni, non vorremmo che, con un grande atto di dignità, fossero stati loro stesso a imporre l’oscuramento. Analizziamo meglio le loro parole: Bonaiuti ha deciso che lo share ottenuto da Vespa con la presenza del Canagliere (peraltro favorito in maniera ignobile dalla pubblicità che il tg1 gli ha fatto in conclusione del notiziario di ieri, a differenza di quanto fatto con Franceschini il giorno prima) vale più delle elezioni stesse; due ministri della Repubblica, quello della Difesa (che deride l’avversario) e quello della Giustizia, invitano a buttare il loro voto dando una preferenza ad uno che non può entrare per legge al parlamento europeo; il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, dice che Franceschini non può essere il nuovo che avanza, nonostante abbia come capo un prossimo settantatreenne; il portavoce del Pdl, Capezzone, ha dimostrato solo di aver imparato bene il vocabolario standard del suo datore di lavoro, utilizzando la parola «boomerang» (le altre sono «la costituzione non è un moloch», «la sinistra gioca al tanto peggio tanto meglio», «Franceschini è demagogico», «il Pd è succube di Di Pietro, che mi fa orrore», «toghe rosse», «giustizia ad orologeria», «eredità dei precedenti governi») e dimenticandosi ancora una volta di essere stato alleato con Prodi e Veltroni; l’onorevole indagato Italo Smemo sostiene invece che gli italiani sanno distinguere un fatto vero dalle accuse false della sinistra, dimenticandosi che Berlusconi, alla prova dei fatti e incontrovertibilmente, nell’ordine aveva provato a candidare veline, ha frequentato delle minorenni, è stato ritenuto un corruttore da dei giudici e ha utilizzato i voli di Stato per trasportare la nota autorità Apicella.
 
Ma forse non si tratta di autocensura: potrebbe infatti trattarsi semplicemente di un ripensamento del tg1 che ha provato a riequilibrare l’incredibile onnipresenza del premier (dopo 2 interventi nel giro di un mese a Porta a Porta; dopo le continue interviste con logo incorporato, nonostante la par condicio lo vieti; dopo la giornata odierna con i 47 minuti a Mattino 5 dagli zerbini Brachino- Belpietro e l’intervista a Sky) omettendo di riportare tutte le dichiarazioni di questi personaggi. Del resto basta il Canagliere a convincere gran parte degli italiani che anche le veline rappresentano la società e quindi hanno diritto (più degli altri, visto che risollevano il morale del capo) ad un posto in parlamento; che dare 27589 versioni diverse su strani rapporti con delle ragazzine non voglia dire mentire; che i voli di Stato ad uso e consumo di personaggi folklorici ed equivoci non sono spese del denaro pubblico e quindi nemmeno scandalosi; che i giudici italiani sono tutte toghe rosse che però, nonostante tutto, in 15 anni, con le molteplici occasioni che hanno avuto, non sono riuscite mai a sbatterlo in galera; che il Pd controlla tutta la stampa, anche quella straniera; che il conflitto d’interessi riguarda Murdoch, che ordina campagne mediatiche sui suoi giornali, e non lui; che è Kaka che vuol andare via dal Milan e non il presidente che deve ripianare i bilanci.
 
A convincerla, insomma, che l’Italia è una repubblica solo formalmente democratica, fondata sulla televisione e sull’ignoranza dei cittadini.
 
AB
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