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"Dacci oggi la nostra incazzatura quotidiana"
 
 

POLITICA
4 settembre 2010
Il dovere di contestare

Ecco tramite il link l'articolo dedicato alla seconda carica dello Stato dopo l'intensa giornata che ha vissuto oggi.

Alessandro Bampa


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POLITICA
14 agosto 2010
I maiali populisti incoerenti

È molto istruttivo lasciare passare qualche giorno senza scrivere per poi riprendere in mano quanto avvenuto durante il “silenzio stampa”: ti rendi conto che solo ad elencare le baggianate dichiarate dai nostri politici in questo lasso di tempo non basterebbe un libro. Quando lo fai, operando una selezione delle frasi per ovvi motivi di spazio, ti sorge in automatico una domanda: da che gente ci stiamo facendo guidare? Certamente – e questa è la tragica conclusione – anche da dei personaggi che fingono di ignorare la Costituzione per fini più preoccupanti.

In questi giorni è addirittura dovuto intervenire Napolitano – quello che ha promulgato il lodo Alfano e il legittimo impedimento – per ricordare alle teste calde della maggioranza che chi decide se andare o meno ad elezioni è il presidente della Repubblica e non un pregiudicato per finanziamento illecito che inneggia ad inesistenti stati nel Nord, un piduista capogruppo del Pdl alla Camera o uno Schifani qualunque, sul punto già recidivo (era il 17 novembre scorso quando se ne uscì con la frase «Se la maggioranza è divisa, si torni al voto»).
 
Ed è stato sempre il capo dello Stato a dover ricordare che un eventuale governo tecnico – che, allo stato attuale, è semplicemente un’utopia – non rappresenta un golpe: esso infatti può andare avanti solo se ha la fiducia dei parlamentari, i rappresentanti del popolo. Purtroppo tali ovvietà in Italia sono considerate come cose fantascientifiche o – nel caso di quel pover’uomo che risponde al nome di Stracquadaniocomuniste.
 
Urge evidentemente un piccolo ripasso dei meccanismi alla base della nostra Repubblica: i cittadini italiani eleggono i parlamentari, non il capo del governo, nominato infatti solo dal presidente della Repubblica (art. 92), l’unico che può sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni (artt. 87 e 88) e che a sua volta viene eletto solo dai suddetti parlamentari (art. 83). Insomma, come ha ribadito Napolitano, non possono esistere governi che non siano politici. Il concetto, per uno che ha studiato anche solo vagamente la Costituzione, è semplice.
 
Ciò detto, bisogna stare attenti: i personaggi di cui sopra stanno solo fingendo di ignorare questi basilari principi. Le loro dichiarazioni infatti sono mirate ad un progetto ben preciso: far passare nella testa dei loro supporters il modello populista-plebiscitario di stampo fascista per abituarli all’idea. Ecco perché non c’è giorno in cui uno dei berluscones più o meno doc non ribadisca questi concetti, alla base del totalitarismo: a forza di sentirselo ripetere a reti unificate, il popolo bue comincerà a crederci, dimenticandosi delle sacrosante parole scritte nella Carta.
 
Già, il popolo, quella massa indefinita che purtroppo allo stato attuale sostiene ancora questa maggioranza. Il popolo soprattutto berlusconiano e leghista dunque. Quest’ultimo tornato ancora una volta alla ribalta grazie a Bossi: a sentire sbraitare il Senatur, te lo immagini sempre lì che aspetta, ovviamente armato, di fare un po’ di rumore («Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell’operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate», oggi), anche se in maniera democratica («La Lega fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c’è democrazia nel Paese, la portiamo noi», 31/07/10).
 
Senza di esso e quindi senza il partito padano, probabilmente Berlusconi e il berlusconismo sarebbero già un ricordo. Ha infatti ragione Bossi quando dice che «la maggioranza la determina la Lega», è sempre stato così. Anche quando ha perso, nel 2006, il Carroccio è risultato decisivo nell’indicare la maggioranza: è bastato il porcellum di Calderoli per rendere ingestibile la legislatura, proprio quel porcellum per il quale siamo qui a parlare della possibilità del governo tecnico, che entrerebbe in carica solo per cassarlo.
 
Dunque, bisognerebbe depotenziare la Lega. In realtà basterebbe solo volerlo, gli argomenti per riuscirci ci sono tutti. Puoi parlare di legalità elencando gli inquisiti del Nord e dei venditori di fumo con le riforme promesse ma mai andate in porto. Oppure puoi basarti sull’incoerenza.
 
Parlando di questo fantomatico governissimo ad esempio, sarebbe interessante mettere a confronto la posizione odierna dei padani («L’idea di un governo tecnico è fuori dal mondo») con quella del 1995, quando fu proprio il Carroccio a far cadere Berlusconi: all’epoca Bossi&co. non si strapparono i capelli per il mancato ricorso alle urne e per la nomina del governo tecnico guidato da Lamberto Dini, tant’è che gli diedero la fiducia e l’appoggio esterno. Altri tempi, evidentemente. Fatalità però erano gli stessi in cui anche loro – come in questi giorni i finiani – si rifacevano alle carte poi usate da Marco Travaglio, risultando peggio dei dipietristi di oggi.
 
Il materiale per contrastare la retorica leghista c’è, ed è anche parecchio. Se poi ci fosse un’opposizione che lo utilizzasse, sarebbe anche meglio. Già, un’altra utopia, come il governo tecnico che almeno ripristinasse le preferenze nella legge elettorale per riportare l’Italia nel solco delle democrazie e fermare la deriva populista.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
26 luglio 2010
La corda in casa dell'impiccato

Colpo di scena oggi nella telenovela del Pdl: Gianfranco Fini ha finalmente preso la parola provocando la dichiarazione di guerra dei suoi colleghi di partito. Il presidente della Camera si è macchiato del delitto più ignobile agli occhi dei berlusconiani: sostenere Fabio Granata nella sua personale lotta sulla questione morale.

Quattro le frasi finiane al centro dello scandalo: «Mantenere incarichi per chi è indagato è una questione di opportunità politica che dovrebbe far riflettere»; «La grande questione dell’etica deve essere una bandiera del Pdl. La difesa della legalità vuol dire anche non prestare il fianco, in alcun modo a polemiche»; «Due devono essere le stelle polari: certamente il garantismo, ma c’è da chiedersi se è opportuno che chi è indagato abbia incarichi politici. Una necessità anche a livello regionale, qui in Campania»; «Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».
 
Apriti cielo: neanche il tempo di registrare le dichiarazioni del cofondatore del Pdl che è subito partito l’assalto ai giornalisti da parte dei berluscones nel tentativo di correre ai ripari con apposite dichiarazioni. Prendiamo la prima replica, quella di Sandro Bondi: «Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno, in questo modo, ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia».
 
All’incredibile ministro per la Cultura non passa per la testa di confrontare le uscite di Fini con quelle ben più numerose di Schifani, il presidente del Senato che in caso di morte di Napolitano ne assumerebbe gli incarichi. Andasse il ministro a riprendere ad esempio quella dell’11 luglio scorso, quando la seconda carica dello stato in un’intervista al Corriere continuava a vestire e svestire i panni istituzionali  per dire quello che gli pareva, parlando anche del suo partito nonostante la sua posizione istituzionale: eccolo che, nell’ordine, disquisiva sulla manovra, sulle intercettazioni, sui media che non scioperarono quando a proporre il bavaglio era stato Mastella, sul rapporto Berlusconi-Fini, sul correntismo del Pdl, sulla questione morale nel suo partito (che per lui non c’è: «Ritengo comunque esagerato parlare di questione morale nel Pdl. Ci possono essere singoli casi che hanno turbato l’opinione pubblica e che toccherà alla magistratura verificare»), sul riavvicinamento con l’Udc, sul Pd succube di Di Pietro e infine sul bipolarismo da salvaguardare. Dov’era Bondi quando è uscita quest’intervista? Non vi ha visto un «sacrificio delle istituzioni di garanzia»?
 
Il problema ovviamente non è dato dal fatto che Fini abbia parlato. È quello che ha detto che fa indiavolare i nani e le ballerine di Berlusconi. E che diamine! Nel Pdl te ne vieni fuori con la questione morale? Ma stai scherzando? Proprio in questo periodo? Ma lo sai che i giudici più buoni di Palermo hanno appena condannato in appello il braccio destro di Silvio a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Ma lo sai che quello che era il vice di Tremonti ha continuato a lavorare tranquillamente per 9 mesi con una richiesta di custodia cautelare confermata anche dalla Cassazione per concorso esterno in associazione camorristica? Ma lo sai che il già citato Dell’Utri e il coordinatore nazionale Verdini sono indagati per la P3? A Gianfra’, ma lo sai che il duce in pectore di questa bella combriccola è entrato in politica solo per salvarsi dai processi (cominciati prima della sua discesa in campo, checché ne dica, e tuttora in corso) ed evitare il fallimento? Ma ti pare il caso di parlare di corda in casa dell’impiccato? Fini, lei è un dipendente del servizio pubblico, si contenga!
 
Scherzi a parte, siamo contenti di aver ritrovato il Fini del vecchio Msi, quello che nel votare l’abolizione dell’immunità parlamentare nel 1993 – come ha ricordato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano l’11 ottobre scorso – definì il meccanismo «un privilegio medievale»,  uno «strumento per sottrarsi al corso necessario della Giustizia» (all’epoca con lui c’erano anche Gasparri e La Russa, oggi evidentemente lobotomizzati).
 
Ora speriamo di rivedere anche quello della fine del 2007, quello che se ne andava in giro dichiarando cose come: «Il nuovo partito fondato da Berlusconi in piazza San Babila? Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. […] Voglio che sia chiaro a tutti che, almeno per quel che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi… Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il premier, deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno… Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Si faccia appoggiare da Veltroni» (18/11/07).
 
Se ritornasse la persona di quel glorioso periodo avrebbe anche l’occasione di riscattare la sua immagine dopo l’improvvida dichiarazione del 16 dicembre dello stesso anno, quella che ci ha più volte permesso di chiamarlo «pecora» («Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora»). Presidente Fini, ci ascolti: oggi Lei può finalmente cancellare quegli oltre cento giorni da pecora. Come Lei certamente ben si sa, ne basta uno da leone. Ancora uno sforzo ed è fatta.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
25 luglio 2010
L'antimafia dei fatti

Continua l’alzata di scudi pidiellini contro Fabio Granata, il deputato finiano condannato all’esilio dal partito dell’amore di ciccioliniana memoria  solo perché vuole vederci chiaro sulle stragi del ’92-’93. Dopo le parole di ieri di Frattini e di Lupi, oggi è infatti toccato ad Alemanno e La Russa invitare il collega a lasciare il partito.

Che i due siano ex fascisti lo si capisce dal linguaggio utilizzato: per il sindaco di Roma, già coinvolto in passato in vicende da squadristi, è il caso che Granata «vada a farsi un giro fuori»; per il ministro della Guerra, il deputato finiano ha tre alternative: «O dici nomi, cognomi o almeno dai indizi forti sui pezzi del governo che starebbero ostacolando la lotta alla mafia, e in quel caso io non potrei stare un minuto di più nel governo se una cosa del genere fosse vera; oppure tu chiedi scusa; o lascia il partito».
 
Alemanno lo lasciamo al suo proposito di sfondare i caselli sul raccordo anulare. A La Russa invece rispondiamo tramite le parole di quello che certamente all’interno del governo farà tutto il possibile per bloccare il conseguimento della verità sulle stragi. Ci riferiamo ovviamente a Silvio Berlusconi, uno dei migliori alleati della mafia, «quanto meno sotto il profilo economico» secondo il capitolo intitolato esplicitamente I contatti tra Salvatore Riina e gli on. Dell’Utri e Berlusconi nella sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta che nel 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la strage di Capaci.
 
Partiamo dalla strana visione della lotta alla mafia che il nostro presidente del consiglio ha, riportando le sue recenti dichiarazioni sulla battaglia culturale che dovrebbe accompagnare gli arresti, quella invocata a più riprese da Borsellino (il suo inequivocabile pensiero l’abbiamo riportato anche ieri) ma che per il premier è solo indice di anti-italianità. La prima è del 28 novembre 2009: «Io se trovo però quelli che hanno fatto nove serie della Piovra e quelli che scrivono i libri sulla mafia e che vanno in giro in tutto  il mondo a farci fare così bella figura, giuro che li strozzo»; la seconda è del 16 aprile scorso: «La mafia italiana risulterebbe essere la sesta mafia al mondo ma guarda caso è quella più conosciuta perché c’è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie [ma non erano nove?, nda] della Piovra programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra».
 
Quella del 14 ottobre 1994 («Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro Paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo») è la più inquietante, avendo trovato il consenso di tale Riina Salvatore, che dieci giorni dopo si è sentito in dovere di rispondergli elogiandolo: «È vero – disse il capo dei capi –, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale Piovra! Sono romanzi... Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
 
Se il ministro non ritiene sufficienti queste dichiarazioni per vedere in Berlusconi un fermo oppositore alla verità su quegli anni cruciali (in pratica, vuole tappare la bocca a chi prova a parlare di qualsiasi cosa inerente alla mafia), gli consigliamo di fare quello che gli ha suggerito anche Granata, ovvero «consultare le agenzie di stampa». Potrebbe così imbattersi nell’affermazione del suo amato premier dell’8 settembre scorso: «So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del ‘92, ‘93 e ‘94. È follia pura. Quello che mi fa male è che gente così, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese». Poi potrebbe anche trovare la frase del sempre imparziale Renato Schifani di due giorni successiva: «[La magistratura] mi piace meno quando alcuni singoli magistrati, seguendo contorti e nebulosi percorsi ed avvalendosi di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano per sentito dire, tendono a riproporre teoremi politici attraverso la rievocazione di un passato lontano che avrebbe visto congiure contro il regolare assetto delle istituzioni. Mi piace di più, invece, quando si occupa, a volte addirittura pagandone il prezzo in prima persona, del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia per distruggerne l’organizzazione territoriale, sradicandone le sue radici velenose e profonde». Se non c’è nulla da nascondere, perché ad ogni minimo segnale di avvicinamento della verità questi energumeni si devono allarmare, mettendo le mani avanti tramite i loro giornali (rivedetevi i titoli di Libero e Il Giornale successivi alle dichiarazioni poi smentite dei pm di Caltanissetta)?
 
Purtroppo sappiamo benissimo che mettersi a parlare male di Berlusconi con La Russa, anche coi fatti alla mano, è solo una perdita di tempo. Ecco perché adesso ci rivolgiamo direttamente a Fabio Granata: onorevole, cosa ci fa ancora nel Pdl? Ormai è chiaro che la Sua presenza, oltre ad essere indesiderata dai padroni di casa, è del tutto inopportuna: più resta accanto a loro, più rischia d’infangare la Sua immagine, per ora illibata (condanna netta della vicenda Cosentino sin dallo scorso inverno, attacchi al bavaglio e, appunto, richiesta di verità sulle stragi sono lì a dimostrarlo). È giunto il momento che Lei e la Sua collega Angela Napoli che anche oggi non le ha mandate a dire ai suoi colleghipassiate dalle parole ai fatti veri e propri, quelli definitivi, aggiungendoli a quelli dell’antimafia che già Vi caratterizzano, per staccarVi chiaramente da quello che è ormai chiaramente un partito che considera i botti alla base della seconda Repubblica solo roba vecchia.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
3 marzo 2010
Quando penso ai vari Formigoni...

«Qui sta per saltare il coperchio sulla pentola»: è sempre il caso di ricordarsi della frase di Paolo Mieli pronunciata ad Annozero l’11 febbraio scorso. Anche perché se non la si tiene presente è difficile mettere in fila i fatti quotidiani rimanendo seri e rispettando la logica.

Razionalmente parlando, come si può accettare che Fabrizio Cicchitto – in riferimento ai respingimenti delle liste Pdl in Lazio e Lombardia – parli di elezioni che «corrono il rischio di essere falsate con conseguenze gravissime per la nostra democrazia» dall’alto della sua tessera P2 2232? Da quando i garanti della democrazia sono (ufficialmente) i piduisti?
 
Razionalmente parlando, cosa possiamo dire di Maurizio Gasparri, che oggi al tg1 ha detto che «i valori fondamentali della Costituzione e della democrazia, il diritto alla partecipazione democratica di milioni e milioni di italiani di tante regioni devono prevalere sul timbro tondo o quadrato: è in gioco la democrazia stessa»? L’esclusione dalle elezioni è dettata da una questione di timbri o da irregolarità certificate? Quanto alla partecipazione democratica, c’è qualcuno che nel week end consultivo si metterà davanti all’entrata dei seggi elettorali di Roma e Milano bloccando gli elettori del Pdl? No, semplicemente non ci saranno le liste irregolari: il diritto di voto è garantito per tutti.
 
Razionalmente parlando, con Gasparri è sembrato quasi di risentire l’incredibile presidente del Senato Renato Schifani che ieri, con la sua celebre imparzialità, aveva invitato a far prevalere «la sostanza sulla forma quando la forma non è essenziale». Già, a noi che ce ne frega dei regolamenti? Detto da un ex avvocato di mafiosi – una delle categorie di criminali che più a beneficiato di cavilli giuridici assieme al nostro premier – poi, è proprio il massimo.
 
Razionalmente parlando, come commentiamo l’uscita odierna di Calderoli, secondo il quale «serve una risposta politica ai furbi che cercano vittorie a tavolino»? Non è che il ministro per la Semplificazione – cioè quello che doveva tagliare anche i bizantinismi elettorali – sta invocando la famosa “leggina”? No, perché solo ieri il suo collega di partito e di governo Maroni ha detto che «non si possono cambiare le regole, non c’è spazio per un provvedimento d’urgenza da parte del Governo».
 
Razionalmente parlando, cosa dobbiamo pensare di questa frase: «Non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto»? Se poi l’ha detta un ex (?) fascista come La Russa, come ci dobbiamo comportare? E se poi La Russa è lo stesso che domenica scorsa allo scoppio del caso laziale lasciava da parte le toghe parlando solo di «grande leggerezza» da parte dei pidiellini addossando loro tutte le colpe, cosa dobbiamo attenderci da questa svolta? Un’allegra scampagnata di gente vestita di nero fino a Roma?
 
Razionalmente parlando, tutti i personaggi appena citati cosa pensano di Umberto Bossi, che ieri molto semplicemente ha definito i funzionari del Pdl «dilettanti allo sbaraglio», senza evocare alcun complotto? E cosa pensano – soprattutto Calderoli – della Padania, che ieri intervistava il segretario nazionale della Lega lombarda Giorgetti, che se n’è uscito fuori con la frase «il Pdl impari come si fa politica con passione e competenza»?
 
In conclusione, razionalmente parlando, se i nostri finti rappresentanti arrivano perfino a giocarsi definitivamente la credibilità rilasciando dichiarazioni che si contraddicono tra loro nel giro di poche ore; se i nostri politici sono anche pronti a fingersi schizofrenici pur di rimanere al potere; se i nostri “eletti” sono addirittura disposti a mandare ad una nazione (già di suo adusa alle furbate) il devastante messaggio dell’inutilità delle leggi pur di stare attaccati alla poltrona, non è che forse davvero hanno una fifa boia del tanto evocato popolo e le stanno provando veramente tutte per rimanere in sella, avendo percepito che «qui sta per saltare il coperchio sulla pentola»?
 
Alessandro Bampa
POLITICA
24 dicembre 2009
C'è Schifani e Schifani

«Le missioni internazionali di pace andranno avanti, il Parlamento le ha rifinanziate di recente votando all’unanimità»: così ha parlato oggi Renato Schifani da Pec, in Kosovo, portando gli auguri di Natale ai nostri soldati. «Il Parlamento ha dimostrato in questa legislatura – ha aggiunto la seconda carica dello Stato – una grande unità e una grande solidarietà verso tutte le nostre missioni di pace. C’è stata un’ampia convergenza, che conferma l’impegno italiano per portare la pace nel mondo e garantire così anche la pace al proprio interno».

Ineccepibile ragionamento. Chissà cosa avrebbe detto allora l’attuale presidente del Senato il 27 marzo 2007, quando il Parlamento si trovò a dover rifinanziare le missioni di pace sotto la guida del governo Prodi. L’esito di quella votazione parla chiaro: 189 favorevoli, 132 astenuti, 2 contrari. Altro clima rispetto a quello odierno.
 
Entrando nei dettagli di quel voto, le stranezze aumentano: all’epoca le forze più o meno di sinistra che componevano l’Unione approvarono il decreto (solo Turigliatto votò contro); assieme a loro ci furono solo l’Udc, 4 senatori a vita (Montalcini, Scalfaro, Ciampi, Colombo) e Lino Januzzi, l’unico dissidente di Forza Italia che invece – assieme ad An, Lega, Dc-Pri-Mpa – si astenne. In pratica, un capovolgimento delle carte in tavola, con la sinistra guerrafondaia e la destra pacifista.
 
Come si può spiegare un tale risultato? Che fine avevano fatto le rispettive bandiere ideologiche di destra e sinistra? Come sempre in Italia, furono messe da parte in base al semplice calcolo politico, all’epoca la sopravvivenza del governo Prodi. Ecco che allora la sinistra si ricompattò rinnegando il suo pacifismo, mentre la destra mise da parte il suo interventismo succube della “filoamericania” per cercare di tornare al potere.
 
Ma proseguiamo con l’analisi di quella votazione. Sapete chi fu il rappresentante di Forza Italia che dovette argomentare l’astensione del suo gruppo parlamentare con la dichiarazione di voto? Proprio Renato Schifani. L’allora capogruppo di Fi al Senato giustificò la scelta dicendo che il suo partito si sarebbe astenuto per «manifestare un forte dissenso alla politica estera di questo Governo, che contestiamo e che ci ha portato sempre più a un isolamento internazionale». «Lo facciamo – aggiunse l’allora senatore semplice – anche per dare un segnale al Paese e al Governo: faccia in modo, assumendosene la piena responsabilità, di tutelare bene e meglio i nostri militari che abbiamo mandato consapevolmente lì a rischiare la vita». Infatti in realtà la destra all’epoca non rinnegò totalmente il suo carattere rifondarolo: il partito dell’amore avrebbe votato sì solo se fosse stato approvato l’ordine del giorno dello stesso Schifani, col quale i nostri militari sarebbero stati dotati di «armi di difesa attiva», proposta però bocciata dal Senato con le forze della sola Unione.
 
Che il vero obiettivo della destra di allora fosse la difesa dei nostri militari lo dimostrano le dichiarazioni inerenti quel voto. Prendiamone qualcuna caso. Ad esempio quelle di Schifani. Il giorno prima infatti disse con tono solenne: «Forza Italia è orientata a confermare il suo voto favorevole al decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero, ma non vogliamo più sentire parlare di talebani invitati al tavolo di una Conferenza di pace e chiediamo che i nostri militari siano dotati di armi di difesa attiva».
 
Se vi chiedete come mai il giorno dopo il suo partito cambiò idea e si astenne, forse vi sarà d’aiuto leggere un’altra frase dell’attuale seconda carica, pronunciata dopo la bocciatura del suo odg: «Ormai un dato è chiaro, la maggioranza non è autosufficiente». A chiarire definitivamente quale fosse il vero obiettivo dell’allora Cdl ci pensò, come al solito, Berlusconi: «Un governo che non ha una vera maggioranza, che non è autosufficiente, non è legittimato. Mi spiace di ripetere questa cosa, ma la situazione non cambia ed il prodotto non fa assolutamente bene al Paese» (Ansa delle 20:58 del 27/03/07).
 
Ora provate a immaginare se la sinistra tornasse a votare contro i finanziamenti delle missioni di pace all’estero, magari solo per far cadere Berlusconi. Cosa direbbe l’attuale presidente del Senato?
 
AB

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POLITICA
26 novembre 2009
Il Capezzone quotidiano (26/11/09)

«Mi auguro che la politica sia unita, senza eccezioni e stonature, nell’esprimere solidarietà al Presidente Schifani. Vale per lui e per ogni altro cittadino: è indecente che l’onore, l’identità, l’immagine, la reputazione di una persona possano anche solo per un momento essere appese a calunnie, invenzioni, accuse di criminali, più o meno pentiti».


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POLITICA
18 novembre 2009
Salvate il soldato Fini. E i finiani

Ieri quello che nel 2003 presentò il padre del lodo Alfano ha confermato le sue evidenti lacune in giurisprudenza (nonostante una laurea) uscendosene con un bel «se la maggioranza è divisa, si torni al voto». Pensate un po’: la seconda carica dello Stato, quella che fa le veci del Presidente della Repubblica nel caso in cui questo non possa adempiere alle sue funzioni (art. 86 della Costituzione), ignora il fatto che l’unico che può sciogliere la Camere è il Presidente della Repubblica (artt. 87 e 88 della famigerata Carta), e non l’amato Cavaliere.

Oggi per fortuna ci ha pensato proprio l’unto del signore a smentire la ventilata possibilità di elezioni anticipate. Con una nota Berlusconi ha infatti chiarito tutto, negando le tensioni all’interno della maggiornaza, ovvero le sempre più evidenti divergenze di pensiero con Fini e i finiani: «Vedo con stupore che si stanno moltiplicando e diffondendo notizie che continuano a fare apparire come imminente un ricorso alle elezioni anticipate. Non ho mai pensato niente di simile. Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l’impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell’interesse del Paese. La maggioranza che sostiene il governo è solida anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative. Grazie a questo sostegno e alla fiducia che ci manifesta ogni giorno oltre il 60% degli italiani completeremo le riforme di cui l’Italia ha bisogno».
 
E vediamola allora questa «maggioranza solida». Partiamo con uno dei suoi principali mezzi di comunicazione, Il Giornale: oggi ha pensato bene di sparare come titolo principale un bel «Berlusconi ha deciso, tutti a casa». Più misurato l’altro house organ berlusconiano, Libero: tanto per far capire come i berluscones non hanno alcun sospetto sulla fedeltà di Fini&company, ha initolato la sua prima pagina con un eloquente «Fini: pensioniamo Silvio». Gran bel clima nella «maggioranza solida»...
 
Se non bastassero i 2 megafoni cartacei a confermare come – per l’ennesima volta – Silvio menta, durante la giornata sono arrivate diverse dichiarazioni quantomeno inquietanti sulla tenuta della maggioranza. Infatti, dopo che i fedelissimi del presidente della Camera hanno apposto la loro firma a un ddl sulla cittadinanza e il diritto di voto agli immigrati sostenuto da buona parte dell’opposizione, è stato solo un susseguirsi di dichiarazioni di onorevoli che al posto dell’inno di Mameli vorrebbero il «Meno male che Silvio c’è». Riportiamo quelle pubblicate sul sito del Pdl, in bella vista.
 
Bondi è stato il più misurato: «La conferenza stampa congiunta dell’on. Perina e dell’on. Veltroni nel corso della quale è stata illustrata una proposta di legge sulla cittadinanza non deve destare scandalo. È una notizia, ed è una notizia degna di riflessione. È avvenuta, infatti, una saldatura, innanzitutto sul piano culturale – come avevo recentemente avvertito – tra la sinistra e alcuni esponenti della destra italiana provenienti dalla storia del Msi e poi di Alleanza nazionale. È un dato nuovo della situazione politica italiana da valutare con attenzione».
 
Per capire cosa intendesse il pacato ministro per le attività culturali, basta leggersi le dichiarazioni dell’onorevole Deborah Bergamini: «Dopo la sintonia fra gli on. Granata (Pdl) e Sarubbi (Pd) sulla cittadinanza facile, oggi constatiamo come una parte minoritaria del Pdl, sui temi fondanti il rapporto di fiducia con il nostro elettorato, quali l’immigrazione, preferisca stringere alleanze organiche con l’intera opposizione, dall’ex leader del Pd, Walter Veltroni, sino al dipietrista Orlando. Si tratta di un fatto grave, che amareggia tutti coloro che lavorano con entusiasmo per la costruzione del Pdl e per un bipolarismo finalmente maturo. Siamo convinti anche noi che il Pdl non debba essere una caserma, ma neppure un mercato, nel quale ognuno si presenta col suo banchetto. Certe iniziative legislative sono una provocazione politica. L’intellettualismo di retroguardia di una vecchia Nuova Destra anni ‘80 che condiziona così fortemente una piccola parte della maggioranza non aiuta l’elaborazione di una comune cultura politica ma distoglie il Pdl dal rapporto con la realtà, rendendo difficile qualsiasi azione di governo. Il Pdl si è presentato davanti agli elettori proponendo loro un patto basato su un programma definito e sottoscritto. Se qualcuno ha cambiato idea si comporti di conseguenza, senza creare malsane confusioni». Grande sintonia all’interno della maggioranza: le proposte finiane sono un «fatto grave», «che amareggia», «una provocazione politica»...
 
Più pesante il commento dell’onorevole Stracquadanio: «Vedo che nel Popolo della Libertà c’è chi considera una priorità difendere il voto degli italiani dall’assalto [in internet, forse per un lapsus ghediniano, è scritto «assolto»] politico-mediatico-giudiziario e chi invece pensa che venga prima il voto agli immigrati. Io sto tra i primi, mentre i secondi dimostrano di avere il senso della storia.  È come se Churchill, mentre il nazismo trionfava in Europa, si fosse occupato della pulizia delle strade a Londra. Complimenti e auguri». Come sempre, Berlusconi prima di tutto. Anche del pudore nei paragoni con certi avvenimenti storici.
 
Sublime ed autoevidente il pensiero del piduista Fabrizio Cicchitto, di cui riportiamo per motivi di spazio solo una parte: «È inaccettabile che su un tema così delicato quale quello riguardante il tema della concessione del voto alle elezioni amministrative agli immigrati residenti in Italia da cinque anni alcuni colleghi appartenenti al gruppo del Pdl abbiano preso l’iniziativa di presentare un disegno di legge firmato con esponenti di tutti i gruppi dell’opposizione, senza che la presidenza del gruppo sia stata minimante interpellata e tenendo conto che questa proposta non e’ contenuta nel programma di governo».
 
Ecco: questo è il sedicente Popolo della Libertà (di chi sia questa libertà, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti); questa è quella che il bugiardo patentato (amnistiato per la falsa testimonianza sulla P2, la combriccola che vedeva tra i convitati anche l’allora socialista di estrema sinistra Cicchitto) oggi ha definito una «maggioranza stabile». In tv non avete sentito niente del genere ovviamente. Aspettate Libero e Il Giornale di domani...
 
AB
POLITICA
11 novembre 2009
L'interesse comune e l'immunità parlamentare

E dire che uno ci prova anche a cercare di diventare meno giustizialista. Poi però alla sera torna a casa, guarda il tg1 e si vede un Minzolini qualsiasi inneggiare all’immunità parlamentare senza il benché minimo e tanto decantato contraddittorio. Poi scrive il suo articolo al vetriolo, cerca di ristabilire la verità e si calma. Ma non passano 3 giorni che, tornato a casa, si sente dire che tale Boniver Margherita ha presentato un ddl di riforma costituzionale per reintrodurre lo scudo per gli onorevoli, manco il direttore del tg1 fosse presidente del Consiglio.

In seguito, come se non bastasse, il povero Cristo che è cosciente che non prenderà mai la pensione visto il continuo aumento del debito pubblico, che dubita della declamata ripresa economica e che si vede precluse tutte le prospettive lavorative per le quali sta studiando, con una forte dose di masochismo va a leggersi i giornali via internet, scoprendo così che la prima firmataria dello scempio ha anche avuto il coraggio di dire che «l’immunità, che esiste in molti ordinamenti europei, nonché al Parlamento europeo, rappresentava uno dei pilastri della Costituzione italiana. Fu cancellata con un incredibile atto di vigliaccheria dall’Assemblea di Palazzo Madama nell’ottobre del 1993 in un clima di pesante intimidazione. La proposta di legge composta di un solo articolo ripristina un istituto volto a tutelare l’interesse della collettività, prevenendo eventuali condizionamenti del potere giudiziario sullo svolgimento della dialettica politica».
 
Troppa sfacciataggine in poche parole: se l’immunità era un pilastro della Carta, perché non è stata inserita tra i principi fondamentali (i primi 12 articoli tra cui, en passant, l’indimenticabile art. 3 che tormenta il Cavaliere), ma solo all’art. 68? Come osa poi un deputato del partito che idolatra la volontà popolare definire come «atto di vigliaccheria» proprio la volontà del popolo espressa nel 1993 tramite i suoi delegati, con maggioranza peraltro bulgara (525 sì, 5 no e un astenuto alla Camera; 224, 7 astenuti e nessun no al Senato)?
 
Qual era poi la «pesante intimidazione» che costrinse gli eletti dal popolo a cedere alle toghe? Le doverose indagini su Tangentopoli, quella che causò l’aumento del debito pubblico dal 60% del Pil del 1980 al 118% del 1992? O magari la fottutissima paura di quel popolo bue che, in uno dei pochi atti d’orgoglio dall’Unità d’Italia (assieme all’altra fottutissima Resistenza), bersagliò il Cinghialone col vil danaro, costringendolo alla latitanza (che non è l’esilio)? Cinghialone che, sia detto tra parentesi, fu proprio un pirla: gli sarebbe bastato parlare con l’apposito Vespa per far sapere che in caso di condanna non si sarebbe dimesso per cavarsela. Ma forse erano altri tempi e non sarebbe stato sufficiente...
 
Qual è poi l’«interesse della collettività» secondo la Boniver? Quello di avere uno Stato che funzioni con dei servizi decenti, che attui la Costituzione nei suoi principi fondamentali (che, lo ripetiamo, non comprendevano l’immunità parlamentare) garantendo così delle condizioni di vita soddisfacenti a tutti i suoi cittadini? Oppure ciò che vogliono gli italiani è uno scudo  per la solita casta che, come potete ben immaginare, concederebbe tutte le autorizzazioni a procedere che la magistratura porrà alla sua attenzione (come nel 1992: su 229 richieste ne furono respinte 186, pari all’81,22%)?
 
Infine come può l’onorevole Boniver dire che il ripristino dell’immunità previene «eventuali condizionamenti del potere giudiziario sullo svolgimento della dialettica politica»? Cos’è, dal 1993 i magistrati hanno cinto d’assedio il Parlamento che così non può legiferare? Le toghe stanno ricattando tutti i 945 parlamentari – 630 alla Camera, 315 al Senato – bloccandoli nelle loro iniziative legislative? Un’inchiesta su un componente del «Parlamento pletorico» impone la chiusura sine die delle Camere? Ce lo spiegassero una volta cosa vogliono dire, ne saremmo contenti.
 
Ragioniamo un attimo. Grazie a quel porcellum di Calderoli, dalle elezioni del 2006 gli italiani non possono più esprimere alcuna preferenza. Dunque non esistono più i parlamentari eletti dal singolo cittadino ma gruppi di cooptati alle dipendenze dei segretari di partito o, nel caso della monarchia del sedicente Popolo della libertà, del grande-piccolo capo. Come vengono fatte allora le candidature nel Paese più agonistico del mondo in cui il merito politico è rappresentato da gente come la Carfagna e la Gelmini? Come si fa a vincere le elezioni se non candidando gente che assicuri un bacino di voti? Il fatto che non stiamo vagheggiando lo ha candidamente ammesso lo stesso Berlusconi quando difese la candidatura di Ciarrapico: «Noi dobbiamo fare una campagna elettorale e si deve vincere. L’editore Ciarrapico ha giornali importanti a noi non ostili ed è assolutamente importante che questi giornali continuino ad esserlo visto che tutti i grandi giornali stanno dall'altra parte».
 
Date queste premesse, è una cosa così assurda pensare che, ancor di più dopo il porcellum, in Parlamento possa sedere qualcuno che abbia preso i voti ad esempio della mafia, della camorra, della andrangheta, quelle associazioni cioè in grado di imporre a gran parte del Sud (e non solo) cosa votare? Ovviamente no, lo confermano i fatti. Basta rilevare le presenze di Marcello Dell’Utri, Nicola Cosentino e – perché no? – Renato Schifani, tutti e tre quantomeno chiacchierati per le loro amicizie pericolose. Sia chiaro: nessuno sta dicendo che sono mafiosi (Schifani, per prendere quello che sembra più pulito, non è neanche indagato), sono tutti innocenti fino al terzo grado. Però, viste le rivelazioni dei collaboratori di giustizia e le varie vicende che coinvolgono i 3 onorevoli, quantomeno un dubbio c’è.
 
E allora, non è forse il caso che ci sia qualcuno che lo dissipi questo dubbio? Magari qualcuno preposto alle indagini e pagato proprio per questo? Chessò, magari la magistratura? Così, tanto per non scoprire troppo tardi (comunque lo sarà sempre) che siamo stati governati da criminali prestanome, portavoce e militanti di associazioni mafiose. No, evidentemente è un ragionamento troppo complicato e basato solo sulla voglia di vedere ergersi nelle piazze italiane dei patiboli. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’interesse comune. O no?
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 11/11/2009 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
26 settembre 2009
Carta canta: siamo ormai al regime

Avvalendoci dell’impostazione della rubrica Carta Canta di Marco Travaglio, riportiamo alcune dichiarazioni recenti di diversi personaggi pubblici, senza commentarle: sono autoevidenti.

«I dittatori chiudono o censurano i giornali, io non lo faccio. Quindi è evidente che questa non è propriamente una dittatura...» (Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio italiano, 08/09/09);
 
«La libertà di stampa nel nostro Paese è garantita e non vedo nubi che possono seppure minimamente limitarne l’esercizio. Ogni giornalista può esprimere liberamente le proprie idee e manifestare il suo pensiero, ed è sacrosanto che sia così» (Renato Schifani, Presidente del Senato, 11/09/09);
 
«È ora di finirla. Quella di ieri è l’ennesima puntata di una campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull’infamia, sulle porcherie. La televisione non può sostituire le aule dei tribunali, soprattutto quando la magistratura non ha rilevato alcun elemento per aprire inchieste sul presidente del Consiglio. Stiamo attraversando una stagione di veleni che sconcerta i cittadini. Queste aggressioni sono la risposta disperata alla politica del fare del Governo Berlusconi, nell’illusione di sovvertire il risultato elettorale. La politica non può arrendersi a questa logica. Convocherò i vertici della Rai per verificare se trasmissioni come Annozero rispettino l’impegno, assunto dalla Rai nel contratto di servizio, a garantire un’informazione completa e imparziale» (Claudio Scajola, Ministro per lo Sviluppo economico, 25/09/09);
 
«Alla luce di quanto accaduto nel corso della trasmissione Annozero che ha provocato reazioni indignate da parte di moltissimi cittadini, si ritiene di dover aprire una fase istruttoria ai sensi dell’art. 39 del Contratto di Servizio, in base al quale il Ministero ha l’obbligo di curare la corretta attuazione del contratto stesso. [...] Al termine di tale procedura, in virtù del potere d’impulso conferito dalla legge al Ministero, si valuterà se richiedere l’intervento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per l’applicazione delle sanzioni previste, ai sensi dell’art 48 del Testo unico della radiotelevisione, in caso di violazione degli obblighi di servizio imposti alla Rai. Sanzioni che, è bene rilevare, possono arrivare fino ad un 3 per cento del fatturato dell’azienda» (Paolo Romani, Sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle comunicazioni, 26/09/09);
 
«Il contratto di servizio della Rai non consente affatto al Governo di svolgere istruttorie sui contenuti di una trasmissione di informazione, né di chiederne ragione ai vertici della Rai, né di promuovere l’intervento dell’Agcom. L’art. 39 del contratto fa salve le competenze delle altre istituzioni. Anche di recente, con la sentenza n. 69 del 13 marzo 2009, relativa al caso Petroni, la Corte Costituzionale ha escluso qualsiasi possibilità di interferenza governativa sulla gestione editoriale della RAI ed ha affermato che la Commissione parlamentare di vigilanza ha il compito di mantenere gli amministratori della concessionaria al riparo da pressioni e condizionamenti. Fermo restando che Santoro ha aperto la sua trasmissione a tutte le voci, va ricordato che nella stessa sentenza della Corte Costituzionale si legge: "L’imparzialità e l’obiettività dell’informazione possono essere garantite solo dal pluralismo delle fonti e degli orientamenti ideali, culturali e politici, nella difficoltà che le notizie ed i contenuti dei programmi siano, in sé e per sé, sempre e comunque obiettivi". Quanto alla possibilità di intervento dell’Agcom in materia, la stessa Rai l’ha negata, ricorrendo al Tribunale Amministrativo Regionale nel marzo 2009 contro le misure sanzionatorie applicate dall’Autorità per i programmi di Fazio e di Santoro. L’iniziativa di Scajola e Romani si presenta quindi come un tentativo di risuscitare il Minculpop, introducendo nel nostro ordinamento meccanismi censori contrari alla Costituzione ed ai trattati europei» (Domenico d’Amati, Articolo 21, 26/09/09);
 
«Una cosa è il regime, una cosa è il desiderio di farlo. Noi stiamo assistendo al desiderio di una parte degli italiani e di una parte dei potentati italiani di trasformare la democrazia in democrazia autoritaria» (Giorgio Bocca, giornalista, 24/09/09);
 
Domanda: «Adesso secondo te c’è un problema di libertà d’informazione nel nostro Paese, un restringimento degli spazi di libertà?». Risposta: «Sì» (Filippo Facci, ex editorialista del Giornale intervistato da Corrado Formigli per Annozero, 24/09/09);
 
«La Rai è un servizio pubblico, è tenuta a dare ai cittadini una informazione, una critica politica che deve essere sempre attenta al buon gusto e a quello che effettivamente interessa il comune cittadino. Niente gossip e niente cattivo gusto» (Renato Schifani, Presidente del Senato, 26/09/09);
 
«Dopo le polemiche della vigilia, la trasmissione di Santoro ha sfiorato il 23% di share, pari a 5 milioni 502 mila telespettatori» (Repubblica, 25/09/09);
 
«Lo speciale di Bruno Vespa con il presidente del Consiglio sulla consegna delle case ai terremotati, andato in onda martedì in prima serata, ha avuto un ascolto del 13,47%, per un totale di 3.219.000 spettatori. Di solito il programma di Vespa ha un ascolto del 18,30% per le prime serate e del 17,50% per le seconde (dati ufficio stampa Rai 2008-2009)» (Corriere della Sera, 16/09/09);
 
«Secondo voi questa frase è gossip? "Il ricorso alle prostitute e alla cocaina si inserisce in un mio progetto teso a realizzare una rete di connivenze nel settore della Pubblica Amministrazione perché ho pensato che le ragazze e la coca fossero una chiave di accesso per il successo nella società". È la conclusione del verbale di Giampaolo Tarantini, il 29 luglio scorso, davanti alla Guardia di Finanza di Bari» (Marco Travaglio, Annozero, 24/09/09);
 

«Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media» (Licio, Gelli, venerabile maestro della P2).

 
 
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