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POLITICA
16 agosto 2010
Si avvicina il «massacro delle istituzioni»

Giunti a questo punto, urge una seria riflessione su quanto sta accadendo. Da giorni il Pdl sta parlando – o, meglio, monologando – di un governo tecnico. A leggere certe dichiarazioni dei berluscones, sembra che Napolitano l’abbia già nominato e che loro siano già all’opposizione, eppure non è così. Anche perché, lo sanno tutti, con queste forze parlamentari il ritorno alle urne è certo almeno al 90%.

Basiamoci sulla Camera, dove la percentuale dei finiani è più cospicua. Per ottenere una maggioranza, il governo tecnico ed il suo premier (già, chi? Ha ragione Bossi: «Ma chi ha il coraggio di dire: "Mi offro"? Non c’è nessun matto che faccia il governo») avrebbero bisogno di almeno 316 deputati. Per farlo e mandare così all’opposizione Pdl e Lega – che contano rispettivamente su 238 e 59 deputati – servirebbe un’armata Brancaleone che riunisse tutti gli altri gruppi parlamentari a Montecitorio, cioè Pd (206), Udc (38), Fli (34), Gruppo Misto (31) e Idv (24): una cosa semplicemente impossibile, dati i veti incrociati tra Idv e Udc, i soliti malumori all’interno del Pd, la campagna acquisti berlusconiana ancora in corso nel Gruppo Misto e la possibile retromarcia di alcuni finiani.
 
Dunque, semplicemente, di cosa stiamo parlando? Perché non passa giorno in cui gli alleati di ferro Berlusconi-Bossi non fanno sentire anche indirettamente la loro voce per bocciare una cosa che non esiste? Perché attaccano il nulla, rischiando di arrivare platealmente allo scontro istituzionale con Napolitano, dopo averne già aperto uno con la terza carica dello Stato? Ieri la nostra risposta l’abbiamo già data: il duo mira alla tanto odiata Costituzione, quella che vuole che Berlusconi venga processato (art. 3) e che la Padania non esista (art. 5). Quella che, dunque, si oppone alle priorità del berlusconismo e del leghismo, tenendo l’Italia nell’alveo delle democrazie occidentali.
 
Secondo noi, si stanno preparando all’attacco finale. L’ossessiva campagna mediatica contro il governissimo infatti mira solo a mobilitare i supporters (Cicchitto: «Qualora decollassero operazioni di questo tipo, sarebbe legittimo sviluppare le più incisive manifestazioni politiche, in Parlamento e nel Paese»; Calderoli:  «Noi abbiamo l’obbligo di realizzare le riforme e il programma. L’alternativa sono le elezioni, diversamente altro che piazza, per me il Nord se ne va»), blandendo il già di suo civettuolo popolo, sempre al centro delle frasi di questi ultrà. Che ora puntano al pesce più grosso, con quel «massacro delle istituzioni» di cui ha già parlato Ciampi a marzo. Un altro noto comunista, come Scalfaro, Follini, Casini, Fini, Montezemolo etc.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
31 marzo 2010
L'ordine del padrone: ridimensionate Bossi

Sul fatto che i rapporti nella maggioranza siano destinati a cambiare dopo il risultato delle regionali non c’è alcun dubbio. A confermarlo ad appena 48 ore di distanza dal voto ci ha pensato l’house organ per eccellenza del Pdl, Il Giornale.

Il quotidiano di Feltri infatti con l’articolo odierno intitolato «Ma neanche il Carroccio guadagna voti» ha evidenziato la fifa che il Cavaliere ha nei confronti della Lega che, avendo superato lo storico traguardo del 12% a livello nazionale, ha mostrato i muscoli. Tutto il pezzo – che doveva analizzare lo studio sui flussi 2005-2010 dell’istituto Cattaneo di Bologna – ha cercato di dimostrare come l’avanzata dei padani non debba preoccupare il partito dell’amore. Incipit perentorio: «La Lega ha vinto le regionali, eppure non ha guadagnato elettori. Anzi, rispetto alle europee del 2009 ne ha persi. Duecentomila per la precisione».
 
L’argomentazione è semplice: non si devono guardare le omologhe elezioni regionali del 2005, quando il Carroccio – è costretto ad ammettere Il Giornale – prese 1.370.000 voti in meno rispetto a quelli dell’ultimo week end, bensì i dati delle europee dell’anno scorso. Già, perché «cinque anni sono tanti, l’Italia nel frattempo è cambiata», urge quindi un confronto «politicamente più significativo», appunto con la tornata elettorale dell’anno scorso. Segnatevela bene la parola «politicamente»: è la chiave di tutto l’articolo.
 
Prosegue infatti Il Giornale: «E il quadro cambia. Scivolano tutti i partiti. Oltre alla Lega, Di Pietro che vede svanire 477mila schede, il Pd 1.200.000, l’Udc di Casini 400mila, mentre il Pdl ben 3.222.000, che diventano 2.600.000 circa, sottraendo i 600mila del Lazio. Un arretramento ampio, che però non impedisce al Popolo della Libertà di essere il primo partito in 8 delle 13 regioni in cui si è votato. Giù tutti, insomma. E su l’astensionismo». Sembra di risentire il tipico discorso della politica italiota «tutti colpevoli, nessun colpevole». La Lega mostra una preoccupante ascesa che potrebbe farle venire in mente di ricattare (ulteriormente) Berlusconi? Nessun problema, ci pensa il notoriamente indipendente quotidiano di via Negri a tranquillizzare i sonni dei berluscones: tutti i partiti in realtà hanno diminuito i consensi, basta confrontarli con le altre elezioni.
 
A questo punto sorgono almeno tre quesiti: perché il confronto va fatto con le europee, che si sono svolte a livello nazionale, e non con le votazioni regionali precedenti? I 200.000 voti persi dalla Lega rispetto alle europee sono anche solo lontanamente equiparabili ai 2.600.000 (ad essere buoni lasciando da parte la regione della Polverini) lasciati per strada dal Pdl? E il fatto che dal confronto tra il saldo dei voti del partito di Bossi (+ 1.370.000) e quello di Berlusconi (-1.000.000 o -600.000 se si esclude il caso particolare del Lazio) rispetto al 2005 risulti un clamoroso spostamento di voti verso i leghisti non vuol dire proprio nulla?
 
Bisogna avere proprio delle belle fette di prosciutto (o Mortadella?) sugli occhi per affermare che il Pdl non si deve minimamente preoccupare del risultato elettorale. Soprattutto perché stiamo parlando di numeri, quelle strane entità che – come disse quel noto comunista di Sacconi il 13 maggio 2009 – «non sono opinabili». Già, ci siamo dimenticati che stiamo parlando de Il Giornale, ovvero del quotidiano ufficialmente del fratello dell’uomo destinato a sconfiggere il cancro nei prossimi 3 anni e che, in fatto di numeri, lo scorso 20 marzo ha riempito piazza San Giovanni con oltre un milione di persone.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
30 marzo 2010
Svolta a destra, dritto contro un muro

Dopo il risultato delle elezioni regionali, possiamo solo prendere atto di essere completamente lontani dal tanto vituperato “popolo”. C’è poco da dire: siamo a milioni di anni luce dal sentire del cittadino medio o quantomeno maggioritario. Ci sono però 3 aspetti di questa tornata elettorale che, nel nostro piccolo, vorremmo mettere in risalto, visto soprattutto che nessuno sembra volerli minimamente analizzare.

IL VENDITORE DI FUMO FUMATO. C’è un dato che sembra sfuggire ai più, il crollo del Pdl. Dopo il record delle politiche del 2008 (37,39% alla Camera, 38,17% al Senato), il partito di Berlusconi ha infatti fatto registrare un significativo e autoevidente calo di consensi: alle europee del 2009 – nonostante le aspettative del Cavaliere, che il 18 marzo sparò un iperbolico 42,1% – il partito dell’amore si è fermato al 35,26%, scendendo ulteriormente in queste ultime consultazioni, attestandosi a livello nazionale solo al 26,78%. Cosa sta succedendo al più grande piazzista di tutti i tempi? Com’è che ora il Pd è staccato dello 0,5% (26,10%)? Qualcuno ci dirà che in realtà si tratta solo di un passaggio di voti dal Pdl alla Lega. Verissimo. Però la cosa non può essere spiegata solo col fatto che Veneto e Piemonte hanno presentato candidati governatore leghisti, visto che il trend fotografato da queste elezioni era già in atto da tempo. Vien da pensare che in realtà l’alleato di governo stia facendo le scarpe al Silvietto nazionale, sfruttando proprio la sua arma migliore: la comunicazione. Sarà che i padani parlano chiaro, sarà che si rivolgono alla pancia del solito “popolo”, fatto sta che la Lega rispetto all’8,3% della Camera e all’8,06% del Senato del 2008 ora rappresenta il 12,28% degli italiani. C’è da chiedersi se il lavaggio del cervello fatto dalla tv italiana/berlusconiana nell’ultimo quindicennio non stia appiattendo a tal punto l’elettroencefalogramma del “popolo” da non permettere di capire i già semplicissimi ragionamenti del grande comunicatore di Arcore («Volete più tasse?»), facendo preferire nella cabina elettorale gli ancor più primordiali slogan leghisti («Padroni a casa nostra»), che almeno hanno il pregio di non sfociare nel ridicolo più infimo, come il «vogliamo anche vincere il cancro» di berlusconiana memoria.
Questo exploit leghista, è meglio dirlo subito, non ci lascia tranquilli. È infatti inevitabile che gli equilibri all’interno della maggioranza cambino, checché ne dicano i buffoni di corte del Pdl, che negano ancora il problema Fini. Bossi, per dire, ha già rivendicato la poltrona da sindaco di Milano, La Russa l’ha già stoppato. E sono passate solo 24 ore dal voto. Che la Lega abbia questa tendenza ricattatoria, è un dato di fatto. È del 16 aprile 2009 il versamento del riscatto berlusconiano più celebre: per garantire la durata del governo, il premier più ricattabile degli ultimi 150 anni versò il pizzo gentilmente richiesto dal Carroccio. Cedendo alle pressioni padane con un «La Lega avrebbe fatto cadere il governo», Berlusconi rifiutò l’appoggio al referendum che avrebbe modificato la legge elettorale eliminando il peso specifico della Lega nella coalizione. Se già allora la Lega era adusa a questi ricatti, figuriamoci ora che guida due regioni e ha visto moltiplicare i suoi voti rispetto al crollo verticale di quelli pidiellini. Dunque niente di buono sembra profilarsi, visti i desiderata più xenofobi che spesso animano gli amici di Cota e Zaia.
 
PARTITO DISASTRATO. Prendiamo a prestito questa definizione del maggior partito di opposizione data dal Fatto quotidiano per provare a descrivere la situazione che caratterizza il centrosinistra dopo il voto. Come si può sciogliere diversamente la sigla del Pd se, dopo essere passati da un 11 a 2 a un 7 a 6, si sente dire da quello che dovrebbe essere il suo leader «non intendo cantare vittoria ma neanche accettare una descrizione dei fatti che assomiglia a una sconfitta nostra e del centrosinistra»? Non è un partito disastrato quello che ha fatto di tutto pur di non candidare Nichi Vendola in Puglia? Se le persone che stavano per far perdere anche la Puglia non vengono mandate a casa e anzi vengono premiate, non siamo di fronte a un partito destinato a perdere per sempre? Come lo definiamo un partito che, al posto di fare una seria autocritica, addossa agli altri i suoi problemi, attaccando per la sconfitta in Piemonte neonati partiti che hanno raggiunto il 3%? Cosa vogliamo dire di un partito che per risolvere la questione morale della Campania presenta un candidato governatore condannato in primo grado (poi prescritto) e rinviato altre due volte a giudizio? Ne vogliamo parlare?
 
ASTENSIONE E NOVITÀ. 64,21% contro il 72,01%: l’astensione rispetto al 2005 è salita del 7,9%. Il dato fa riflettere, ma non il sempre ottimo Schifani che, dimentico di non essere più un uomo di Berlusconi, lo ha commentato dicendo che «i cittadini italiani si sono stancati degli eccessi di litigiosità nel mondo della politica del nostro Paese, delle tensioni e dei veleni. Vorrebbero una democrazia più serena, più pacata e più concreta nell’affrontare i problemi su cui ci si confronta quotidianamente in Parlamento». Già, i problemi degli italiani affrontati in Parlamento… Come il legittimo impedimento, il processo breve, l’immunità parlamentare, il blocco delle intercettazioni, la controriforma della giustizia. Che, lo ribadiamo, non sono i motivi dell’aria scontrosa che si respira in Italia, bensì i problemi dei cittadini. In risposta al presidente del Senato verrebbe da urlargli lo slogan del V-Day del 25 aprile 2008 di Beppe Grillo.
Già, Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 stelle, la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Non ci addentriamo in sterili elucubrazioni su questa ventata di novità, ci limitiamo ad esporre il dato che questa esperienza incontrovertibilmente ha portato alla luce: a seconda di come ci si informa, si sceglie cosa, come e se votare. Chi ha votato il MoVimento non guarda la tv, o quantomeno la disprezza, questo è fuor di dubbio, esattamente come il fatto che l’utilizzo di internet di questi elettori (6% in Emilia) sia ben oltre la media degli altri elettori italiani. Il fatto che un partito che senza mai comparire in tv abbia raggiunto un tale successo, non può che farci ben sperare.
 
Conclusione di tutto questo discorso: tante belle parole che nascondono sotto un pessimismo ben radicato sprazzi di speranza. Per cancellarli basta pensare che a Brescia la celebre trota Renzo Bossi ha ottenuto 12.893 preferenze, venendo così eletto consigliere regionale: se gli italiani votano uno che ha passato la maturità al quarto tentativo, come possono capire che una prescrizione non è un’assoluzione, che la mafia non è solo un gruppo di contadini siciliani analfabeti, che il debito pubblico non è un’invenzione dei disfattisti, che a seconda degli investimenti nelle scuole cambia il futuro del Paese? Che, insomma, in Italia serve una ribellione?
 
Alessandro Bampa
 
Comunicazione di servizio: il blog verrà aggiornato con meno frequenza ma con articoli più lunghi, nel tentativo di unire l’esigenza di uno sfogo ad una maggiore riflessione sull’approccio ai temi.
POLITICA
6 luglio 2009
A Silvio/2 e C'è Premier e premier/3

Con qualche settimana di ritardo, è finalmente arrivato il richiamo della Chiesa nei confronti di Romano Prodi, sospettato di frequentare minorenni e di tenere un comportamento libertino paragonabile, secondo Gasparri, «a quello di Rocco Siffredi».

Monsignor Mariano Crociata, segretario della Cei, è andato giù duro e non le ha certo mandate a dire: «Assistiamo a un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria, con cui fin dall’antichità si è voluto stigmatizzare la fatua esibizione di una eleganza che in realtà mette in mostra uno sfarzo narcisista; salvo poi, alla prima occasione, servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere. [...] Qui non è in gioco un moralismo d’altri tempi, superato; è in pericolo il bene stesso dell’uomo. [...] Nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio».
 
«Prodi non è mai stato nominato, ma a tutte le persone con un briciolo d’intelligenza è risultato lampante il riferimento al premier»: così Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, ha commentato le parole di Crociata, dando il via alle reazioni politiche del centrodestra, che non si sono fatte attendere: i fantastici 4 Gasparri, Cicchitto, Quagliariello e Bocchino stanno organizzando la mozione di sfiducia da presentare in Parlamento domani. L’Udc, con Cosimo Mele, si è già detta pronta a sostenerla. Tempi duri dunque per Romano Prodi che, secondo voci di corridoio, sta già pensando di dimettersi per mantenere quella parvenza da cristiano che lo contraddistingue.
 
P.S: aspettiamo un richiamo di Napolitano per il Vaticano per ricordargli che non è il momento delle polemiche.
 
AB

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POLITICA
19 maggio 2009
«Fatti processare, puffone!»

Riportiamo alcune delle reazioni di vari esponenti del Pdl alle motivazioni della condanna in primo grado di David Mills per corruzione in atti giudiziari: è stato corrotto da Berlusconi, salvato dal lodo Alfano.

«Sarà un caso, ma le sentenze o le motivazioni delle sentenze arrivano troppo frequentemente durante la campagna elettorale». Lo ha dichiarato Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera. «A questo punto non possiamo che ringraziare, perché in questo modo aumentano i nostri consensi già molto alti. Sarebbe ora che la magistratura torni ad essere credibile, episodi come questo creano solo disagi e disorientamento ai cittadini, oltre a confermare quanto sia stato necessario approvare il Lodo Alfano».

«Uscito dal processo senza riconoscimento di colpe, si vorrebbe far rientrare Berlusconi dalla finestra con le motivazioni della sentenza. Che dire? È la campagna elettorale, bellezza! Fallito l’assalto con Noemi Letizia, si prova con la vicenda Mills. E da qui al 6 giugno altre ancora ne verranno. Chiosando Von Clausewitz, si può ragionevolmente dire che in Italia l’amministrazione della giustizia è un modo di proseguire la lotta politica con altri mezzi». Lo ha detto il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli.

«Questa è una condanna a Berlusconi». Lo ha detto a Radio Radicale il deputato del Pdl Giancarlo Lehner. «Il lessico della sentenza – spiega Lehner – appartiene ad una sentenza della Santa Inquisizione alla quale si ispira il rito ambrosiano quando ci si occupa di Berlusconi o di persone a lui vicine, una sentenza scritta con rabbia contro l’eretico. È un lessico che da solo induce a pensare che la condanna di Mills sia fondata non sulle prove ma sul sospetto. Io sono non stupito ma amareggiato perché pensavo che qualche passo avanti avremmo potuto sperarlo. Un giudice deve emettere sentenze, non deve fare un comizio e urlare un suo progetto di condanna che ha una sua ricaduta politica. Mills sarà assolto in appello, ma come è successo per altri processi che hanno visto impegnato Berlusconi c’è il tentativo di distruggere le persone, di tenerle impiccate per anni e poi assolverle». È come se il giudice avesse condannato Berlusconi per interposta persona? «Certo – risponde Lehner – Questa è una condanna a Berlusconi, tant’è' che gran parte della motivazione attiene a Berlusconi e non a Mills. Questa sentenza è l’ennesima vergogna perché è un comizio, non una motivazione che spiega la condanna di Mills ma che attacca in maniera furibonda il nostro premier».

«Non avendo alcuna prova per condannare Berlusconi e in soccorso a un centrosinistra ormai agonizzante, le toghe rosse milanesi hanno emesso oggi l’ennesima sentenza politica buona solo per agitare polveroni mediatici. Per fortuna gli italiani votano e continueranno a dare fiducia ai fatti concreti dell’attuale governo e non dei ciarlatani bravi solo a chiacchierare». È quanto afferma il vicecapogruppo del Pdl al Senato, Francesco Casoli.

«Ci risiamo, in ogni occasione elettorale, quando l’opposizione, guarda caso, non ha altri argomenti quello dello scandalismo giudiziario è un condimento utile per ogni minestra». Lo afferma Jole Santelli del Pdl. «Il premier spiegherà alle Camere i particolari di questa vicenda, già ripetutamente chiarita e smontata in passato – aggiunge la vicepresidente della commissione Affari costituzionali della Camera – ma è ormai nei fatti che la magistratura entra ormai sistematicamente nelle campagne elettorali, specialmente quando c’é da correre in soccorso di una parte politica».

Giuseppe Consolo, dice di «provare una pena profonda per quanto sta accadendo in quest’Aula». A giudizio dell’esponente Pdl, «oggi abbiamo avuto la conferma che la sentenza Mills era già scritta e le motivazioni pubblicate in piena campagna elettorale lo confermano: l’avvocato Mills andava condannato non perché colpevole ma perché bisognava colpire Silvio Berlusconi». Consolo prosegue: «Le intimidazioni non ci spaventano, rappresentiamo la maggioranza degli italiani e continueremo a prendere i loro voti, siamo uomini liberi e resteremo vicini con affetto e convinzione a Silvio Berlusconi». «Per l’opposizione l’art. 27 della Costituzione è un optional.
Quello che è paradossale – ha rimarcato Consolo – è che il presidente del Consiglio non risulta condannato neanche in primo grado. Altro che dimissioni. D’altro canto – aggiunge l’esponente del Pdl – se prima eravamo vicini a Berlusconi, adesso lo siamo ancora di più: con il cuore, con il sentimento ma soprattutto con la forza della ragione. E alle elezioni europee gli italiani, con il loro voto – taglia corto Consolo tra gli applausi della maggioranza – dimostreranno di aver compreso come trattasi di condanne “in anteprima”, tanto per usare un termine che degrada la giustizia a spettacolo cinematografico». «Lasciamo alla sinistra in astinenza di voti – ha concluso Consolo – le urla alle quali noi non siamo abituati».

«La Magistratura, i processi e le sentenze sono ormai riconvertite da una certa opposizione, che non sa digerire l’insuccesso delle urne, a strumento di lotta politica: sia quando assolvono sia quando condannano». È quanto afferma in una nota Anna Maria Bernini. Secondo la vice portavoce del Pdl «la vicenda Mills deve essere oggetto solo di un dictum giudiziario, non di linciaggi e di strumentalizzazioni parlamentari e mediatiche. Continuare la “guerriglia” brandendo la clava giudiziaria, per delegittimare e sovvertire governi direttamente eletti dai cittadini – sottolinea – mina alla base il principio democratico della separazione dei poteri, creando insidiose commistioni tra chi controlla e chi legifera. Un Paese a democrazia costituzionale moderna e compiuta – conclude – deve saper rigettare simili tossine».

«Quando c’è di mezzo Berlusconi le sentenze sono già scritte, viaggiano rapidissime nella stesura delle motivazioni e sconfessano la “stupida” leggenda sulla lentezza della macchina giudiziaria, che poi però torna ad ingolfarsi per tutti gli altri comuni mortali che non guidano il governo e il più grande partito del Paese tanto inviso a certi giudici». Lo afferma Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl. «Ma soprattutto, sentenze come quella sul caso Mills confermano – aggiunge Verdini – che un preciso settore della magistratura continua a non far tesoro delle esperienze passate, sia sotto il profilo delle sistematiche assoluzioni in appello, arrivate con tempi più umani di quelli usati dal presidente speedy-Gandus, sia sotto il profilo degli effetti che certi attacchi hanno prodotto in chiave elettorale. Non possiamo che prendere atto con gratitudine del consueto e puntuale contributo dato dalla magistratura alla causa elettorale di Berlusconi e prepararci ad un successo trionfale alle Europee e alle Amministrative. Perché il ritorno all’uso della clava giustizialista da parte del PD vale più di ogni costosissimo sondaggio».

«Nel merito, la vicenda Mills è stata chiarita e smontata più volte dai legali del Premier. Ma quel che è più grave è l’aspetto politico: se qualcuno, nell’opposizione, pensa ancora di poter usare l’arma giudiziaria per colpire un governo liberamente scelto dai cittadini, commette un errore, e fa anche un calcolo elettorale sbagliato. Gli italiani non ci cascano più». Lo ha affermato il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone.

«Dopo aver provato per 15 anni a delegittimare Berlusconi su presunti problemi giudiziari, la sinistra dovrebbe aver imparato che questo gioco avvantaggia soltanto il presidente del Consiglio, che gode del consenso degli italiani per la sua azione di governo e che i risultati raggiunti non vengono intaccati da inchieste giudiziarie che finora non hanno fatto emergere nessun reato. Sarebbe opportuno che l’opposizione anziché gasarsi sulle inchieste giudiziarie facesse proposte concrete sulle questioni che interessano il Paese». È quanto afferma il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino.

«La speculazione, fatta anche in Parlamento sul caso Mills dai presidenti dei gruppi parlamentari del PD e dell’Idv, dimostra che, in assenza di una linea politica, l’opposizione cavalca solo l’antiberlusconismo e ritorna all'uso politico della giustizia». È quanto afferma in una nota Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl a proposito del dibattito in Aula dopo la sentenza sul caso Mills. «Malgrado che nel corso del giudizio sia stato accertato chi ha dato i soldi a Mills, e non si tratta certo di Berlusconi, i giudici di Milano non solo hanno condannato Mills, ma hanno scelto accuratamente anche i tempi per rendere pubbliche le motivazioni della sentenza, in modo che essa arrivasse a ridosso delle elezioni europee. Il Pd è stato garantista per pochi mesi: solo quando sono stati chiamati in causa dai giudici alcuni dei loro esponenti in Campania, in Basilicata, in Toscana, in Calabria e in molte altre località. Adesso, ovviamente, come dal ‘94 in poi, sono tornati giustizialisti».

«Se mai avessimo avuto bisogno di un’ulteriore conferma della bontà del lodo Alfano, il contenuto delle motivazioni della sentenza Mills, il tono con cui sono state scritte, la tempistica con cui sono state depositate e l’entusiasmo con cui sono state accolte dalla sinistra ce ne hanno fornite addirittura quattro». Lo ha dichiarato Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del Pdl.

Dall’Apcom: «Il caso Mills approda nell’aula del Senato. Alla richiesta, avanzata al nome del gruppo del Pd dal suo vicepresidente Luigi Zanda, che il premier venga immediatamente e riferire in aula, si scatena la polemica politica. Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri replica a Zanda sottolineando "la disponibilità del presidente del Consiglio affinché nelle aule parlamentari si discuta di questi temi che hanno certamente una valenza politica. Da tempo – avverte Gasparri – siamo convinti che ci sia più politica che giustizia in certe decisioni". Gasparri parla di "solidarietà convinta al presidente Berlusconi", poi punta il dito sul giudice di Milano che si è occupato del caso Mills, Nicoletta Gandus, "che ha scritto pagine che ricordiamo per il loro spirito di parte". "Non abbiamo nessun timore di fronte a una offensiva di verità – annuncia l’esponente azzurro – che affronteremo con decisione". Alludendo al lodo Alfano, Gasparri si dice "convinto delle decisioni che abbiamo assunto in quest’aula, e la tempistica elettorale di certe decisioni ci conferma nelle nostre scelte: c’è chi fa campagna elettorale con i comizi, c’è chi la fa con la pubblicazione tempestiva delle sentenze"».

«Se è vero che la storia ricorre la prima volta in tragedia e la seconda in commedia, le motivazioni della sentenza sul “caso Mills” contro Berlusconi arrivano puntuali. Del resto, la risposta più corretta l’ha data proprio Berlusconi che, serenamente, ha detto che riferirà in parlamento». Lo afferma il ministro per l’Attuazione del programma di governo, Gianfranco Rotondi.

«Ancora una volta teoremi giudiziari tanto infondati quanto perseguiti con ostinazione intervengono, specialmente alla vigilia di appuntamenti elettorali, a condizionare e turbare pesantemente la vita politica italiana». Lo ha affermato Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Pdl. «Tutto già visto compresa la solita, immancabile strumentalizzazione da parte della sinistra. Quello che non torna è la sorte di una democrazia continuamente sottoposta alle interferenze di un potere giudiziario che avvelena il confronto politico tra maggioranza e opposizione, e sottopone da oltre quattordici anni un leader politico, sostenuto dalla maggioranza del Paese, a sofferenze personali indicibili».

«A prescindere dal merito della vicenda, che non risponde per niente all’opinione che mi sono fatto, devo dire che dopo aver aspettato tre mesi per depositare le motivazioni, dato che non è stato possibile farlo un mese fa, forse era possibile farlo tra un mese... [dopo le elezioni, ndr] Se non si voleva essere oggetto di polemiche e dell'inevitabile accusa di giustizia a orologeria. Comunque esprimo tutta la mia solidarietà al presidente del Consiglio e il pieno convincimento della sua totale estraneità». Così il ministro della Difesa e coordinatore del Popolo della Libertà, Ignazio La Russa.

«Se Berlusconi rinunciasse alla tutela del lodo Alfano, si negherebbe la possibilità di espletare in maniera completa il suo mandato perché in un processo fatto bene, per sentire tutti i testi della difesa ci vogliono altre 50 udienze oltre a quelle già fatte. Ciò significherebbe che per un anno il presidente Berlusconi anziché stare a governare dovrebbe stare in aula a difendersi come gli consente la Costituzione e come prevede il Codice. E poi il lodo Alfano è costruito per consentire alle alte cariche dello Stato di governare». Lo ha affermato il deputato del Pdl ed avvocato del premier, Giancarlo Ghedini, il quale ha osservato: «Credo che i 60 milioni di italiani siano più interessati alla risoluzione dei problemi economici, dei rifiuti, dell’Abruzzo, che non al fatto che il processo Mills per Berlusconi si esaurisca oggi o domani. Credo sia un fuor d’opera, è come chiedere l’ingovernabilità». Quanto al merito delle motivazioni, Ghedini ha spiegato: «Era una sentenza annunciata, dal tipo di istruttoria dibattimentale in cui siamo stati coinvolti: come è noto sono stati negati tutti i testimoni della difesa, solo 2 su 50, e non è stato consentito di fare tutte le rogatorie che era necessario fare. Quindi si è proceduto con una tesi precostituita, a senso unico, e le motivazioni non sono altro che il commento in 360 pagine di una tesi accusatoria: null’altro. Credo che sia una decisione che verrà ampiamente ribaltata con una dichiarazione di insussistenza del fatto da parte della Corte d’Appello. Siamo molto sereni. Il giorno in cui riprenderà il processo a Berlusconi, sono sicuro che davanti a dei giudici non prevenuti si potrà addivenire ad un risultato più che positivo».

Dopo questo pistolotto, al di là del rimarcare che è stato condannato solo Mills (quindi chissà cosa capiterà se e quando toccherà al Canagliere) e che già in queste dichiarazioni si possono leggere contraddizioni, falsità e tesi a dir poco reazionarie, chiudiamo con una semplice domanda: questi noti giureconsulti si sono già letti le 414 pagine delle motivazioni della sentenza? Vabbé che non abbiamo riportato i commenti degli analfabeti della Lega, però dubito che tutti questi personaggi siano stati così veloci nel leggere la sentenza.

AB


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POLITICA
6 maggio 2009
I furbetti del governino

Sembrava incredibile che il governo di mister conflitto d’interessi-amico di mafiosi-tessera P2 1816-secondo uomo più ricco d’Italia potesse fare qualcosa di utile per i deboli. E infatti è non è successo. Ci stiamo riferendo alla class action.

L’altro giorno sul sito del Pdl era comparsa l’inverosimile notizia dal titolo «Riforma Pa: nel decreto anche la class action». L’incredulità sembrava dover scomparire da quanto scritto nell’articolo, che dedicava un intero paragrafo alla norma rinviata ormai da un anno. Le parole infatti non lasciavano scampo ad altre interpretazioni: «[...] il decreto introduce l’azione collettiva per la tutela giudiziale nei confronti delle inefficienze delle pubbliche amministrazioni e dei concessionari di pubblici servizi. Sostanzialmente l’idea portante ed innovativa è quella di legare la soddisfazione della pretesa avanzata da uno o più cittadini al promovimento - per garantire una elevata performance delle strutture pubbliche nei confronti di tutta la collettività - di un controllo esterno di tipo giudiziale sul rispetto, da parte delle pubbliche amministrazioni, degli standard (di qualità, di economicità, di tempestività) loro imposti. Il tutto assicurando la massima pubblicità al giudizio e la costante responsabilizzazione degli operatori pubblici. Si tratta, in sostanza, di fornire ai cittadini destinatari dei servizi un nuovo strumento di tutela che si risolve in un aumento del tasso di democraticità e trasparenza della cosa pubblica. In particolare, si introduce la possibilità di commissariare le amministrazioni inadempienti, in caso di persistente inottemperanza, con la previsione sia di decurtazioni stipendiali automatiche in capo ai soggetti responsabili dell’inefficienza che di idonee forme di pubblicità del procedimento giurisdizionale e della sentenza, per potenziare la funzione di deterrence della nuova azione».

Insomma, tutto lasciava presupporre un bel lieto fine per i cittadini truffati dai vari furbetti del quartierino. Invece oggi il governo dello smentitore ha ovviamente fatto la solita parziale retromarcia. Riportiamo alcune frasi dell’articolo del Corriere: «La class action (la possibilità di un’azione legale comune e non individuale) potrebbe essere finalmente introdotta nell’ordinamento italiano senza però valore retroattivo. "C’è un emendamento in questo senso del Pdl", lo riferisce al Senato il relatore al disegno di legge sviluppo, Antonio Paravia (Pdl) [nomen omen, nda]. Secondo il testo del ddl uscito dalla commissione Industria, sono possibili azioni di classe contro frodi messe in atto a partire dal luglio 2008. Con l’emendamento della maggioranza si cancellerebbe anche questa breve retroattività. L’emendamento sarebbe contenuto in un fascicolo aggiuntivo ancora non diffuso a palazzo Madama».

Ovviamente non c’è da preoccuparsi: anche in questo caso infatti si tratta di fatti privati del presidente del consiglio, dunque il silenzio è d’obbligo. Non si deve fare polemica e far notare le incongruenze di questi personaggi che sembrano avere qualche interesse a non far processare seriamente e a non esporre alla pubblica gogna i truffatori di Stato.

AB


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permalink | inviato da Bile il 6/5/2009 alle 22:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 marzo 2009
Il popolo della libertà

È stato approvato dal Senato il ddl sul testamento biologico. Ora si attende il passaggio alla camera, poi si potrà finalmente dire che anche l’Italia avrà una sua legge sul fine vita. Forse però, visto quello che è stato partorito da palazzo Madama, sarebbe meglio tenersi il tanto criticato vuoto legislativo.

Il testo approvato oggi infatti è semplicemente illogico: oltre a mantenere il divieto assoluto di includere nelle dichiarazioni anticipate la volontà di sospensione di acqua e cibo, è stato approvato un emendamento dell’Udc di tale Antonio Fosson che rende il cosiddetto testamento biologico non vincolante. In pratica, chiedi pure quello che vuoi (tranne la sospensione di idratazione e alimentazione, intoccabili come neanche il Canagliere), tanto poi decidono altri. Dal momento che l’emendamento è stato approvato con 136 voti (i contrari sono stati 116, gli astenuti uno solo), ci viene da chiederci quale sia il quoziente intellettivo dei cosiddetti eletti: a nessuno di questi 136 illuminati è passato per la testa che, visto quello che si è concluso, tanto valeva fare una legge? A questo punto si potrebbe proporre di ritirare lo stipendio ai senatori per le ore di seduta che sono state necessarie a questa legge mostruosa, vista la loro sostanziale inutilità.

In realtà una logica alla base dell’approvazione di questo mostro legislativo c’è. L’ha spiegato il ministro Sacconi: «Non ci sarà più un caso Englaro». E non solo quello Englaro, aggiungiamo noi. Con questa legge infatti nessuno potrà più ricorrere alla magistratura, salvo eventuali bocciature costituzionali, come invece aveva fatto l’eroico Beppino. A proposito di Englaro, riportiamo le dichiarazioni del compagno di Buzzurro, Gasparri: «Il Senato ha scelto per la vita, contro il partito della morte e dell’eutanasia. Avremmo voluto fare prima una legge che impedisse eventi drammatici. Dedichiamo il voto di oggi a chi non c’è più. A chi ogni giorno assiste chi soffre, alle suore di Lecco in particolare. Siamo certi che il dibattito proseguirà con serietà e maturità. Noi abbiamo seguito la nostra coscienza. Coesi e sereni. Questa legge è un elemento identitario del Pdl che nasce. È stato un buon giorno per il Senato e per la Repubblica»
. Lo ringraziamo per l'alto pensiero e, per rispetto della sua situazione pietosa, archiviamo, ma ricordiamo però che è il presidente dei senatori del Pdl, e che quindi può aver dato una risposta alla domanda posta in questo articolo. Del resto, sempre sul livello d’intelligenza di certi senatori, una risposta è venuta anche dal presidentissimo Renato Schifani, che si è azzardato a dire che «il lavoro fatto è un contributo del Senato a tutti i cittadini che vedono così avviato in tempi ragionevoli un processo di riforma che riguarda la vita e la coscienza di tutti noi». Tempi ragionevoli?!? Dal 1861 a oggi non si è mai fatto niente, così come nei 17 anni che vanno dall’incidente di Eluana Englaro ad adesso. Ma forse bisogna solo intendersi su cosa siano i tempi ragionevoli.

Per rimanere in tema, a questo punto, dato che i soldatini presenti alla camera non potranno cambiare così tanto questa schifezza, è il caso di soffermarsi sul significato di una certa parola: libertà. Sì perché, a quanto pare, non risponde più alla definizione per la quale sarebbe la possibilità di fare ciò che si vuole senza ledere i diritti degli altri, o comunque la condizione di non sentirsi imprigionato da troppi vincoli. Con questo Popolo della libertà (e con molti esponenti liberali dell'opposizione), sembra infatti che ci sia stata una mutazione semantica (discorso che vale peraltro anche per altri concetti, come “democrazia” ad esempio). Se passa questa legge, non si può neanche decidere in maniera definitiva che cosa fare della propria vita nel caso di situazioni drammatiche: anche qui, saremo sottoposti a vincoli. Ricordiamoci che qui non è che chi non vuole essere alimentato artificialmente impone a tutti di dover rifiutare queste cure, è l’esatto contrario: con questa norma è chi vuole essere mantenuto in vita in maniera innaturale a imporre la sua volontà sugli altri, con un vincolo inevitabile.

A questo punto, proponiamo al Pdl di cambiare il proprio nome: da “Popolo della libertà”, o eliminano la parola libertà, o ci aggiungono “di imporre quello che ci viene ordinato [il mandante è a volto coperto, nda], in barba alla libertà degli altri”.

AB


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permalink | inviato da Art. 3 il 26/3/2009 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
11 gennaio 2009
Come ribaltare la realtà
"La decisione dei capigruppo e dei vice del PDL al Senato e alla Camera di non partecipare ai lavori se non si dimette Villari è stata oggi valutata positivamente dal PD con Gentiloni e dall’UDC con Rao. [..] “Noi abbiamo fatto la nostra parte,” dice Gaetano Quagliariello del PDL, “ora tocca al PD”. “Il passo del PDL è un fatto politicamente rilevante”: commenta così il presidente del Senato Renato Schifani ".
Così stasera Bruno Luverà ha riassunto per il tg1 ciò che riguarda la commissione di vigilanza RAI. Tutti contenti, non è mai successo niente: ora la palla passa al PD.

Ovviamente sarebbe stato troppo faticoso riepilogare la situazione della commissione parlamentare. Dire cioè che Villari, senatore del Pd poi cacciato dal partito, è stato votato alla presidenza il 13 novembre con 23 voti, 2 dei quali da parte del Pd: cioè che, per la prima volta nella storia, la maggioranza (con la complicità di 2 geniacci dell’opposizione) si è scelta da sola il presidente della vigilanza, che di solito viene invece indicato dall’opposizione.
Oppure dire che da allora la commissione è stata praticamente inutile, visto che subito le opposizioni l’hanno abbandonata in segno di protesta, rimproverati però dalla maggioranza che ora fa lo stesso con la lettera dei fantastici 4 Gasparri, Cicchitto, Bocchino e Quagliariello.
Aggiungere che subito dopo l’elezione  il PDL ha voluto le dimissioni del suo eletto (24 novembre, lettera al “Corriere della sera”), da ottenere tramite la “moral suasion”, ovvero le pressioni sull’appoltronato (che, non per niente, è amicissimo di Mastella), rimangiandosi in pratica l’elezione del 13 novembre.
Sottolineare insomma che la questione nasce dalle coerentissime azioni della maggioranza, oltre che da alcuni ottimi esponenti di quell’opposizione che ora loda l'operato dell'allegra combriccola.

A questo punto, non ci si sorprenderebbe se venisse fuori che Villari l’ha voluto Di Pietro tramite il voto di Leoluca Orlando.

AB

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permalink | inviato da Art. 3 il 11/1/2009 alle 22:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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