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Bile
"Dacci oggi la nostra incazzatura quotidiana"
 
 

POLITICA
16 agosto 2010
Si avvicina il «massacro delle istituzioni»

Giunti a questo punto, urge una seria riflessione su quanto sta accadendo. Da giorni il Pdl sta parlando – o, meglio, monologando – di un governo tecnico. A leggere certe dichiarazioni dei berluscones, sembra che Napolitano l’abbia già nominato e che loro siano già all’opposizione, eppure non è così. Anche perché, lo sanno tutti, con queste forze parlamentari il ritorno alle urne è certo almeno al 90%.

Basiamoci sulla Camera, dove la percentuale dei finiani è più cospicua. Per ottenere una maggioranza, il governo tecnico ed il suo premier (già, chi? Ha ragione Bossi: «Ma chi ha il coraggio di dire: "Mi offro"? Non c’è nessun matto che faccia il governo») avrebbero bisogno di almeno 316 deputati. Per farlo e mandare così all’opposizione Pdl e Lega – che contano rispettivamente su 238 e 59 deputati – servirebbe un’armata Brancaleone che riunisse tutti gli altri gruppi parlamentari a Montecitorio, cioè Pd (206), Udc (38), Fli (34), Gruppo Misto (31) e Idv (24): una cosa semplicemente impossibile, dati i veti incrociati tra Idv e Udc, i soliti malumori all’interno del Pd, la campagna acquisti berlusconiana ancora in corso nel Gruppo Misto e la possibile retromarcia di alcuni finiani.
 
Dunque, semplicemente, di cosa stiamo parlando? Perché non passa giorno in cui gli alleati di ferro Berlusconi-Bossi non fanno sentire anche indirettamente la loro voce per bocciare una cosa che non esiste? Perché attaccano il nulla, rischiando di arrivare platealmente allo scontro istituzionale con Napolitano, dopo averne già aperto uno con la terza carica dello Stato? Ieri la nostra risposta l’abbiamo già data: il duo mira alla tanto odiata Costituzione, quella che vuole che Berlusconi venga processato (art. 3) e che la Padania non esista (art. 5). Quella che, dunque, si oppone alle priorità del berlusconismo e del leghismo, tenendo l’Italia nell’alveo delle democrazie occidentali.
 
Secondo noi, si stanno preparando all’attacco finale. L’ossessiva campagna mediatica contro il governissimo infatti mira solo a mobilitare i supporters (Cicchitto: «Qualora decollassero operazioni di questo tipo, sarebbe legittimo sviluppare le più incisive manifestazioni politiche, in Parlamento e nel Paese»; Calderoli:  «Noi abbiamo l’obbligo di realizzare le riforme e il programma. L’alternativa sono le elezioni, diversamente altro che piazza, per me il Nord se ne va»), blandendo il già di suo civettuolo popolo, sempre al centro delle frasi di questi ultrà. Che ora puntano al pesce più grosso, con quel «massacro delle istituzioni» di cui ha già parlato Ciampi a marzo. Un altro noto comunista, come Scalfaro, Follini, Casini, Fini, Montezemolo etc.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
14 agosto 2010
I maiali populisti incoerenti

È molto istruttivo lasciare passare qualche giorno senza scrivere per poi riprendere in mano quanto avvenuto durante il “silenzio stampa”: ti rendi conto che solo ad elencare le baggianate dichiarate dai nostri politici in questo lasso di tempo non basterebbe un libro. Quando lo fai, operando una selezione delle frasi per ovvi motivi di spazio, ti sorge in automatico una domanda: da che gente ci stiamo facendo guidare? Certamente – e questa è la tragica conclusione – anche da dei personaggi che fingono di ignorare la Costituzione per fini più preoccupanti.

In questi giorni è addirittura dovuto intervenire Napolitano – quello che ha promulgato il lodo Alfano e il legittimo impedimento – per ricordare alle teste calde della maggioranza che chi decide se andare o meno ad elezioni è il presidente della Repubblica e non un pregiudicato per finanziamento illecito che inneggia ad inesistenti stati nel Nord, un piduista capogruppo del Pdl alla Camera o uno Schifani qualunque, sul punto già recidivo (era il 17 novembre scorso quando se ne uscì con la frase «Se la maggioranza è divisa, si torni al voto»).
 
Ed è stato sempre il capo dello Stato a dover ricordare che un eventuale governo tecnico – che, allo stato attuale, è semplicemente un’utopia – non rappresenta un golpe: esso infatti può andare avanti solo se ha la fiducia dei parlamentari, i rappresentanti del popolo. Purtroppo tali ovvietà in Italia sono considerate come cose fantascientifiche o – nel caso di quel pover’uomo che risponde al nome di Stracquadaniocomuniste.
 
Urge evidentemente un piccolo ripasso dei meccanismi alla base della nostra Repubblica: i cittadini italiani eleggono i parlamentari, non il capo del governo, nominato infatti solo dal presidente della Repubblica (art. 92), l’unico che può sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni (artt. 87 e 88) e che a sua volta viene eletto solo dai suddetti parlamentari (art. 83). Insomma, come ha ribadito Napolitano, non possono esistere governi che non siano politici. Il concetto, per uno che ha studiato anche solo vagamente la Costituzione, è semplice.
 
Ciò detto, bisogna stare attenti: i personaggi di cui sopra stanno solo fingendo di ignorare questi basilari principi. Le loro dichiarazioni infatti sono mirate ad un progetto ben preciso: far passare nella testa dei loro supporters il modello populista-plebiscitario di stampo fascista per abituarli all’idea. Ecco perché non c’è giorno in cui uno dei berluscones più o meno doc non ribadisca questi concetti, alla base del totalitarismo: a forza di sentirselo ripetere a reti unificate, il popolo bue comincerà a crederci, dimenticandosi delle sacrosante parole scritte nella Carta.
 
Già, il popolo, quella massa indefinita che purtroppo allo stato attuale sostiene ancora questa maggioranza. Il popolo soprattutto berlusconiano e leghista dunque. Quest’ultimo tornato ancora una volta alla ribalta grazie a Bossi: a sentire sbraitare il Senatur, te lo immagini sempre lì che aspetta, ovviamente armato, di fare un po’ di rumore («Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell’operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate», oggi), anche se in maniera democratica («La Lega fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c’è democrazia nel Paese, la portiamo noi», 31/07/10).
 
Senza di esso e quindi senza il partito padano, probabilmente Berlusconi e il berlusconismo sarebbero già un ricordo. Ha infatti ragione Bossi quando dice che «la maggioranza la determina la Lega», è sempre stato così. Anche quando ha perso, nel 2006, il Carroccio è risultato decisivo nell’indicare la maggioranza: è bastato il porcellum di Calderoli per rendere ingestibile la legislatura, proprio quel porcellum per il quale siamo qui a parlare della possibilità del governo tecnico, che entrerebbe in carica solo per cassarlo.
 
Dunque, bisognerebbe depotenziare la Lega. In realtà basterebbe solo volerlo, gli argomenti per riuscirci ci sono tutti. Puoi parlare di legalità elencando gli inquisiti del Nord e dei venditori di fumo con le riforme promesse ma mai andate in porto. Oppure puoi basarti sull’incoerenza.
 
Parlando di questo fantomatico governissimo ad esempio, sarebbe interessante mettere a confronto la posizione odierna dei padani («L’idea di un governo tecnico è fuori dal mondo») con quella del 1995, quando fu proprio il Carroccio a far cadere Berlusconi: all’epoca Bossi&co. non si strapparono i capelli per il mancato ricorso alle urne e per la nomina del governo tecnico guidato da Lamberto Dini, tant’è che gli diedero la fiducia e l’appoggio esterno. Altri tempi, evidentemente. Fatalità però erano gli stessi in cui anche loro – come in questi giorni i finiani – si rifacevano alle carte poi usate da Marco Travaglio, risultando peggio dei dipietristi di oggi.
 
Il materiale per contrastare la retorica leghista c’è, ed è anche parecchio. Se poi ci fosse un’opposizione che lo utilizzasse, sarebbe anche meglio. Già, un’altra utopia, come il governo tecnico che almeno ripristinasse le preferenze nella legge elettorale per riportare l’Italia nel solco delle democrazie e fermare la deriva populista.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 14/8/2010 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
30 luglio 2010
Il processo (breve?) di decomposizione

Lo abbiamo scritto ieri, e puntualmente si è verificato: il legittimo impedimento verrà cassato il 14 dicembre, lo sanno benissimo anche i berlusconiani, urge dunque pensare ad un’altra soluzione che rinvii ulteriormente l’appuntamento del Cavaliere con la giustizia. Bene, è già stata trovata: basta rispolverare il cosiddetto processo breve. Eccolo il «cavillo» di «un Ghedini o Ghedoni» (Gasparri dixit) che metterà Berlusconi nuovamente al riparo dalle sue grane giudiziarie in corso.

Questa volta non è servito presentare un nuovo disegno di legge: il «cavillo» è già pronto, è già stato approvato al Senato, ora giace alla Camera, basta l’ultima ratifica e il gioco è fatto. Breve riassunto dell’iter parlamentare dell’ennesimo aborto giuridico targato Berlusconi: presentato il 12 novembre 2009 dai tre giureconsulti Gasparri, Bricolo e Quagliariello (totalmente incompetenti in Giurisprudenza), il ddl è stato approvato con modifiche nei suoi tre articoli nel ramo guidato da Schifani il 20 gennaio 2010, poi è stato lasciato lì a marcire. Perché? Semplicemente perché nel frattempo il legittimo impedimento è diventato legge, grazie alla firma dell’ottimo Presidente della Repubblica.
 
Occhio alle date: il legittimo impedimento esce dalla commissione Giustizia della Camera 5 giorni dopo l’approvazione al Senato del processo breve, viene votato alla Camera il 3 febbraio e al Senato il 10 marzo, per essere infine promulgato da Napolitano il 10 marzo. Ha insomma rappresentato l’alternativa al ddl Gasparri-Bricolo-Quagliariello. È quindi normale che, ora che la norma ponte rischia seriamente la bocciatura, si recuperi il primo scudo pensato dopo la bocciatura del lodo Alfano, nonostante inizialmente esso avesse solo lo scopo ricattatorio. Richiamiamo il modus operandi di Berlusconi, già illustrato il 13 novembre scorso con l’articolo Il ricattato ricattabile ricattatore: «Solito schema: proposta orrida, oscena, indecente e soprattutto anticostituzionale; paura nella cosiddetta opposizione; proposta di trattativa con resa sul campo ai voleri di Berlusconi […]; approvazione di una legge che non è delinquenziale come la prima ma che scardina i principi dello Stato; giubilo dei beoti dell’opposizione che si complimentano tra loro per aver bloccato la prima legge».
 
Il processo breve serviva all’epoca a far accettare il ritorno dell’immunità parlamentare o il legittimo impedimento; si è optato per portare avanti il secondo, data l’urgenza per trovare una soluzione alla ripresa dei processi contra Berlusconi, garantita solo dalla sua natura legislativa ordinaria (l’immunità, richiedendo l’iter costituzionale come il lodo Alfano bis, esige tempi di approvazione troppo lunghi per l’obiettivo). Visto che il legittimo impedimento a dicembre verrà dichiarato illegittimo e che per quel mese i due scudi costituzionali non saranno pronti, torna dunque in auge la soluzione che all’epoca doveva solo servire – ed era effettivamente servita – come grimaldello.
 
Ecco che allora oggi il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa ha chiesto che il processo breve venga calendarizzato per i primi di settembre, definendolo «una priorità». Cosa prevede il ddl? Che in sostanza – senza entrare troppo nei dettagli – i processi per i reati commessi che non si concludono entro sei anni vengano dichiarati estinti. Cosa pensiamo di questa legge l’abbiamo già nell’articolo Altri tre prestanome, anch’esso del 13 novembre 2009: essa «è l’ultima norma da approvare dopo aver riformato l’intero apparato giuridico, avendone già visto e verificato i risultati. Non può essere la prima legge: prima servono i quattrini, le risorse, il riordino dei tribunali, gli accorpamenti, le punizioni all’interno dei vari gradi per i furboni che da colpevoli fanno appello, i tagli agli inutili sprechi burocratici, alle lungaggini di rito. Una legge del genere serve solo a garantire dei risultati che, purtroppo, sono ben al di là dal venire. Prima infatti serve una riforma vera, fatta di pagine e pagine di articoli che vadano ad intaccare pesantemente il codice di procedura penale snellendolo, magari con un apposito ministro della semplificazione giudiziaria».
 
Noi però, nonostante l’Italia si confermi essere guidata da una banda di ladri impuniti, gioiamo comunque. L’aver recuperato il processo breve rischia infatti di essere il più grande autogol di Berlusconi. A pensar male di tale legge infatti non siamo solo noi, i soliti giustizialisti antiberlusconiani, ma anche qualcun altro, che rischia seriamente di far saltare i progetti assolutistici del Cavaliere.
 
Prendete queste due dichiarazioni: «Non c’è dubbio che in Italia c’è una questione connessa al funzionamento della giustizia. Io quando mi approccio a questa questione faccio due premesse. La prima: il 90-95% dei magistrati italiani va ringraziato per quello che fa quotidianamente e bisogna ricordare che hanno pagato un contributo altissimo di vite contro il terrorismo e contro la mafia. In secondo luogo, la giustizia ha bisogno di più risorse perché purtroppo quei magistrati lavorano in condizioni non sempre agevoli. Fatte queste due premesse, discutiamo pure delle tante cose che nel quotidiano funzionamento della giustizia non vanno, compresa  la lunghezza abnorme dei processi» (08/11/09); «C’è una cosa che per me è essenziale per il buon esito di quel ddl presentato al Senato: […] c’è una condizione preliminare che è lo stanziamento di risorse reali per gli operatori della giustizia» (15/11/09). Sapete di chi sono? Di Gianfranco Fini: l’ex alleato di Berlusconi, oltre ad essere il presidente della Camera (ramo del Parlamento in cui giace il redivivo ddl), da oggi è anche il leader ufficiale di una trentina di deputati i quali, se non votassero col Pdl, farebbero cadere il governo, velocizzando quel processo di decomposizione del berlusconismo. Forse l’unico processo breve che andrà in porto.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
15 luglio 2010
Toghe rossonere

Oggi il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati, ha aperto una procedura di trasferimento nei confronti di Alfonso Marra, il giudice che secondo i pm che indagano sulla P3 (che a nostro modesto parere, visto che i personaggi coinvolti sono sempre gli stessi di 30 anni fa, sarebbe meglio continuare a chiamare P2) sarebbe stato favorito dall’allegra combriccola di incappucciati massoni nella sua ascesa al soglio della presidenza della Corte d’appello milanese e che, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe stato poi oggetto di pressioni per risolvere la questione dell’esclusione della lista di Formigoni alle recenti elezioni regionali. Nel parlare dell’indagine in corso, ci siamo limitati al riassunto più essenziale possibile. Ciò che ci interessa infatti è altro, e riguarda due figure del suddetto Csm.

La prima è quella di Gianfranco Anedda, il componente laico dell’organo di autogoverno dei magistrati in quota An: sui 5 partecipanti al voto che ha sancito l’avvio dell’iniziativa nei confronti del presidente della Corte d’appello di Milano, è stato l’unico ad opporsi. Se si ricorda brevemente cosa ha caratterizzato l’attività al Csm di Anedda, forse qualche barlume di luce nell’indagine in corso e una motivazione della sua scelta odierna li si riescono a vedere. Il nostro infatti, da buon rappresentante di centrodestra, è sempre stato contrario a tutte le apertura dei fascicoli a tutela dei magistrati attaccati da Berlusconi approvate dall’organo delle toghe. Solo in un caso è stato lui a proporre questa iniziativa: quando il Fatto quotidiano ha raccontato alcuni fatti sulle toghe che hanno giudicato in appello Marcello Dell’Utri. Anedda chiese ed ottenne l’apertura del fascicolo a tutela di Claudio Dell’Acqua, Salvatore Barresi e Sergio La Commare, oggetto secondo lui di «condizionamenti se non intimidazioni».
 
Non entriamo nei particolari della questione per motivi di spazio (rinviamo comunque all’articolo di Marco Travaglio sul tema), ci limitiamo infatti solo a segnalare come le uniche attività di questo togato in favore dei colleghi coincidano stranamente con quelle azioni della magistratura che hanno poi favorito gli uomini dell’entourage berlusconiano: con la corte d’appello di Palermo Dell’Utri ha infatti ottenuto uno sconto della pena di 2 anni ed è stato assolto per la trattativa Stato-mafia, mentre Formigoni nella Milano di Marra alla fine ha ottenuto il reinserimento della sua lista. En passant, ricordiamo anche che il braccio destro siciliano di Berlusconi è indagato nella stessa vicenda che coinvolge Marra, la nuova P2, quella che sembra rifarsi ad un certo «Cesare», identificato dai carabinieri con – ma guarda un po’ – quel Berlusconi Silvio già iscritto nella vecchia versione della loggia massonica.
 
Ma passiamo ora al secondo componente del Csm che ha attirato la nostra attenzione. Si tratta di un certo Napolitano Giorgio, che dell’organo di autogoverno delle toghe non è proprio una figura di passaggio: in quanto Presidente della Repubblica, lo presiede (art. 104, comma 2 della Costituzione). La nostra riflessione è semplice: non ritiene il Capo dello Stato che sia il caso quantomeno di pronunciarsi su ciò che l’inchiesta sta sollevando? Non sente la necessità ad esempio di rassicurare i cittadini italiani dicendo che verrà fatta chiarezza su ogni lato oscuro della vicenda, anche per cancellare la vergogna dei processi fatti contro la P2, condannata dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi ma assolta dalla magistratura fortemente compromessa dalle adesioni alla loggia di alcuni dei suoi componenti?
 
Napolitano, non dimentichiamolo, è quello che non si fece alcun problema a zittire Clementina Forleo per aver coinvolto nella sua inchiesta sulle scalate bancarie politici di entrambi gli schieramenti; Napolitano, non dimentichiamolo, è quello che non si fece alcun problema ad intervenire nei casi Why not e Poseidone, ottenendo proprio dall’alto della sua presidenza del Csm gli atti delle indagini oggetto in quel momento (dicembre 2008) delle verifiche della procura di Salerno, legalmente competente nel verificare l’operato dell’omologa  procura di Catanzaro dopo la denuncia dell’allora pm Luigi de Magistris (la vicenda, anche grazie a questo intervento di Napolitano, è stata classificata dai media come una «guerra tra procure», in realtà mai esistita: l’importante era insabbiare tutto, e ce l’hanno fatta).
 
Perché il Presidente della Repubblica, tanto pronto a stigmatizzare in passato i comportamenti di certi magistrati, oggi tace? Perché non si espone? Non si deve preoccupare: il Csm non ha agito da solo, la sua iniziativa contro Marra infatti è stata subito affiancata da quella della Cassazione contro le sue toghe coinvolte sempre nella solita indagine sulla nuova massoneria italiana, non c’è nessun pericolo di apparire avventati. Ribadiamo: Napolitano, non ti senti in dovere di dire niente? Che c’è, hai paura di «Cesare»?
 
Alessandro Bampa
POLITICA
4 aprile 2010
Un incubo: il popolo sovrano
Oggi ci siamo casualmente imbattuti nell’intervista che Il sole 24 ore ha fatto al ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli. Ci aveva attirato l’inquietantissimo titolo: «Calderoli: "Berlusconi al Quirinale nel 2013"».
 
Reduce da un non meglio giustificato incendio legislativo (il 24 marzo ha dato fuoco a 375.000 «leggi inutili». Come ha scritto Furio Colombo sul Fatto quotidiano del giorno dopo, «un ministro può proporre legge o cancellazioni di leggi, ma non può farlo. Farlo tocca al Parlamento»), il padre del porcellum tramite il quotidiano di Confindustria ha oggi auspicato per la conclusione di questa legislatura l’arrivo in porto delle riforme per il (solito e annoso) federalismo fiscale e per «una nuova forma di governo ispirata al semi-presidenzialismo d’oltralpe», indispensabili per portare l’Italia alla «terza repubblica». Segni particolari di questa nuova forma di sistema politico che si concretizzerà nel 2013: «Silvio Berlusconi eletto al Quirinale con un primo ministro leghista o amico della Lega: in ordine di possibilità Giulio Tremonti, Roberto Maroni o Gianni Letta o, in caso di coabitazione alla francese, Sergio Chiamparino». Urge innanzitutto constatare un paio di cose sul presidenzialismo.
 
1) Oggi la riforma sul tipo di Stato è una priorità, nonostante la dichiarazione del 27 dicembre 2008 di Berlusconi nella quale lo definiva un’eventualità attuabile tutt’al più nella seconda metà della legislatura: «Oggi non abbiamo assolutamente sul tavolo la riforma del presidenzialismo. Potremo eventualmente prenderla in considerazione nella seconda parte della legislatura, lo faremo solo con l’accordo tutti». Spiace constatare che non abbiamo ancora concluso il secondo dei 5 anni di legislatura e che quindi il Cavaliere si sia confermato un bugiardo patentato (amnistiato per la falsa testimonianza sulla P2). Del resto quel giorno, parlando di intercettazioni, disse anche: «Se ne esce una mia cambio Paese. Se venissero intercettate mie telefonate di un certo tipo, me ne vado in un altro Paese. Io continuo a parlare normalmente al telefono, perché se venissero intercettate mie telefonate di un certo tipo, me ne vado in un altro Paese. Non accetterei di vivere in un Paese in cui non è rispettata la privacy, che è il primo diritto». Dopo la pubblicazione di quelle di Trani, stiamo ancora aspettando la fuga del premier…
 
2) L’idea di un Berlusconi al Quirinale è roba vecchia. Basta prendere la dichiarazione dell’interessato del 20 luglio 2002: «Se passa la riforma presidenziale, francese o americana sarebbe naturale che io mi presentassi come candidato alla presidenza della Repubblica, ma lo farei con sacrificio». La candidatura del premier del resto l’aveva già lanciata il 10 marzo 2009 il suo attuale acerrimo nemico, Gianfranco Fini: «Silvio Berlusconi al Quirinale? Certamente, oggi, ha un consenso personale e popolare che rende questa ipotesi qualcosa di non stravagante».
 
Detto questo, entriamo brevemente nel punto centrale della questione sollevata da Calderoli: è pensabile prefigurare Berlusconi garante della Costituzione e la Lega il potere esecutivo? Purtroppo sì, soprattutto avendo visto l’esito delle elezioni regionali e considerando lo svuotamento dell’art. 1 della Carta: la sovranità appartiene al popolo, il quale però non è più vincolato alle forme e ai limiti della Costituzione stessa. Lo ha comunicato chiaramente Giorgio Napolitano giustificando la sua firma al decreto salvaliste: «Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano».
 
Dopo aver visto come sono andate le ultime elezioni, è chiaro quale sia il volere del popolo (quello che ancora vota), lasciato a se stesso dalla peggior opposizione degli ultimi 150 anni: Berlusconi e la Lega al potere. Il nostro discorso è certamente da snob e radical-chic. E ce ne vantiamo, anche perché l’abbiamo già detto: «Dopo il risultato delle elezioni regionali, possiamo solo prendere atto di essere completamente lontani dal tanto vituperato “popolo”. C’è poco da dire: siamo a milioni di anni luce dal sentire del cittadino medio o quantomeno maggioritario». Lo ribadiamo: siamo fieri di non avere nulla in comune col popolo italiano. Quello, tanto per capirsi, che ha eletto al potere personaggi del calibro di Cicciolina (anticipatrice del partito dell’amore odierno) e Renzo Bossi e che stravede per il berlusconismo. Che – sia chiaro – non è solo Berlusconi e i berluscones, ma anche una finta opposizione, è cioè l’attuale politica ridotta ad uno spettacolo di serie C capace solo di risolvere i suoi problemi e di sopravvivere col livellamento della società verso il livello più infimo. Come disse Montanelli: «La scoperta che c’è un’Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L’Italia del 25 luglio, l’Italia dell’8 settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo».
 
Con il realizzarsi dell’augurio di Calderoli per il 2013, il berlusconismo e quindi la volontà del popolo raggiungerebbe il suo culmine. Possiamo solo sperare che il fondatore de Il Giornale avesse ragione quando – durante la stessa intervista del virgolettato precedente – disse che «Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino». 8 anni da premier infatti non sono bastati ad immunizzare gli italiani. Speriamo solo che il futuro settennato al Quirinale lo faccia. Non vorremmo dover aspettare anche l’ascesa di Berlusconi al soglio papale.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 4/4/2010 alle 22:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
7 marzo 2010
«È regime. E non rompete». Firmato: Giorgio Napolitano

«Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall'ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano»: è questo breve estratto della risposta con la quale Giorgio Napolitano ha giustificato la firma sul dl salv-liste che ci fa temere seriamente per il nostro futuro.

Il concetto che queste parole esprimono è alla base della dittatura: chi ha il consenso popolare non è sottoposto ad alcun vincolo normativo e può scavalcare le leggi. È molto semplice: non hai rispettato le regole ma sei quello con più voti? Bene, fatti pure una norma che modifichi quella che hai infranto, non c’è problema: sei l’eletto del popolo. Del resto lo dice anche la Costituzione con l’art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo».
 
Peccato che l’art. 1 prosegua con la relativa riferita al popolo «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», vero? Peccato cioè che, ad esempio, se il partito più amato non rispetta le leggi, queste lo portano automaticamente all’esclusione dalle elezioni.
 
Prendete un altro esempio semplice semplice: le tasse. Quale cittadino vuole pagarle? Nessuno, ovviamente. E perché queste, nonostante il popolo non le voglia, continuano ad affligerci? Semplicemente perché esistono gli artt. 53, comma 1 («Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») e 75, comma 2 («Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali») della Costituzione.
 
I nostri padri costituenti, avendo visto a cosa può portare la semplice volontà del popolo (un Ventennio di fasci littori in ogni dove, oltre ai noti treni in orario), avevano saggiamente posto dei vincoli ad essa: solo nelle dittature ci si può riparare dietro alla frase «siamo gli eletti del popolo» per giustificare qualsiasi nefandezza o qualsiasi violazione della legge.
 
Che Napolitano abbia usato questo concetto per giustificare la firma al decreto, sanando così le irregolarità del Pdl solo in quanto partito più eletto, è un fatto preoccupante. Soprattutto se si tiene presente chi abbia favorito questa firma: se già di suo Berlusconi si sente autorizzato a calpestare le leggi in quanto eletto dal popolo, figuriamoci ora che anche il Presidente della Repubblica è giunto a questa conclusione, di per sé eversiva come poche altre.
 
Come sempre quando si parla di questa maggioranza, è il caso di richiamare l’art. 3 dell Carta: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». In altre parole, almeno teoricamente, in Italia non esistono cittadini o partiti super pares e, soprattutto, non esiste alcuna investitura popolare che giustifichi lo scavalcamento delle leggi.
 
Spiace aver sentito dal Capo dello Stato che in Italia secondo lui le cose non stanno più così. Anzi, per dirla con le parole di Romano Prodi – anch’egli come Paolo Mieli noto rivoluzionario eversivo – «c’è proprio da avere paura, stavolta».
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 7/3/2010 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
6 marzo 2010
Il metodo Napolitano

Non avendone per il momento i mezzi, non entriamo nel merito della costituzionalità del decreto legge  intrerpretativo approvato dal Cdm di ieri sera, anche se facciamo notare – come moltri altri hanno già fatto – l’esistenza del comma 2 dell’art. 15 della legge 400 del 23 agosto 1988 («Il Governo non può, mediante decreto-legge […] provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione [«La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi», nda]»). Ad oggi riteniamo infatti di gran lunga più importante soffermarci sul ruolo del Presidente della Repubblica in questa storiaccia.

Secondo la famigerata Costituzione, «il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica» (art. 87), «può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura» (art. 88), «nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può infine nominare 5 senatori a vita (art. 59) e un terzo dei giudici della Consulta (art. 135).
 
Tra tutti questi incarichi, quali gli dà la facoltà di intervenire nella formazione delle leggi partecipando attivamente al dibattito e ponendo veti preventivi a ciò che il legislatore – Parlamento o Governo – propone? Da quanto si è appreso questa mattina infatti, Napolitano avrebbe condotto un’estenuante trattativa col Governo affinché il decreto salva-liste potesse essere emanato, intervenendo cioè attivamente sull’operato dell’Esecutivo minacciando di non firmare l’atto legislativo nel caso in cui questo non avesse risposto ai suoi desiderata.
 
Il Presidente della Repubblica, Costituzione alla mano, non ha questo diritto di veto: egli non fa parte né del potere Legislativo né di quello Esecutivo, al massimo rientra in quello Giudiziario essendo Presidente del Csm. Napolitano non può bloccare preventivamente le proposte di legge del Parlamento o i decreti legge del governo. Nel caso specifico, non può esautorare l’Esecutivo dal presentargli i decreti legge. Essi infatti sono redatti dal governo «sotto la sua responsabilità» solo «in casi straordinari di necessità e d’urgenza» (art. 77): Napolitano non può mettere becco nella formazione del decreto in quanto essa è prerogativa del governo. L’unica cosa che può fare è, una volta presentatogli, non controfirmarlo per incostituzionalità.
 
Questa è la prassi sancita dalla Carta. Che poi governo e Presidenza della Repubblica abbiano in questi casi dei contatti, questo è normale. Ma un conto sono brevi incontri, altro discorso sono vere e proprie trattative nelle quali il Capo dello Stato tiene il coltello dalla parte del manico e ricatta l’Esecutivo, esattamente come è avvenuto per questo decreto mirato a sanare l’irregolarità delle liste Pdl lombarde e laziali.
 
Cosa avrebbe dovuto fare Napolitano, sempre Costituzione alla mano? Semplicemente lasciar lavorare questo governo di furboni e respingere a getto continuo tutti i decreti legge che gli venivano presentati dal governo per riparare ai “pasticci” dei rappresentanti locali del Pdl, finché non gliene fosse stato presentato uno rientrante, a suo giudizio, nei canoni della costituzionalità. Il Presidente della Repubblica infatti nei casi dei decreti legge può fare solo questo: verificare che essi rispettino la Costituzione. Se ritiene che questo unico presupposto sia rispettato, li firma, altrimenti li respinge.
 
Una situazione simile si era verificata ad inizio febbraio 2009, quando il governo aveva approvato un dl per bloccare la procedura che avrebbe condotto alla morte Eluana Englaro. Anche allora Napolitano intervenne nel bel mezzo del Cdm, dicendo che non avrebbe promulgato il decreto in quanto irrispettoso della sentenza della Cassazione che autorizzava Beppino Englaro a staccare le macchine che alimentavano la figlia. Berlusconi ovviamente se ne fregò e fece approvare il decreto, che alla fine però Napolitano si rifiutò di firmare. Allora il Cavaliere si scatenò contro Napolitano, attaccandolo frontalmente per essere intervenuto a Cdm in corso («È stata una innovazione quella che il Capo dello Stato, a Consiglio dei Ministri in corso, sia intervenuto anticipando una decisione del Cdm»). In quest’episodio l’unico errore di Napolitano fu quello di intervenire prima della presentazione del decreto. Per il resto rivendicò semplicemente la sua prerogativa: garantire la Costituzione. E, soprattutto, non intavolò estenuanti e illegali trattative.
 
Un prolifico e duraturo scambio di opinioni tra il governo e Napolitano pare invece che ci sia stato prima della promulgazione del fu lodo Alfano. Ha scritto l’informatissimo Vittorio Feltri sul Giornale del 10 ottobre per giustificare la reazione di Berlusconi alla bocciatura del suddetto lodo: «Il Governo rinunciava all’emendamento impropriamente definito blocca processi e, in cambio della cortesia, Napolitano spingeva il Lodo Alfano in Parlamento e ne caldeggiava l’imprimatur costituzionale. Un patto fra gentiluomini. Questo doveva essere, ma così non è stato. Non credete che i fatti si siano svolti così? Allora vi offro un particolare che prova la veridicità di quanto asserito. Parti di testo del Lodo Alfano furono scritte da un consigliere giuridico di Napolitano».
 
Insomma, quanto avvenuto in questi giorni – bozze di decreti mai approvati, continui rinvii del Cdm, frequenti incontri al Quirinale – non è stato altro che la riproposizione di ciò che ha anticipato la promulgazione del lodo Alfano. Quello che ci chiediamo è: in base a quale legge Napolitano si sente autorizzato ad utilizzare tale prassi, usando la propria influenza nell’iter normativo? Il suo unico ruolo a riguardo infatti è controllare la loro costituzionalità al momento dell’approvazione del legislatore. Gli interventi a piedi uniti durante la gestazione dei provvedimenti non sono previsti da nessuna parte, semplicemente perché in Italia vige – o dovrebbe vigere – il principio della separazione dei poteri: il Presidente della Repubblica non fa le leggi, deve solo garantire che siano costituzionali.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
3 gennaio 2010
Dagli a Tonino

Dal lancio della statuetta da parte di Tartaglia si è diffuso in Italia un nuovo gioco di società, il “dagli a Tonino”. Le regole sono semplici: contestare qualsiasi affermazione dei componenti dell’Idv, in particolare del suo leader, spesso ricorrendo a immagini forti. L’obiettivo è chiaro: isolare questo partito nel panorama politico fino a farlo cancellare dalla scena distruggendone l’immagine agli occhi dell’opinione pubblica.

Come si possono spiegare altrimenti le continue uscite dei berluscones? Per quale motivo ogni giorno Capezzone è costretto a diramare una nota che invita il Pd a sciogliere l’alleanza con i dipietristi? Perché il piduista Cicchitto e il sempre moderato Gasparri (2 dei magnifici 4 assieme a Quagliariello e Bocchino) non ci fanno mai mancare una dichiarazione quotidiana sul progetto eversivo dell’Idv? Amore più o meno spirituale a parte, come mai il sommo poeta Sandro Bondi interviene sempre in prima persona ad ogni attacco dipietrista al Cavaliere?
 
È dall’inizio di questa legislatura che si va avanti così: a piazza Navona l’8 luglio 2008 durante il No Cav Day organizzato da Micromega vengono attaccati da Sabina Guzzanti (giustamente a nostro avviso) il Papa e la Carfagna? Colpa di Di Pietro e del suo partito, che è solo uno dei partecipanti; a piazza Farnese per la manifestazione convocata dall’associazione nazionale familiari vittime di mafia Di Pietro critica alcuni silenzi di Napolitano e le sue firme facili? Il Minculpop falsa tutto e dice che la paternità della manifestazione è dell’Idv e che Di Pietro ha dato del mafioso al Presidente della Repubblica; l’aggressione del/col Duomo di Milano è stata opera di uno psicolabile? Sì, ma è stato armato dall’odio di Di Pietro e compagnia cantante.
 
Oggi l’ennesimo capitolo: nel suo blog il leader dell’Idv scrive in un ben più articolato post che «le dichiarazioni del Capo dello Stato» sulle riforme da fare sono «forse incaute visti gli interlocutori» e che «il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha messo “il vento in poppa alla barca dei pirati” che utilizzerà strumentalmente le dichiarazioni di chi rappresenta le istituzioni per distruggere e mortificare le stesse»? Inutile riportare le dichiarazioni di Cicchitto, Bonaiuti e Bondi (per quella di Capezzone c’è la nostra rubrica), sono facilmente riassumibili con il solito «Di Pietro attacca il Quirinale» condito dalle consuete considerazioni sull’eversività e il nucleo d’odio del partito che fa capo all’ex magistrato e dalla solita richiesta di strappo da parte del Pd.
 
Già il Pd. Lo stesso partito che, salvo pochi esponenti, ha preso le distanze da tutte le manifestazioni cui ha partecipato l’Idv – piazza Navona, piazza Farnese, No B. Day – e da tutti i presunti attacchi di Di Pietro. Lo stesso partito di Enrico Letta – il nipote di Gianni, braccio destro di Berlusconi assieme a Dell’Utri –, quello del «Berlusconi deve difendersi nei e dai processi» che oggi ha colto l’invito degli llustri rappresentanti del partito dell’amore con la seguente nota: «Con questa continua rincorsa Di Pietro e De Magistris [ieri ha proposto un suo lodo: Berlusconi fuori dall’Italia in cambio dell’impunità, nda] portano il centrosinistra nell’abisso e sono i migliori alleati di Berlusconi. Noi continuiamo sulla nostra linea di sostegno e difesa del capo dello Stato e della sua posizione a favore delle riforme e dell’interesse nazionale».
 
E che diamine! Noi del Pd lo difendiamo sempre il capo dello Stato, anche se firma leggi incostituzionali come il lodo Alfano; noi non lo critichiamo mai, soprattutto se interviene a gamba tesa nella cosiddetta “guerra tra procure” per silenziarne lo scandalo; noi siamo sempre lì pronti a spegnere gli incendi che scatena il berlusconismo con le varie dichiarazioni più o meno autoritarie e ci guardiamo bene dall’evidenziare le tendenze reazionarie della maggioranza.
 
Loro infatti non sono all’opposizione, sono lì con il piduista amico di mafiosi e corruttore di giudici, politici e testimoni per fare le riforme costituzionali, quelle che per non incorrere nei pericolosi referendum devono ottenere i 2/3 dei voti di Camera e Senato, ovvero il 66%. E qui sorge il nostro dubbio: Di Pietro conta su 24 deputati su 630 e su 12 senatori su 322,  cioè rispettivamente sul 4,6% della Camera e sul 3,7% del Senato. Perché allora bisogna continuare a massacrarlo rinfacciandogli il fatto di non voler fare le riforme? Quelle si possono fare tranquillamente senza i dipietristi. Eppure, soprattutto dopo l’aggressione a Berlusconi, prosegue lo stillicidio di dichiarazioni contro questo partito, anche dai cosiddetti alleati, gli stessi che non hanno nulla da dire sull’ormai prossima beatificazione di Craxi. Cosa c’è sotto? Lo possiamo sapere?
 
Con questo articolo non vogliamo minimamente dire che l’ex pm ha sempre ragione e difenderlo. Lungi da noi: Di Pietro lo abbiamo più volte criticato, soprattutto per il suo linguaggio tuttaltro che tranquillo. Però oggi, con la frase di Enrico Letta, abbiamo avuto conferma di una cosa: da una parte c’è che fa opposizione, dall’altra chi vuol fare delle riforme con gente poco raccomandabile.
 
AB

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POLITICA
27 novembre 2009
Un garante della Costituzione?

In molti si aspettavano un intervento di Giorgio Napolitano sull’escalation della tensione che si respira in Italia tra la politica e la magistratura o, meglio, tra Berlusconi e la giustizia. È da quando è stato bocciato il lodo Alfano che stiamo assistendo a continui attacchi alle basi fondamentali di uno Stato di diritto, siano gli attacchi frontali di Berlusconi alla Consulta e alle toghe, siano le proposte di legge sull’immunità parlamentare, sia il ddl sul «processo breve», sia il Parlamento scavalcato continuamente dall’Esecutivo. I 3 poteri – l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario – mostrano segni di insofferenza verso le loro stesse autonomie.

Oggi è arrivata la presa di posizione chiara del Presidente della Repubblica: «L’interesse del Paese – che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale – richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali. Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare. È indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia».
 
Che dire? L’intervento di Napolitano richima molto da vicino quello fatto a pochi giorni dal G8 de L’Aquila («Io capisco tutte le ragioni dell’informazione e della politica, però io penso che sarebbe abbastanza giusto, di qui al G8, data la delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, anche una tregua nelle polemiche»). Oggi però siamo andati oltre. Andiamo con ordine.
 
1- «Nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento»: e tutti i governi caduti fino ad oggi? Prendiamo la caduta del secondo governo Prodi. Da cosa è stata causata? Al di là dell’evidente eterogeneità dell’armata Brancaleone, perché Prodi è stato mandato a casa? Secondo i benpensanti, per le inchieste sui Mastella. Problema: le indagini sono fondate, come dimostrano i rinvii a giudizio, e comunque non c’era nessuna legge che vietava all’allora ministro della Giustizia di restare in carica (si pensi a Berlusconi, plurimputato e tutt’ora premier). E allora, perché è caduto Prodi? Nonostante fosse venuto fuori anche il sospetto di un acquisto di senatori da parte dell’allora leader dell’opposizione (Berlusconi lo confessò via telefono allo zerbino Saccà: «Io sto cercando di aver la maggioranza in Senato»), nessuno si sentì in dovere di dire che il governo non può cadere per nessun motivo. Eppure le analogie con oggi ci sono: maggioranza litigiosa ed esponenti del governo indagati e sotto processo sono elementi incontestabili. Ma allora perché Napolitano è intervenuto solo oggi? Perché solo questo governo non deve cadere?
 
2- «È indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche»: e chi è che continua a sparare boiate? I magistrati? L’opposizione? O forse è proprio gran parte della maggioranza, che mette in evidenza la sua allergia alla Costituzione, soprattutto sul principio dell’uguaglianza e sulla divisione dei poteri? E poi, caro Napolitano, l’articolo 21 è stato abolito?
 
3- «È indispensabile che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione»: l’articolo 112 («Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale») è ancora in vigore? Perché se vengono fuori notizie di reato – come ad esempio l’appoggio alla mafia da parte di esponenti politici di spicco (c’è chi parla della seconda e della quarta carica dello Stato) – le indagini vanno fatte. O no?
 
Questi sono solo alcuni dei quesiti che ci sono venuti in mente leggendo la dichiarazione di Napolitano e, soprattutto, le reazioni politiche, in particolare del Pdl: tutti elogi sperticati al Presidente, lodi, incensamenti. Cioè smaccate leccate di culo, nonostante il suo passato comunista. È la coerenza del nostro centrodestra: sono garantisti quando viene arrestato uno dei loro, giustizialisti se uno della sinistra (ma quale? Il Pd, Sinistra e Libertà, Comunisti italiani...?) è anche solo indagato; le toghe sono rosse se condannano un destrorso, giuste se lo assolvono.
 
In questo caso però non è il caso di fermarsi sui berluscones. Il problema è proprio Napolitano. Vi ricordate cosa disse di lui Berlusconi quando venne bocciato il lodo Alfano? «Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta». Come confermerebbero le ricostruzioni de Il Giornale sul lodo Alfano (in pratica scritto dagli addetti di Napolitano che garantì un’intervento sulla Consulta per farlo passare) e le parole di oggi, forse abbiamo capito cosa intendeva il premier...
 
AB

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POLITICA
8 ottobre 2009
Lodo, Borsellino: vincono verità e giustizia. Bocciato anche Napolitano

«Non è ancora quel fresco profumo di libertà che aspireremo a pieni polmoni quando saremo del tutto venuti fuori da questo che è il periodo più nero della nostra storia, ma è come quel primo refolo di vento fresco che, alla fine dell’inverno, ci fa capire che la primavera sta per arrivare, che le pesanti nubi che coprono il cielo si dissolveranno e che il sole tornerà a splendere.

Da tanto tempo non sentivo dentro di me una gioia così grande, la voglia di prendere in mano un’Agenda Rossa, quel simbolo di verità e giustizia negate che, a Palermo e a Roma, ci ha accompagnati in queste indimenticabili giornate di lotta di luglio e di settembre, e correre a perdifiato per le strade della mia città per festeggiare, per la prima volta dopo tanti anni, questa vittoria della verità e della giustizia.

Il giudizio della Corte Costituzionale è senza appello, la legge che, per proteggerne soltanto uno, decretava l’impuntià per le quattro più alte cariche dello Stato va contro i dettami della Costituzione e deve essere abrogata in toto. Non esistono cittadini per i quali, anche se la legge è uguale per tutti, questa deve essere applicata in maniera diversa, l’articolo 3 della Costituzione non può essere impunentemente aggirato e anche chi ritiene di non essere sottoposto alla legge deve inchinarsi di fronte ad essa.

Mi chiedo se quello che dovrebbe essere il garante della nostra Costituzione e che invece ha finora permesso che essa venisse distrutta a colpi di decreti legge incostituzionali firmati come si firma la ricevuta di un telegramma, si renda conto, ora che è stato sconfessato dalla Suprema Corte, organismo che la lungimiranza dei nostri Padri Costituenti ha posto a tutela del nostro bene supremo, la Costituzione Repubblicana nata dal sangue dei martiri della Resistenza, di quale è il danno che è stato così arrecato alla nostra democrazia e alla Istituzione che egli rappresenta.

Arrivare a firmare addirittura in anticipo sulla sua approvazione da parte del Parlamento una legge che istituisce il riciclaggio di Stato affermando che è inutile da parte del Presidente della Repubblica non firmare una legge, tanto deve essere poi necessariamente firmata quando viene ripresentata, significa rinunciare alle proprie funzioni e dovrebbe avere come naturale conseguenza quella di dimettersi dalla propria carica.

Io ho un profondo rispetto delle Istituzioni ma pretendo che questo rispetto venga anche da chi quelle Istituzioni è chiamato ad occupare e che, se si ritiene inadeguato ad occuparle, ne tragga le naturali conseguenze».
 
A usare queste parole oggi non è stato Antonio Di Pietro, né qualche pittoresco giustizialista. A usare queste parole oggi è stato Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato saltato per aria il 19 luglio 1992 per mani dell’Antistato, quello che tratta con la mafia e lo nega, quello che non vuole che le indagini vadano a fondo, quello che racconta e continua a raccontare la barzelletta della mafia degli analfabeti siciliani ormai sconfitta, quello che non vuole scoprire i colpevoli e i mandanti a volto coperto di quella strage perché sarebbe come guardarsi allo specchio.
 
AB

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