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POLITICA
8 agosto 2010
C'era una volta lo squadrismo berlusconiano

Che ci sia qualcosa di poco chiaro nelle vicende monegasche di An è ormai chiaro, ma proprio per verificarne la sussistenza esiste un apposito potere dello Stato, la magistratura. Siccome di soldi pubblici ne buttiamo nel cesso già abbastanza, sul caso specifico ci sembra giusto lasciare lavorare i pm, gli unici che devono verificare le responsabilità penali ed, eventualmente, chiamare in causa Gianfranco Fini. Allo stesso modo è giusto che i giornalisti, se non si ritengono soddisfatti della lunga nota del Presidente della Camera e possono smentirla anche solo in una virgola, vadano avanti nella loro battaglia per la trasparenza. Detto questo, non possiamo passare sotto silenzio l’ennesimo atto di squadrismo messo in piedi dal regime berlusconiano.

Oggi tocca a Fini, svariate volte nel passato più o meno recente è stata la volta di Di Pietro, ad ottobre c’era il giudice Mesiano, tra fine agosto e i primi di settembre – subito dopo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e quello di Repubblica Ezio Mauro – è stato di nuovo Fini: stiamo parlando delle campagne stampa messe in piedi dagli house organs controllati tutti più o meno indirettamente dal Cavaliere. Delle campagne giornalistiche che un marziano che non sapesse nulla dell’Italia IN TEORIA potrebbe trovare giustissime (a parte il servizietto gentilmente riservato a Mesiano, di gusto semplicemente mafioso-piduista, come abbiamo già avuto modo di scrivere) in quanto – sempre IN TEORIA – volte a chiedere spiegazioni a personaggi pubblici per garantirne la trasparenza, nessuna IN PRATICA si è mai svincolata dai desiderata dell’«utilizzatore finale», sempre lui, Silvio Berlusconi.
 
Tutte infatti sono nate da una sua necessità, decisamente poco democratica: manganellare l’avversario di turno. Di Pietro con la sua ferma opposizione al regime arriva a raddoppiare i voti? Eccoti gli scoop (sempre quelli, periodici, ad orologeria) sui suoi affari immobiliari di Libero e Il Giornale e, con il concorso esterno del sempre più ottimo (scusate la grammatica) Corriere della Sera, la foto con Contrada; Mesiano condanna la Fininvest a versare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori? Tranquilli, basta far vedere a Mattino5 i suoi calzini turchesi facendolo passare per un pazzo e il gioco è fatto; Boffo dal suo giornale critica sommessamente il premier puttaniere ma allo stesso tempo difensore dei valori cattolici? Feltri estrae dal cilindro una vecchia storiaccia di molestie telefoniche, additandolo come un omosessuale, portandolo alle dimissioni. Repubblica martella Berlusconi con le domande sbagliate, quelle su Noemi? Ancora Feltri svela che il suo direttore ha pagato una casa in nero.
 
Ora tocca a Fini, già nel mirino del  randellatore ufficiale Feltri (il 14 settembre, dopo le sue uscite per smarcarsi dal Pdl, il direttore del quotidiano di via Negri se ne esce con un avvertimento di stampo dellutriano: «Delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme»).
 
Dopo la rottura ufficiale e la creazione di Futuro e Libertà, ecco l’inchiesta giornalistica sulla casa monegasca di An, passata al fratello della seconda moglie di Fini. Il pressing congiunto di Libero e Il Giornale ha portato all’apertura di un fascicolo da parte della procura di Roma, per ora contro ignoti. Ribadiamo: la questione va certamente chiarita ed è giusto che i cronisti pongano le domande ai politici. Però non si può far passare per giornalismo questo manganellamento sistematico, soprattutto se l’«utilizzatore finale» diretto di queste campagne – sì, sempre lui – rappresenta tutto, tranne la trasparenza. Scendendo nello specifico, parlando del caso odierno, è più grave che una casa ereditata da un partito finisca dopo svariati passaggi al cognato di quello che all’epoca era il leader del movimento politico o che un imprenditore rampante per acquistare la sua futura favolosa dimora si avvalga del pro-tutore della legittima proprietaria della villa per turlupinarla? È il momento di una favola.
 
C’era una volta, nel 1974, un rampante imprenditore che aveva messo gli occhi su villa San Martino di Arcore, valutata all’epoca 1.700 milioni di lire. Il giovane, allora naturalmente cappelluto, riuscì ad acquistarla per 250 milioni. L’incantesimo fu possibile grazie al sempre apposito Cesare Previti – quello che successivamente, entrato ufficialmente alle dipendenze dell’ormai semplice prenditore, si comprò coi suoi soldi il giudice Metta nel sopra citato lodo Mondadori –, allora protutore della proprietaria, la marchesina Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. Il pagamento, fissato sui 500 milioni, non avvenuto in contanti bensì in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borsa, venne dilazionato nel tempo. Ecco che allora la marchesina, ormai maggiorenne e trasferitasi in Brasile, quando tentò di monetizzare le azioni, fu costretta a cedere alla generosissima offerta del futuro Cavaliere: «Te le ricompro io, ma alla metà del loro prezzo».
 
Ecco, quando i vari Feltri, Belpietro, Fede, Giordano e Brachino troveranno il tempo per raccontare questa bella favola mettendo sulla graticola il Cavaliere nero con le loro martellanti domande, allora risulteranno più credibili anche con le altre inchieste. Fino a quel momento, resteranno solo dei giornalisti indipendenti. Da se stessi.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
19 ottobre 2009
Cagnolino Alfano

«Per me le scuse di Brachino chiudono un caso, ma ne aprono platealmente un altro: il diritto alla privacy vale solo se c’è di mezzo un magistrato? Solo in quel caso il diritto alla privacy prevale sul diritto di cronaca? E quando di mezzo c’è il diritto dei comuni cittadini e del capo del Governo? Sono sempre stato un sostenitore del diritto alla privacy, un diritto che è di ciascun cittadino e non solo dei magistrati. Oggi anche il Pd si è accorto dell’esistenza di questo diritto, però se ne è accorto solo per difendere l’ormai famoso esponente di una potente corporazione come quella dei magistrati. E se ne è accorto anche il segretario del Pd che domenica ha usato i calziniturchesi nella sua campagna elettorale per l’elezione alla segreteria nazionale del partito. Una privacy elettoralistica? Spero di no. La privacy non è un diritto a corrente alternata, a seconda di chi sia la vittima della sua violazione. Nel nostro Paese centinaia di migliaia di cittadini sono stati intercettati senza essere direttamente coinvolti nelle indagini. I loro nomi, spesso i loro affetti, sono stati pubblicati sui giornali e senza ragione. Del loro interesse e della salvaguardia della privacy si sono occupati il Governo e la maggioranza, ma con l’ostilitá dell'opposizione. Nel nostro paese un capo di governo straniero è stato fotografato all’interno della residenza privata del presidente del Consiglio dei Ministri e nessuno si è indignato. Piuttosto, qualcuno si è indignato della legittima indignazione del presidente Berlusconi che difende la propria privacy. Si è frugato, usando ogni metodo nel privato del presidente del Consiglio in omaggio al diritto di cronaca: anche in questo caso la privacy è stata considerata un diritto di serie b. Noi abbiamo sempre considerato uguali e di pari rango tre diritti costituzionali: quello alle indagini, quello alla privacy e quello di cronaca. Spero che lo sfoggio dei calzini turchesi coincida con la promozione in serie a del diritto alla riservatezza e alla privacy anche quando il problema riguarda il comune cittadino o il leader del governo. Spero che non sia l’ennesima prova che la sinistra sta sempre e comunque dalla parte dei magistrati e non dei cittadini».

A pronunciare queste corbellerie è stato il ministro della Giustizia Angelino Alfano riferendosi alle scuse di Claudio Brachino al giudice Mesiano per il pedinamento organizzato ai suoi danni da Mattino5 nel tentativo di rappresentarlo come lo «stravagante» giudice che ha condannato la Finivest di Berlusconi a risarcire la Cir di De Benedetti, sottintendendo l’illegittimità di tale decisione.
 
Da vero esponente del Pdl, Alfano parla della privacy solo in riferimento al suo capo. Come tutto il centrodestra infatti, interviene sul tema solo quando c’è di mezzo Berlusconi. Basti pensare alla caccia all’uomo per trovare il vincitore del Superenalotto a Bagnone: avete sentito una rezione indignata da parte del centrodestra? No, non era mica Berlusconi.
 
A destra funziona così: la privacy diventa una questione nazionale solo se coinvolge il premier. È da 15 anni che funziona così: l’emergenza è tale solo se riguarda il Cavaliere. Ecco che allora il pedinamento mafioso-piduista non suscita lo sdegno del guardasigilli, preoccupato solo della privacy del capo, nel pieno relativismo della «corrente alternata», per usare le sue stesse parole, come esemplificato anche dal garantismo peloso dei “liberali” che spesso si trasforma in giustizialismo tipico degli orridi dipietristi (come nel caso della sanità pugliese, col centrodestra che chiede la testa di Nichi Vendola, nemmeno indagato).
 
Ribadendo il principio del «Berlusconi prima di tutto», ecco che allora Alfano può lanciarsi nuovamente nella crociata contro le odiate intercettazioni, quelle che hanno dato il via a memorabili gogne mediatiche per milioni e milioni di Mario Rossi qualsiasi, difesi notoriamente dal governo delle leggi rivolte a tutta la comunità (come il lodo che portava il nome del ministro, spazzato via perché troppo rispettoso dell’invocata uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, anch’essa ovviamente a corrente alternata): bisogna eliminarle assolutamente, in barba ai risultati che producono e sorvolando sulla definizione di «governo della sicurezza» auto-appioppatasi dall’esecutivo che, da solo, si dà anche il gradimento.
 
Il guardasigilli supera però se stesso quando millanta una privacy di serie A e una di serie B, ripresentando la solita triste e consumata figura del “Berlusconi perseguitato” azzardando un improponibile paragone col giudice Mesiano, a detta del ministro più tutelato del premier: ad Alfano non passa per la testa che Mesiano sia stato importunato (per essere moooolto buoni) dagli uomini di quello che si pone come baluardo della privacy e non da paparazzi intenti a fare il loro (a volte sporco) mestiere.
 
Peccato insomma che, come spesso accade, gli sgherri di Berlusconi fingano di poter scindere a loro piacimento il Berlusconi politico dal Berlusconi imprenditore. È una cosa tecnicamente impossibile, anche e soprattutto per chi dovrebbe solo andarsi a nascondere dopo aver scritto (come l’attuale seconda carica dello Stato) una delle legge più vergognose della storia della Repubblica italiana che doveva tutelare il Berlusconi politico e imprenditore, uno e trino.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 19/10/2009 alle 23:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 ottobre 2009
La destra del Mangan(o)ello

Nel giorno il cui il papello – la prova della trattativa tra Stato e mafia del 1992 – diventa di dominio pubblico coi suoi 12 punti di che cosa può occuparsi il tg di Minzolini? Incredibile ma vero, il primo telegiornale italiano non ha dedicato neanche un servizio alle richieste avanzate da Cosa Nostra per chiudere la stagione di sangue corleonese. In compenso hanno trovato (molto) spazio altri servizi imperdibili, annunciati così da Susanna Petruni: «Gli alunni di una scuola elementare di Milano fanno rispettare le regole del codice della strada»; «Tanti incidenti stradali vedono coinvolti patentati di lungo corso. Vediamo quali sono le regole e i controlli per gli automobilisti anziani»; «Il mondo della moda e del design punta sul gadget elettronico più amato dagli italiani. Vediamo come il cellulare diventa un super lusso»; «Che fine ha fatto il vecchio salvadanaio? È un oggetto ormai dimenticato oppure c’è chi continua ad usarlo?»; «Richard Gere e Franco Zeffirelli grandi protagonisti al Festival internazionale del film mi Roma». Tutte notizie ovviamente ben più interessanti delle richieste di una certa signora mafia ad un certo signor Stato.

Ma il tg del Minzo non si è fermato qui. Ecco infatti come il notiziario con l’infaticabile Susanna Petruni ha illuminato il suo pubblico sul modo di fare giornalismo dalle parti dell’illibata Finivest: «È polemica per un video mandato in onda da Mattino5 e per un articolo de Il Giornale sul giudice della sentenza sul lodo Mondadori, Mesiano, ripreso in un momento della sua vita privata. L’Anm parla di attacchi inaccettabili e scrive a Napolitano. Martedì il caso sarà discusso dal Csm. Per la Fnsi si tratta di pestaggio mediatico. Il garante della privacy valuta l’apertura di un’istruttoria. La maggioranza difende l’operato dei giornalisti delle 2 testate».
 
Cosa può aver capito un normale cittadino da queste parole? Anche in questo caso nessun servizio, nessuna spiegazione nel merito dell’articolo de Il Giornale, nessuna riproposizione della «roba ridicola, demenziale, una cosa che nemmeno una mente demenziale può concepire»(per usare le parole del noto comunista Antonio Ricci) mandato in onda da Canale5 e nessuna delucidazione sulle sigle citate (Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, Federazione Nazionale Stampa Italiana), naturalmente ben salde nella mente dei disattenti italiani. Soprattutto, nessun accenno al fatto che Mattino5 e Il Giornale rappresentino due dei numerosi house organs di Berlusconi, accenno che avrebbe probabilemente chiarito coma mai nella questione sia intervenuto il solito Pdl, quello impegnatissimo ad affrontare la crisi e che non ha mai tempo per bazzecole che riguardino il suo esponente di maggior spicco (tipo lodi alfani, riforme delle intercettazioni, riforme della giustizia, immunità parlamentari).
 
Fortunatamente il tg1 ci ha però risparmiato anche la seguente dichiarazione di Mauro Crippa, direttore generale News Mediaset: «Non accettiamo bacchettate da chi negli ultimi mesi ha reso sistematica prassi giornalistica lo spionaggio a senso unico dal buco della serratura. Troppo comodo prendersela oggi con Brachino, che mostra a passeggio per strada un magistrato che obbiettivamente ha acquisito notorietà nazionale ed internazionale, quando l’informazione giornalistica è dominata da curiosità assai più morbose. Vogliamo tutti maggiore sobrietà nell’informazione? Le News di Mediaset raccolgono l’invito in attesa che lo stesso facciano quelli che così istericamente ci criticano».
 
Sarebbe stato bello poter vedere la faccia di quest’uomo che, per tenere ben al sicuro il suo sedere, soprassiede sul fatto che il “gossip” che riguarda Berlusconi nasce dalle uscite di Veronica Lario (veline all’Europarlamento e frequentazioni con minorenni da parte di un 73enne), da indagini della magistratura (voli di Stato ed escort) e da interviste di ragazze-immagine (ancora per il caso Gampi), a differenza invece del caso odierno, nato da un pedinamento già annunciato da quello che in teoria – cioè per la legge che lui stesso si è fatto (la Frattini) e in ossequio a quella che gli ha cristallizzato il suo monopolio (la Mammì) – non dovrebbe avere niente a che fare con Mattino5 e Il Giornale («un giudice del quale se ne sentiranno venire fuori delle belle» ebbe a dire domenica il mero proprietario Silvio Berlusconi). Un pedinamento confermato del resto dalle indiscrezioni raccolte da Il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi.
 
Il comunicato Mediaset – che continua a mettere insieme opposizione, Repubblica e giudici, senza distinzione di funzione e ruolo – però aiuta a capire dove stiamo andando a finire: il fatto che le aziende di Berlusconi non accettino che vengano date le notizie e che quindi considerino legittima la vendetta tramite metodi mafioso-piduisti (dossier, pedinamenti, scoop creati ad arte come il falso fidanzato di Noemi, picchiatori televisivi alla Gasparri), non può lasciare tranquillo nessuno, soprattutto chi cerca la verità in questo scellerato Paese di mafiosi, corruttori, nani e ballerine.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 16/10/2009 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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