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POLITICA
16 agosto 2010
Si avvicina il «massacro delle istituzioni»

Giunti a questo punto, urge una seria riflessione su quanto sta accadendo. Da giorni il Pdl sta parlando – o, meglio, monologando – di un governo tecnico. A leggere certe dichiarazioni dei berluscones, sembra che Napolitano l’abbia già nominato e che loro siano già all’opposizione, eppure non è così. Anche perché, lo sanno tutti, con queste forze parlamentari il ritorno alle urne è certo almeno al 90%.

Basiamoci sulla Camera, dove la percentuale dei finiani è più cospicua. Per ottenere una maggioranza, il governo tecnico ed il suo premier (già, chi? Ha ragione Bossi: «Ma chi ha il coraggio di dire: "Mi offro"? Non c’è nessun matto che faccia il governo») avrebbero bisogno di almeno 316 deputati. Per farlo e mandare così all’opposizione Pdl e Lega – che contano rispettivamente su 238 e 59 deputati – servirebbe un’armata Brancaleone che riunisse tutti gli altri gruppi parlamentari a Montecitorio, cioè Pd (206), Udc (38), Fli (34), Gruppo Misto (31) e Idv (24): una cosa semplicemente impossibile, dati i veti incrociati tra Idv e Udc, i soliti malumori all’interno del Pd, la campagna acquisti berlusconiana ancora in corso nel Gruppo Misto e la possibile retromarcia di alcuni finiani.
 
Dunque, semplicemente, di cosa stiamo parlando? Perché non passa giorno in cui gli alleati di ferro Berlusconi-Bossi non fanno sentire anche indirettamente la loro voce per bocciare una cosa che non esiste? Perché attaccano il nulla, rischiando di arrivare platealmente allo scontro istituzionale con Napolitano, dopo averne già aperto uno con la terza carica dello Stato? Ieri la nostra risposta l’abbiamo già data: il duo mira alla tanto odiata Costituzione, quella che vuole che Berlusconi venga processato (art. 3) e che la Padania non esista (art. 5). Quella che, dunque, si oppone alle priorità del berlusconismo e del leghismo, tenendo l’Italia nell’alveo delle democrazie occidentali.
 
Secondo noi, si stanno preparando all’attacco finale. L’ossessiva campagna mediatica contro il governissimo infatti mira solo a mobilitare i supporters (Cicchitto: «Qualora decollassero operazioni di questo tipo, sarebbe legittimo sviluppare le più incisive manifestazioni politiche, in Parlamento e nel Paese»; Calderoli:  «Noi abbiamo l’obbligo di realizzare le riforme e il programma. L’alternativa sono le elezioni, diversamente altro che piazza, per me il Nord se ne va»), blandendo il già di suo civettuolo popolo, sempre al centro delle frasi di questi ultrà. Che ora puntano al pesce più grosso, con quel «massacro delle istituzioni» di cui ha già parlato Ciampi a marzo. Un altro noto comunista, come Scalfaro, Follini, Casini, Fini, Montezemolo etc.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
1 aprile 2010
«Il cristianesimo della Lega? Gott mit uns»

Data la prima mossa dei neogovernatori leghisti di Piemonte e Veneto, fatta nei confronti della pillola Ru486, spudoratamente filoclericale, è il caso di riportare un articolo ad hoc di un mio collega universitario, Alberto Bullado, pubblicato nella rivista di un gruppo di studenti delle facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Padova, Conaltrimezzi.

«Ok l’involontario senso dell’umorismo capace di calamitare ilarità e un consenso espresso in migliaia e migliaia di voti, l’anima kitsch di una propaganda fatta di slogan da cottolengo, una costellazione caricaturale di canti natalizi, presepi, crocefissi e maiali al pascolo sopra le fondamenta di una moschea fantasma. Benissimo. Ma continuare a distrarsi in una simile cornucopia di gag significa ignorare un dibattito politico, quello inerente al controverso cristianesimo leghista, che ci dovrebbe portare oltre il conformismo di una satira ormai datata. Perché non dire qualcosa di finalmente inattuale? Per esempio che il Carroccio non delira quando dimostra di rifarsi ad un sentimento religioso nel quale xenofobia e cristianesimo possono andare d’amore e d’accordo. La cosa suona strana, impossibile, blasfema? Non in questi tempi bui dove sembra aleggiare un forte spirito di crociata.
 
LEFEBVRE üBER ALLES. Considerate innanzitutto una cosa: la Lega non ha mai nascosto di possedere un’anima antiromana e quindi antivaticana. Del resto se Roma è ladrona in Parlamento, figuriamoci in Santa Sede. Uno zelo deontologico che prende chiaramente le distanze da quel “catto-comunismo” da oratorio che irrimediabilmente puzza di “sinistra”. Così come la figura di un Gesù barbuto e capellone, vagamente compagno e spudoratamente fricchettone non può reggere il confronto con un Cristo crociato e sciovinista, paladino di un’identità da difendere in nome di un primato tutto occidentale (rigorosamente bianco e cristiano). Quello che all’evangelica prescrizione dell’Ama il prossimo tuo come te stesso sostituisce un urlo di battaglia di teutonica memoria: Gott mit uns. Dio è con noi. Avrete di certo presente. Quel motto che faceva bella mostra di sé nei cinturoni della Wehrmacht, tanto per dirne una, ora oggetto di venerazione di certi feticisti. Ma per apprendere l’origine di simili coordinate ideologiche occorre lasciare per un attimo le grigie brume della Padania e recarci a Friburgo, Svizzera, città dove Marcel Lefebvre, arcivescovo francese, diede i natali alla Fratellanza Sacerdotale San Pio X, meglio nota come ordine dei Lefebvriani, che dal giorno della propria nascita – 1 novembre 1970 – raccolse un coagulo di adesioni provenienti dalla destra francese e dall’ala oltranzista cristiana. Un connubio giustificato dall’approccio ideologico e dottrinale profondamente tradizionalista che valse sin da subito i primi dissidi con Santa Sede. Ci vollero 18 anni di dure controversie e disobbedienze teologiche prima che papa Giovanni Paolo II scomunicasse lo stesso Lefebvre più altri cinque vescovi dell’ordine. La motivazione: i lefebvriani non riconoscevano il Concilio Vaticano II e i progressi approntati alla liturgia e alla dottrina cristiana. All’ecumenismo e al dialogo interreligioso di papa Wojtyla, secondo il quale il cattolicesimo veniva recepito come una verità rivelata valida come le altre, la Fratellanza Sacerdotale di San Pio X preferì un cristianesimo integralista il quale, oltre a preservare vari aspetti della tradizione pre-conciliare tridentina come la celebrazione della messa in latino, professava un’idea di cristianesimo suprematista come unica verità possibile ed incontrovertibile. Uno scarto ideologico che tra le varie intemperanze valse il mini-scisma e che inaugurò una stagione spirituale all’insegna di un virile ed intransigente conservatorismo. Sono gli anni del priapismo leghista, quello del "perché noi della Lega ce l’abbiamo duro", durante i quali un partito politico ancora giovane cominciava a collezionare proseliti antiterroni e secessionisti. Il risentimento verso il clero romano era uno dei leitmotiv che nei primi anni ’90 agitavano una marea verde ancora eterogenea ma che allo stesso modo non si vietò di interessarsi alla causa lefebvriana. Un gemellaggio quello tra Carroccio e seguaci di Lefebvre che da allora si perpetua sino ai giorni nostri, quando il leader maximo Umberto Bossi non fa mistero che tra Lega e lefebvriani "ci sono affinità". Ecco perché è molto difficile trovare un rappresentante del Carroccio disponibile a prostrarsi al cospetto del Papa. Quella è roba che più si confà ad inzerbinati vaticani come la premiata ditta Casini-Rutelli. I leghisti tutti d’un pezzo amano invece frequentare le omelie dei lefebvriani, "gente onesta che non può far altro che bene alla Chiesa" come ama chiosare il Senatùr. Uno dei fan più illustri di un certo Padre Abramowicz.
 
GOTT MIT UNS. Padre Floriano Abramowicz opera nel trevigiano. Spesso lo si vede celebrare messe per i militanti del Carroccio (sua la benedizione al Parlamento Padano del 2007). Bossi ama assistere alle sue omelie in latino (mai sottovalutare il Senatùr) dove il tema del suprematismo cristiano la fa da padrone. Padre Abramowicz, il prete verde, è salito però alla ribalta delle cronache nazionali a causa di certe delicate affermazioni: "Le camere a gas? Erano sicuramente usate per disinfettare"; "Priebke? Non si può chiamare boia chi assolse il proprio compito con cuore pesante";"Parlare di genocidio a proposito delle stime sulle vittime dell’olocausto è sempre un’esagerazione", in quanto si tratta di una valutazione calcolata "sull’onda dell’emotività. […] I numeri sostiene ancora Abramowicz derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra". C’è da chiedersi perché un prete abbia da rilasciare dichiarazioni del genere. Il motivo va ricercato nel tentativo, alquanto raffazzonato dato l’ulteriore strascico di polemiche, di rimediare allo scivolone del più celebre vescovo Richard Williamson, anch’egli lefebvriano, il quale, sollevando la medesima questione in un’intervista rilasciata ad una tv svedese risalente al 1 novembre 2008, si era abbandonato ad affermazioni di questo genere: "Io credo che le prove storiche siano fortemente in contrasto con l’idea che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas, a seguito di un’indicazione di Adolf Hitler. Io credo che non siano esistite le camere a gas". Sillogismi ombratili, figli di un’appiccicosa retorica negazionista, la medesima avallata da movimenti borderline come Action Française (movimento nazional-radicale, fortemente clericale, monarchico ed antisemita operativo in Francia), il Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen ed il nostro italianissimo partito Forza Nuova. Un’allegra combriccola vicina alla Fratellanza Sacerdotale San Pio X alla quale, senza alcun imbarazzo, sembra accodarsi la Lega. E non potrebbe essere altrimenti data la nostalgia condivisa e celata dentro foibe padane da una nutrita frangia di militanti in camicia verde. Ma il fattore Gott mit uns al quale si rifà questo articolo va ben al di là di una certa perniciosa retorica dal puzzo di olocausto.
Padre Giulio Tam, manco a dirlo, è un sacerdote lefebvriano. Benedice cortei di estrema destra a colpi di saluti romani. Celebra messe a Predappio. Considera Mussolini un "martire" e come tale è favorevole alla sua beatificazione. In numerose interviste questo simpatico prelato non perde l’occasione di ribadire i soliti concetti che compongono l’ossatura di una propaganda assai rodata: "Ci stiamo preparando alla guerra civile", difatti "all’invasione islamica" il prete (?) oppone una "legittima difesa, proprio come le Crociate", ribadendo che uguaglianza e libertà "non è vero che sono principi cristiani". I suoi comizi sono tripudi di nostalgie che vanno a blandire fatti storici come la Riconquista Spagnola, la Battaglia di Lepanto e altri eroici aneddoti dove le Crociate fanno naturalmente da sfondo prediletto: "Io mi inginocchio a ringraziare i nostri padri che sono stati disposti a morire e ad uccidere per Cristo". Un Cuor di Leone insomma.
 
UNA CHIAMATA ALLE ARMI. Ora una simile demagogia tardomedievale in iper ritardo non deve stupire né far sorridere. Certo, fa specie frequentare un’oratoria capace di perforare secoli in un baleno, tuttavia è bene documentare l’emergere di un sentimento di crociata all’interno della società civile. Una pulsione che dal basso tende a venire a galla e che riceve sostentamento ideologico e politico dall’alto. Un connubio, questo, che si realizza pragmaticamente nel successo elettorale di soggetti politici che in tutta Europa stanno alimentando lo scontro di civiltà, adoperandosi in una propaganda religiosa-identitaria nella quale il suprematismo alla Gott mit uns altro non è che benzina sul fuoco del calderone della xenofobia. Un’intolleranza dalla colorazione spirituale che mai come in questi anni ha fatto un uso così massiccio di un cristianesimo belligerante ed avulso al dialogo interreligioso. Un motivo di inquietudine in più se si considera l’inaspettato riavvicinamento dell’ordine di Marcel Lefebvre – araldo di un simile cristianesimo da trincea – con la Curia Pontificia, consumatosi il 21 gennaio 2009, giorno nel quale papa Benedetto XVI (il papa più Gott mit uns della storia contemporanea) pensò bene di revocare la scomunica ai vescovi lefebvriani. Stiamo quindi parlando di un disegno propagandistico dalla portata continentale che disgraziatamente, anche se in modo indiretto, trova il tacito beneplacito della Chiesa che, malgrado l’invidiabile curriculum, è un’istituzione ancora capace di scivoloni di questo genere.
 
CONCLUSIONE: CROCIATE AL KEBAB. Abbiamo quindi dato uno sguardo veloce nel buco della serratura di un cristianesimo suprematista e belligerante, xenofobo e reazionario, nostalgico e crociato. Una declinazione spirituale che compone l’ala guelfa di una propaganda leghista complementare all’infuocato proselitismo alla Borghezio, piromane nella fedina penale e petomane in oratoria. Fintanto che tale epico afflato si esprime in duelli all’ultimo sangue tra polenta e cous cous, cotechino e kebab, in un’epopea brancaleonica degna di aedi avvinazzati, sarà possibile scongiurare Lepanto varie e prese di Gerusalemme. Nel dubbio però affilate comunque i vostri crocefissi».
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
31 marzo 2010
L'ordine del padrone: ridimensionate Bossi

Sul fatto che i rapporti nella maggioranza siano destinati a cambiare dopo il risultato delle regionali non c’è alcun dubbio. A confermarlo ad appena 48 ore di distanza dal voto ci ha pensato l’house organ per eccellenza del Pdl, Il Giornale.

Il quotidiano di Feltri infatti con l’articolo odierno intitolato «Ma neanche il Carroccio guadagna voti» ha evidenziato la fifa che il Cavaliere ha nei confronti della Lega che, avendo superato lo storico traguardo del 12% a livello nazionale, ha mostrato i muscoli. Tutto il pezzo – che doveva analizzare lo studio sui flussi 2005-2010 dell’istituto Cattaneo di Bologna – ha cercato di dimostrare come l’avanzata dei padani non debba preoccupare il partito dell’amore. Incipit perentorio: «La Lega ha vinto le regionali, eppure non ha guadagnato elettori. Anzi, rispetto alle europee del 2009 ne ha persi. Duecentomila per la precisione».
 
L’argomentazione è semplice: non si devono guardare le omologhe elezioni regionali del 2005, quando il Carroccio – è costretto ad ammettere Il Giornale – prese 1.370.000 voti in meno rispetto a quelli dell’ultimo week end, bensì i dati delle europee dell’anno scorso. Già, perché «cinque anni sono tanti, l’Italia nel frattempo è cambiata», urge quindi un confronto «politicamente più significativo», appunto con la tornata elettorale dell’anno scorso. Segnatevela bene la parola «politicamente»: è la chiave di tutto l’articolo.
 
Prosegue infatti Il Giornale: «E il quadro cambia. Scivolano tutti i partiti. Oltre alla Lega, Di Pietro che vede svanire 477mila schede, il Pd 1.200.000, l’Udc di Casini 400mila, mentre il Pdl ben 3.222.000, che diventano 2.600.000 circa, sottraendo i 600mila del Lazio. Un arretramento ampio, che però non impedisce al Popolo della Libertà di essere il primo partito in 8 delle 13 regioni in cui si è votato. Giù tutti, insomma. E su l’astensionismo». Sembra di risentire il tipico discorso della politica italiota «tutti colpevoli, nessun colpevole». La Lega mostra una preoccupante ascesa che potrebbe farle venire in mente di ricattare (ulteriormente) Berlusconi? Nessun problema, ci pensa il notoriamente indipendente quotidiano di via Negri a tranquillizzare i sonni dei berluscones: tutti i partiti in realtà hanno diminuito i consensi, basta confrontarli con le altre elezioni.
 
A questo punto sorgono almeno tre quesiti: perché il confronto va fatto con le europee, che si sono svolte a livello nazionale, e non con le votazioni regionali precedenti? I 200.000 voti persi dalla Lega rispetto alle europee sono anche solo lontanamente equiparabili ai 2.600.000 (ad essere buoni lasciando da parte la regione della Polverini) lasciati per strada dal Pdl? E il fatto che dal confronto tra il saldo dei voti del partito di Bossi (+ 1.370.000) e quello di Berlusconi (-1.000.000 o -600.000 se si esclude il caso particolare del Lazio) rispetto al 2005 risulti un clamoroso spostamento di voti verso i leghisti non vuol dire proprio nulla?
 
Bisogna avere proprio delle belle fette di prosciutto (o Mortadella?) sugli occhi per affermare che il Pdl non si deve minimamente preoccupare del risultato elettorale. Soprattutto perché stiamo parlando di numeri, quelle strane entità che – come disse quel noto comunista di Sacconi il 13 maggio 2009 – «non sono opinabili». Già, ci siamo dimenticati che stiamo parlando de Il Giornale, ovvero del quotidiano ufficialmente del fratello dell’uomo destinato a sconfiggere il cancro nei prossimi 3 anni e che, in fatto di numeri, lo scorso 20 marzo ha riempito piazza San Giovanni con oltre un milione di persone.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
30 marzo 2010
Svolta a destra, dritto contro un muro

Dopo il risultato delle elezioni regionali, possiamo solo prendere atto di essere completamente lontani dal tanto vituperato “popolo”. C’è poco da dire: siamo a milioni di anni luce dal sentire del cittadino medio o quantomeno maggioritario. Ci sono però 3 aspetti di questa tornata elettorale che, nel nostro piccolo, vorremmo mettere in risalto, visto soprattutto che nessuno sembra volerli minimamente analizzare.

IL VENDITORE DI FUMO FUMATO. C’è un dato che sembra sfuggire ai più, il crollo del Pdl. Dopo il record delle politiche del 2008 (37,39% alla Camera, 38,17% al Senato), il partito di Berlusconi ha infatti fatto registrare un significativo e autoevidente calo di consensi: alle europee del 2009 – nonostante le aspettative del Cavaliere, che il 18 marzo sparò un iperbolico 42,1% – il partito dell’amore si è fermato al 35,26%, scendendo ulteriormente in queste ultime consultazioni, attestandosi a livello nazionale solo al 26,78%. Cosa sta succedendo al più grande piazzista di tutti i tempi? Com’è che ora il Pd è staccato dello 0,5% (26,10%)? Qualcuno ci dirà che in realtà si tratta solo di un passaggio di voti dal Pdl alla Lega. Verissimo. Però la cosa non può essere spiegata solo col fatto che Veneto e Piemonte hanno presentato candidati governatore leghisti, visto che il trend fotografato da queste elezioni era già in atto da tempo. Vien da pensare che in realtà l’alleato di governo stia facendo le scarpe al Silvietto nazionale, sfruttando proprio la sua arma migliore: la comunicazione. Sarà che i padani parlano chiaro, sarà che si rivolgono alla pancia del solito “popolo”, fatto sta che la Lega rispetto all’8,3% della Camera e all’8,06% del Senato del 2008 ora rappresenta il 12,28% degli italiani. C’è da chiedersi se il lavaggio del cervello fatto dalla tv italiana/berlusconiana nell’ultimo quindicennio non stia appiattendo a tal punto l’elettroencefalogramma del “popolo” da non permettere di capire i già semplicissimi ragionamenti del grande comunicatore di Arcore («Volete più tasse?»), facendo preferire nella cabina elettorale gli ancor più primordiali slogan leghisti («Padroni a casa nostra»), che almeno hanno il pregio di non sfociare nel ridicolo più infimo, come il «vogliamo anche vincere il cancro» di berlusconiana memoria.
Questo exploit leghista, è meglio dirlo subito, non ci lascia tranquilli. È infatti inevitabile che gli equilibri all’interno della maggioranza cambino, checché ne dicano i buffoni di corte del Pdl, che negano ancora il problema Fini. Bossi, per dire, ha già rivendicato la poltrona da sindaco di Milano, La Russa l’ha già stoppato. E sono passate solo 24 ore dal voto. Che la Lega abbia questa tendenza ricattatoria, è un dato di fatto. È del 16 aprile 2009 il versamento del riscatto berlusconiano più celebre: per garantire la durata del governo, il premier più ricattabile degli ultimi 150 anni versò il pizzo gentilmente richiesto dal Carroccio. Cedendo alle pressioni padane con un «La Lega avrebbe fatto cadere il governo», Berlusconi rifiutò l’appoggio al referendum che avrebbe modificato la legge elettorale eliminando il peso specifico della Lega nella coalizione. Se già allora la Lega era adusa a questi ricatti, figuriamoci ora che guida due regioni e ha visto moltiplicare i suoi voti rispetto al crollo verticale di quelli pidiellini. Dunque niente di buono sembra profilarsi, visti i desiderata più xenofobi che spesso animano gli amici di Cota e Zaia.
 
PARTITO DISASTRATO. Prendiamo a prestito questa definizione del maggior partito di opposizione data dal Fatto quotidiano per provare a descrivere la situazione che caratterizza il centrosinistra dopo il voto. Come si può sciogliere diversamente la sigla del Pd se, dopo essere passati da un 11 a 2 a un 7 a 6, si sente dire da quello che dovrebbe essere il suo leader «non intendo cantare vittoria ma neanche accettare una descrizione dei fatti che assomiglia a una sconfitta nostra e del centrosinistra»? Non è un partito disastrato quello che ha fatto di tutto pur di non candidare Nichi Vendola in Puglia? Se le persone che stavano per far perdere anche la Puglia non vengono mandate a casa e anzi vengono premiate, non siamo di fronte a un partito destinato a perdere per sempre? Come lo definiamo un partito che, al posto di fare una seria autocritica, addossa agli altri i suoi problemi, attaccando per la sconfitta in Piemonte neonati partiti che hanno raggiunto il 3%? Cosa vogliamo dire di un partito che per risolvere la questione morale della Campania presenta un candidato governatore condannato in primo grado (poi prescritto) e rinviato altre due volte a giudizio? Ne vogliamo parlare?
 
ASTENSIONE E NOVITÀ. 64,21% contro il 72,01%: l’astensione rispetto al 2005 è salita del 7,9%. Il dato fa riflettere, ma non il sempre ottimo Schifani che, dimentico di non essere più un uomo di Berlusconi, lo ha commentato dicendo che «i cittadini italiani si sono stancati degli eccessi di litigiosità nel mondo della politica del nostro Paese, delle tensioni e dei veleni. Vorrebbero una democrazia più serena, più pacata e più concreta nell’affrontare i problemi su cui ci si confronta quotidianamente in Parlamento». Già, i problemi degli italiani affrontati in Parlamento… Come il legittimo impedimento, il processo breve, l’immunità parlamentare, il blocco delle intercettazioni, la controriforma della giustizia. Che, lo ribadiamo, non sono i motivi dell’aria scontrosa che si respira in Italia, bensì i problemi dei cittadini. In risposta al presidente del Senato verrebbe da urlargli lo slogan del V-Day del 25 aprile 2008 di Beppe Grillo.
Già, Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 stelle, la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Non ci addentriamo in sterili elucubrazioni su questa ventata di novità, ci limitiamo ad esporre il dato che questa esperienza incontrovertibilmente ha portato alla luce: a seconda di come ci si informa, si sceglie cosa, come e se votare. Chi ha votato il MoVimento non guarda la tv, o quantomeno la disprezza, questo è fuor di dubbio, esattamente come il fatto che l’utilizzo di internet di questi elettori (6% in Emilia) sia ben oltre la media degli altri elettori italiani. Il fatto che un partito che senza mai comparire in tv abbia raggiunto un tale successo, non può che farci ben sperare.
 
Conclusione di tutto questo discorso: tante belle parole che nascondono sotto un pessimismo ben radicato sprazzi di speranza. Per cancellarli basta pensare che a Brescia la celebre trota Renzo Bossi ha ottenuto 12.893 preferenze, venendo così eletto consigliere regionale: se gli italiani votano uno che ha passato la maturità al quarto tentativo, come possono capire che una prescrizione non è un’assoluzione, che la mafia non è solo un gruppo di contadini siciliani analfabeti, che il debito pubblico non è un’invenzione dei disfattisti, che a seconda degli investimenti nelle scuole cambia il futuro del Paese? Che, insomma, in Italia serve una ribellione?
 
Alessandro Bampa
 
Comunicazione di servizio: il blog verrà aggiornato con meno frequenza ma con articoli più lunghi, nel tentativo di unire l’esigenza di uno sfogo ad una maggiore riflessione sull’approccio ai temi.
POLITICA
24 agosto 2009
La Lega nel pallone

Oggi affrontiamo meglio il discorso sulla Lega analizzando due episodi: la polemica sulle frecce tricolori a Tripoli e le dichiarazioni del ministro per l’agricoltura, Luca Zaia.

Inutile ricapitolare il primo fatto: il nostro governo ha deciso di mandare il primo settembre a Tripoli le nostre frecce tricolori per partecipare alla festa dei quarant’anni dalla presa del potere di Gheddafi. Diversi esponenti dell’opposizione hanno protestato, ricordando che il leader libico è in realtà un dittatore che ha pure appena accolto come un eroe l’unico condannato per la tragedia di Lockerbie, appena rimesso in libertà. Oggi i radicali hanno presentato un’interrogazione al ministro della difesa La Russa, chiedendogli lumi sui costi di questa sceneggiata, ricevendo come risposta un bel «basta che consultino una carta geografica per scoprire che la Libia è molto vicina, l’esibizione a Tripoli costa come un’esibizione a Trieste, anzi forse anche meno».
 
Lasciando perdere il fatto che forse a dover ripassare la geografia dovrebbe essere proprio Ignazio (le frecce tricolori partono da Rivolto, cittadina a 70 km da Udine, quindi qualche spesa in più per lo Stato italiano l’esibizione a Tripoli rispetto ad un’esercitazione a Trieste la comporta), ci chiediamo dove sia la Lega. Dov’è il partito che odia gli sprechi? Dov’è il partito che per i “schei” mette in discussione i festeggiamenti del 150° anniversario della tanto odiata unità d’Italia? Questi celti non hanno nulla da dire sul fatto che spendiamo una barca di soldi solo per far svolazzare i nostri aerei per compiacere Gheddafi (che, peraltro, è un “negher”, se non addirittura peggio, visti i parametri di purezza dei padani)? Lo stesso Gheddafi che, in cambio della modica cifra di 5 miliardi di dollari, ci aveva garantito che non ci sarebbero più stati sbarchi di clandestini? Forse per vedere delle reazioni occorrerebbe tradurre la notizia nel celeberrimo dialetto padano, quello che ci collega al secondo episodio.
 
Zaia, intervistato da Klauscondicio, ha infatti rilanciato la crociata della Lega per i dialetti: «Un’edizione del tg regionale in dialetto ci starebbe bene. Magari non in sostituzione delle edizioni già esistenti, ma una aggiuntiva. Non vedo nulla di sacrilego nel fatto che le notizie possano essere comunicate nell’idioma regionale. Potrebbe essere un buon inizio per restituire Rai3 al suo progetto editoriale originale». Al noto linguista leghista, laureato in scienze della produzione animale, sfugge un particolare: come la maggior parte di coloro che parlano dell’esistenza di una certa “Padania”, il ministro ignora che non esiste un idioma padano, così come non esistono i tanto in voga “dialetti regionali”. Un milanese non capisce un bergamasco, così come un veronese non intende un veneziano. Il concetto non dovrebbe essere difficile da capire, ma sappiamo bene che per farlo bisognerebbe aver studiato...
 
Chiudiamo ponendo a confronto alcune dichiarazioni. Il 16 agosto scorso Bossi parlò di galera per i giornalisti, rei di aver «inventato la storia dell’inno nazionale» per coprire il fatto che la Lega sta parlando «di salari differenziati e territorializzati». Per la cronaca, le tanto famose gabbie salariali sono saltate fuori con Calderoli, che le ha rinnegate il 5 agosto («Nessuno vuole riportare le gabbie salariali») nonostante il titolo della Padania dello stesso giorno («È tempo di gabbie salariali»). Le medesime sono state poi rilanciate dallo stesso Bossi. La stessa cosa vale per la polemica sull’inno di Mameli: il primo a vagheggiare una sostituzione col Va’ pensiero è stato proprio  Bossi, ripreso oggi da Zaia, concorde sul cambio («Non sono contrario. Il Va’ pensiero era cantato anche dai patrioti, quindi...»).
 
Caro Bossi, prima di parlare di galera per i giornalisti (che in Italia sanno fare bene solo una cosa, ovvero riportare le dichiarazioni dei politici senza modificarle né evidenziando le contraddizioni), non sarebbe meglio se controllassi meglio ciò che i tuoi sodali pensano per poi scegliere una linea comune? Sai, a confrontare le vostre ariane dichiarazioni, sembrate vagamente nel pallone...
 
AB

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POLITICA
5 agosto 2009
La Lega non è folklore

Non c’è peggior sordo di chi non voglia ascoltare. Cosa deve fare infatti la Lega per essere compresa a livello nazionale? È da anni ormai che i suoi militanti, più o meno rinomati, non fanno altro che parlare di «secessione», d’«indipendenza», di «federalismo» per la «Padania», per il «Nord», per la «locomotiva d’Italia». Non passa ormai giorno senza che uno di loro se ne venga fuori con l’idea della «superiorità del Nord», di «Roma ladrona», del «Sud parassita» e via discorrendo. Eppure, ad ogni loro parola eccedente il politically correct italiota, ecco il solito coro di vigili del fuoco che cercano di buttare acqua sull’incendio: una «boutade», un «colpo di sole», uno «scherzo» ecc...

Prendiamo il caso odierno: Bricolo, capogruppo della lega al Senato, ha presentato – assieme ad altri 22 senatori della Lega cofirmatari – un disegno di legge costituzionale (S 685) per inserire un secondo comma nell’articolo 12 della Costituzione: all’originario «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni» si dovrebbe così aggiungere la frase «Ciascuna Regione ha come simboli la bandiera e l’inno».
 
Facendo solo notare come i tempi di reazione della stampa italiana siano biblici (la proposta è stata presentata il 2 luglio ed è stata assegnata il 22 luglio scorso, ma la notizia è uscita solo oggi), ci concentriamo sulle reazioni. L’unica veramente degna di essere considerata è quella di Franceschini, che ha messo in evidenza come alcuni eletti, di fronte alla crisi e a tutte le magagne che devastano questo Paese, non abbiano niente di meglio da fare che pensare alle bandiere.
 
Per il resto, nulla: Donadi (Idv) parla di «ennesima provocazione»; D’Alia (Udc) pensa a delle «ondate di calore in Val Padana»; per Capezzone (Radicali, anzi Pdl...) siamo di fronte ad «un pesce d’aprile fuori stagione»; Gasparri, con la sua finesse, ha colto lo spunto della proposta per polemizzare coi «fessi della sinistra». Insomma, alle solite.
 
Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti cosa sia in realtà la Lega. Per chi avesse ancora dei dubbi sulle sue finalità, basterebbe infatti vedere l’homepage del suo sito, dove campeggia la scritta «Lega Nord: per l’Indipendenza della Padania». Si noti la maiuscola in «Indipendenza»: ci vuole tanto a capire a cosa miri veramente un buon 10% degli italiani? L’unico che sembra aver veramente capito gli obiettivi della Lega è, duole dirlo, uno del Pdl, Carmelo Briguglio: «Nella Costituzione immaginata dalla Lega non c’è la nostra Repubblica, ma un’Italia pre-unitaria, un’espressione geografica priva di sovranità e ruolo internazionale».
 
Semplice, quasi lapalissiano. A Briguglio vanno i nostri complimenti, anche per la sua previsione: «A quasi 150 anni dall’Unità d’Italia non bisogna sottovalutare gli effetti di certe uscite del partito di Bossi che da propagandistiche potrebbero diventare sintomo e veicolo di un processo di disgregazione». Mai stati così d’accordo con un berlusconiano: il rischio – per chi non la pensa come i leghisti, ovviamente – è proprio quello da lui descritto. Ed è per questo che certe uscite dovrebbero essere prese sul serio, senza essere liquidate con quella faciloneria che dipinge la Lega come un movimento folkloristico. Le loro idee possono anche essere anticostituzionali, assurde o razziste. L’importante è però capire che questi fanno sul serio, avvalendosi del consenso più pericoloso: non quello del popolo, bensì quello della pancia del popolo.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 5/8/2009 alle 22:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 marzo 2009
Usa vs Italia

Oggi diamo una notizia che evidentemente non è arrivata nelle redazioni dei tg: l’emendamento leghista sul tetto massimo di 350000 euro per gli stipendi dei manager a capo di aziende che usufruiscono di aiuti di stato è stato bocciato dalle commissioni attività produttive e finanze della Camera.

Ovviamente non c’è bisogno di commenti. Basti un confronto con un fatto avvenuto non troppo tempo fa in America: un certo Obama Barack Hussein, sicuramente un comunista, ha imposto a inizio febbraio il limite degli stipendi per banchieri e finanzieri di Wall Street a 500.000 dollari, cioè a circa 400.000 euro. Il bello è che ieri il tg1 ha aperto la sua edizione con la notizia del blocco dei premi ai top manager voluta da questo pazzo. Che ovviamente non poteva essere affiancata a quella odierna sullo stesso tema proveniente dall’Italia: c’è il pericolo che qualcuno si svegli e che magari ricordi che una legge simile in Italia era anche entrata in vigore. Era quella prevista dall’ultima finanziaria di Prodi, che bloccava gli stipendi dei manager pubblici a 274.000 euro.

AB


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POLITICA
7 gennaio 2009
Italo Smemo
''La questione non può sminuire il valore del salvataggio della compagnia di bandiera''. Così parlò il vicepresidente dei deputati del PDL Italo Bocchino riferendosi alla storia infinita di Alitalia.

Dopo che per diversi giorni era scomparso dai teleschermi, forse per studiare il memoriale da esporre ai magistrati partenopei (en passant, ricordiamo che è indagato nell’inchiesta sugli appalti del comune di Napoli), Bocchino sembra aver recuperato l’uso della parola (televisiva). Ma sembra aver perso la memoria.

Bocchino per la precisione (il primo estratto è quello riportato da Marco Frittella, curatore dell’odierna nota politica)
dice che ''la divergenza di interesse tra Malpensa e Fiumicino non può far passare in secondo piano il grande successo ottenuto dal governo col salvataggio di Alitalia''. Punto primo: non c’è stato alcun salvataggio visto che Alitalia è fallita (lo stato d’insolvenza giuridicamente parlando è diverso da una crisi momentanea).

Punto secondo: il presunto salvataggio costerà ai cittadini italiani dai 2,7 ai 4 miliardi di euro per saldare i debiti della vecchia compagnia, la famigerata bad company (dipende da quanto riesce a vendere il commissario Augusto Fantozzi), gentilmente concessa dal Canagliere ai suoi concittadini. I ''patrioti'' hanno infatti acquistato solo la parte buona di Alitalia, senza debiti: il salvataggio della compagnia di bandiera tanto sbandierato è possibile solo grazie ai contribuenti, ma Italo Smemo non ricorda.

Non abbiamo usato il passato parlando del salvataggio perché è il caso di ricordare all’onorevole indagato che al Nord qualcuno che non è proprio un comunista sta storcendo il naso. Qualcuno che con la bandiera ci si pulisce l’orifizio non dentato e ciò che lo circonda che è (forse è meglio “era”) solito minacciare l’uso dei fucili per risolvere il malcontento della popolazione celtica dell’Italia.

AB

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permalink | inviato da Art. 3 il 7/1/2009 alle 22:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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