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"Dacci oggi la nostra incazzatura quotidiana"
 
 

POLITICA
9 agosto 2010
Italo Smemo/2

Con le parole odierne del portavoce Daniele Capezzone, il Pdl ha finalmente una posizione ufficiale: vuole la testa di Fini. «Se Fini vuole compiere un atto di dignità e non di viltà politica – ha esordito l’ex radicale – deve rassegnare le dimissioni da presidente della Camera. Le sue dimissioni sono ormai inevitabili per due ragioni. Primo: è ormai un caso pubblico, per milioni di cittadini, la scarsa trasparenza della situazione relativa alla casa monegasca, e quelle fornite ieri da Fini sono delle 'non spiegazioni'. Per altri, in circostanze meno gravi, i finiani hanno reclamato dimissioni immediate: noi siamo garantisti, ma ora sta a loro mostrare coerenza rispetto alle loro stesse richieste di poche settimane fa. Secondo: Fini non è più super partes, e da tempo, nella sua funzione di terza carica dello Stato. È inaccettabile che Fini intervenga quotidianamente nel dibattito politico, per dividere anziché per unire, trasformando una funzione di garanzia in un ruolo di capofazione che organizza la sua corrente e trama contro il governo e la maggioranza scelti e confermati dagli italiani. Tutto ciò non è più accettabile. Almeno, ci risparmi lo spettacolo di vedere il solito politico aggrappato alla sua poltrona fino all’ultimo momento possibile».

Prima di passare al vero tema di questo articolo, urgono un paio di risposte (sotto forma di domanda) ad uno dei peggiori zompatori della storia d’Italia. 1) Quali sono secondo Capezzone i casi meno gravi rispetto a quello di Fini che hanno portato comunque alle dimissioni? Quello di Scajola, che ha differenza del caso del presidente della Camera, ha visto coinvolta direttamente la sua casa e l’interessato (Fini è chiamato in ballo come leader del partito per una casa in cui non ha mai abitato)? Oppure quello di Brancher, con l’apposita nomina a ministro che gli è valsa per un po’ il legittimo impedimento (poi, dimessosi da ministro, visto che è innocente, è stato condannato in primo grado a due anni)? O magari quello di Cosentino, con un mandato di cattura per associazione camorristica confermato in Cassazione? 2) Perché Fini non può intervenire nel dibattito politico? Da quando il presidente della Camera ha perso il diritto di parola? Perché Schifani può invece pontificare su tutto lo scibile umano a piacimento senza che il Capezzone di turno gli ricordi il suo ruolo di garanzia? 3) A proposito dei politici attaccati alla poltrona fino all’ultimo, se lo ricorda il nostro maestro di coerenza il caso di Cesare Previti, il braccio destro del suo capo rimasto abusivamente in Parlamento per oltre un anno (dal 5 maggio 2006 – giorno in cui la sentenza Imi-Sir è diventata definitiva vietandogli sine die i pubblici uffici – al 31 luglio 2007, quando Previti piuttosto che farsi dichiarare ineleggibile dall’apposita giunta si dimise)? O è il caso di ricordargli perché Marcello Dell’Utri è diventato parlamentare («Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Quando nel 1994 si fondò Forza Italia e si fecero le prime elezioni, le candidature le feci io: non mi sono candidato perché non avevo interesse a fare il deputato. […] Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo è arrivato il mandato d’arresto», 10/02/10) e, magari, che è appena stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno?
 
Sistemato Capezzone, passiamo alla replica riservatagli dai finiani, in particolare a quelle di Italo Bocchino. Svariate infatti sono state le sue dichiarazioni odierne. Riportiamo le frasi più interessanti: «Se Berlusconi ha ancora un pizzico di rispetto per la democrazia e le istituzioni, smentisca immediatamente il portavoce del suo partito, Daniele Capezzone, e stoppi la campagna vergognosa de Il Giornale»; «[Si tratta di] un fatto senza precedenti e gravissimo dal punto di vista politico e istituzionale. È come se Il Secolo facesse il coupon: "Berlusconi dimettiti per il processo Mills"»; «Siamo di fronte a una campagna inaccettabile e vergognosa e ancor più grave perché rientra in un contesto di bastonatura mediatica in cui si utilizzano uno e più strumenti di proprietà del presidente del Consiglio».
 
Le domande che ci vengono in mente sono parecchie: a Bocchì’, ma dove sei stato fino a stamattina? Te ne sei accorto solo ora dei professionisti del manganello arcoriani? Com’è che fino ad un anno fa andavi a braccetto col suddetto Capezzone e coi tuoi più o meno colleghi Cicchitto, Gasparri e Quagliariello, senza battere ciglio di fronte ai pestaggi mediatici riservati a quelli che all’epoca erano anche tuoi nemici?
 
Siccome siamo di buona, speriamo che l’onorevole abbia finalmente imparato la lezione, cioè a diffidare dalla corte di Berlusconi, che non si compone solo di nani e ballerine, ma anche di picchiatori e buttafuori. Anche perché i galantuomini non si fanno problemi a manganellare anche gli amici del nemico Fini. Lo ha potuto provare in prima persona il 30 aprile scorso proprio Bocchino, quando il solito quotidiano di quel gran signore che è Vittorio Feltri ne sputtanò la moglie in prima pagina. Non fu un attacco gratuito, gli scagnozzi – come abbiamo scritto ieri – non si muovono mai a caso e rispondono alle esigenze del padrone: era di appena due settimane prima lo scontro tra finiani e berlusconiani nella diretta del programma di Paragone L’ultima parola, scontro che vide in prima fila proprio Bocchino, randellato poi a dovere dall’apposito Giornale.
 
Rivangato il passato, chiudiamo con un paio di auspici: che Il Secolo pubblichi il coupon annunciato sul processo Mills, che i finiani rispondano per le rime a questi damerini armati di clava (come abbiamo fatto noi ieri, Bocchino oggi ha tirato fuori la vicenda della villa di San Martino), che l’intera opposizione si accodi a questa denuncia del conflitto d’interessi. Per sconfiggere il berlusconismo, questa è la prima cosa da fare.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 9/8/2010 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 agosto 2010
C'era una volta lo squadrismo berlusconiano

Che ci sia qualcosa di poco chiaro nelle vicende monegasche di An è ormai chiaro, ma proprio per verificarne la sussistenza esiste un apposito potere dello Stato, la magistratura. Siccome di soldi pubblici ne buttiamo nel cesso già abbastanza, sul caso specifico ci sembra giusto lasciare lavorare i pm, gli unici che devono verificare le responsabilità penali ed, eventualmente, chiamare in causa Gianfranco Fini. Allo stesso modo è giusto che i giornalisti, se non si ritengono soddisfatti della lunga nota del Presidente della Camera e possono smentirla anche solo in una virgola, vadano avanti nella loro battaglia per la trasparenza. Detto questo, non possiamo passare sotto silenzio l’ennesimo atto di squadrismo messo in piedi dal regime berlusconiano.

Oggi tocca a Fini, svariate volte nel passato più o meno recente è stata la volta di Di Pietro, ad ottobre c’era il giudice Mesiano, tra fine agosto e i primi di settembre – subito dopo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e quello di Repubblica Ezio Mauro – è stato di nuovo Fini: stiamo parlando delle campagne stampa messe in piedi dagli house organs controllati tutti più o meno indirettamente dal Cavaliere. Delle campagne giornalistiche che un marziano che non sapesse nulla dell’Italia IN TEORIA potrebbe trovare giustissime (a parte il servizietto gentilmente riservato a Mesiano, di gusto semplicemente mafioso-piduista, come abbiamo già avuto modo di scrivere) in quanto – sempre IN TEORIA – volte a chiedere spiegazioni a personaggi pubblici per garantirne la trasparenza, nessuna IN PRATICA si è mai svincolata dai desiderata dell’«utilizzatore finale», sempre lui, Silvio Berlusconi.
 
Tutte infatti sono nate da una sua necessità, decisamente poco democratica: manganellare l’avversario di turno. Di Pietro con la sua ferma opposizione al regime arriva a raddoppiare i voti? Eccoti gli scoop (sempre quelli, periodici, ad orologeria) sui suoi affari immobiliari di Libero e Il Giornale e, con il concorso esterno del sempre più ottimo (scusate la grammatica) Corriere della Sera, la foto con Contrada; Mesiano condanna la Fininvest a versare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori? Tranquilli, basta far vedere a Mattino5 i suoi calzini turchesi facendolo passare per un pazzo e il gioco è fatto; Boffo dal suo giornale critica sommessamente il premier puttaniere ma allo stesso tempo difensore dei valori cattolici? Feltri estrae dal cilindro una vecchia storiaccia di molestie telefoniche, additandolo come un omosessuale, portandolo alle dimissioni. Repubblica martella Berlusconi con le domande sbagliate, quelle su Noemi? Ancora Feltri svela che il suo direttore ha pagato una casa in nero.
 
Ora tocca a Fini, già nel mirino del  randellatore ufficiale Feltri (il 14 settembre, dopo le sue uscite per smarcarsi dal Pdl, il direttore del quotidiano di via Negri se ne esce con un avvertimento di stampo dellutriano: «Delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme»).
 
Dopo la rottura ufficiale e la creazione di Futuro e Libertà, ecco l’inchiesta giornalistica sulla casa monegasca di An, passata al fratello della seconda moglie di Fini. Il pressing congiunto di Libero e Il Giornale ha portato all’apertura di un fascicolo da parte della procura di Roma, per ora contro ignoti. Ribadiamo: la questione va certamente chiarita ed è giusto che i cronisti pongano le domande ai politici. Però non si può far passare per giornalismo questo manganellamento sistematico, soprattutto se l’«utilizzatore finale» diretto di queste campagne – sì, sempre lui – rappresenta tutto, tranne la trasparenza. Scendendo nello specifico, parlando del caso odierno, è più grave che una casa ereditata da un partito finisca dopo svariati passaggi al cognato di quello che all’epoca era il leader del movimento politico o che un imprenditore rampante per acquistare la sua futura favolosa dimora si avvalga del pro-tutore della legittima proprietaria della villa per turlupinarla? È il momento di una favola.
 
C’era una volta, nel 1974, un rampante imprenditore che aveva messo gli occhi su villa San Martino di Arcore, valutata all’epoca 1.700 milioni di lire. Il giovane, allora naturalmente cappelluto, riuscì ad acquistarla per 250 milioni. L’incantesimo fu possibile grazie al sempre apposito Cesare Previti – quello che successivamente, entrato ufficialmente alle dipendenze dell’ormai semplice prenditore, si comprò coi suoi soldi il giudice Metta nel sopra citato lodo Mondadori –, allora protutore della proprietaria, la marchesina Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. Il pagamento, fissato sui 500 milioni, non avvenuto in contanti bensì in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borsa, venne dilazionato nel tempo. Ecco che allora la marchesina, ormai maggiorenne e trasferitasi in Brasile, quando tentò di monetizzare le azioni, fu costretta a cedere alla generosissima offerta del futuro Cavaliere: «Te le ricompro io, ma alla metà del loro prezzo».
 
Ecco, quando i vari Feltri, Belpietro, Fede, Giordano e Brachino troveranno il tempo per raccontare questa bella favola mettendo sulla graticola il Cavaliere nero con le loro martellanti domande, allora risulteranno più credibili anche con le altre inchieste. Fino a quel momento, resteranno solo dei giornalisti indipendenti. Da se stessi.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
30 luglio 2010
Il processo (breve?) di decomposizione

Lo abbiamo scritto ieri, e puntualmente si è verificato: il legittimo impedimento verrà cassato il 14 dicembre, lo sanno benissimo anche i berlusconiani, urge dunque pensare ad un’altra soluzione che rinvii ulteriormente l’appuntamento del Cavaliere con la giustizia. Bene, è già stata trovata: basta rispolverare il cosiddetto processo breve. Eccolo il «cavillo» di «un Ghedini o Ghedoni» (Gasparri dixit) che metterà Berlusconi nuovamente al riparo dalle sue grane giudiziarie in corso.

Questa volta non è servito presentare un nuovo disegno di legge: il «cavillo» è già pronto, è già stato approvato al Senato, ora giace alla Camera, basta l’ultima ratifica e il gioco è fatto. Breve riassunto dell’iter parlamentare dell’ennesimo aborto giuridico targato Berlusconi: presentato il 12 novembre 2009 dai tre giureconsulti Gasparri, Bricolo e Quagliariello (totalmente incompetenti in Giurisprudenza), il ddl è stato approvato con modifiche nei suoi tre articoli nel ramo guidato da Schifani il 20 gennaio 2010, poi è stato lasciato lì a marcire. Perché? Semplicemente perché nel frattempo il legittimo impedimento è diventato legge, grazie alla firma dell’ottimo Presidente della Repubblica.
 
Occhio alle date: il legittimo impedimento esce dalla commissione Giustizia della Camera 5 giorni dopo l’approvazione al Senato del processo breve, viene votato alla Camera il 3 febbraio e al Senato il 10 marzo, per essere infine promulgato da Napolitano il 10 marzo. Ha insomma rappresentato l’alternativa al ddl Gasparri-Bricolo-Quagliariello. È quindi normale che, ora che la norma ponte rischia seriamente la bocciatura, si recuperi il primo scudo pensato dopo la bocciatura del lodo Alfano, nonostante inizialmente esso avesse solo lo scopo ricattatorio. Richiamiamo il modus operandi di Berlusconi, già illustrato il 13 novembre scorso con l’articolo Il ricattato ricattabile ricattatore: «Solito schema: proposta orrida, oscena, indecente e soprattutto anticostituzionale; paura nella cosiddetta opposizione; proposta di trattativa con resa sul campo ai voleri di Berlusconi […]; approvazione di una legge che non è delinquenziale come la prima ma che scardina i principi dello Stato; giubilo dei beoti dell’opposizione che si complimentano tra loro per aver bloccato la prima legge».
 
Il processo breve serviva all’epoca a far accettare il ritorno dell’immunità parlamentare o il legittimo impedimento; si è optato per portare avanti il secondo, data l’urgenza per trovare una soluzione alla ripresa dei processi contra Berlusconi, garantita solo dalla sua natura legislativa ordinaria (l’immunità, richiedendo l’iter costituzionale come il lodo Alfano bis, esige tempi di approvazione troppo lunghi per l’obiettivo). Visto che il legittimo impedimento a dicembre verrà dichiarato illegittimo e che per quel mese i due scudi costituzionali non saranno pronti, torna dunque in auge la soluzione che all’epoca doveva solo servire – ed era effettivamente servita – come grimaldello.
 
Ecco che allora oggi il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa ha chiesto che il processo breve venga calendarizzato per i primi di settembre, definendolo «una priorità». Cosa prevede il ddl? Che in sostanza – senza entrare troppo nei dettagli – i processi per i reati commessi che non si concludono entro sei anni vengano dichiarati estinti. Cosa pensiamo di questa legge l’abbiamo già nell’articolo Altri tre prestanome, anch’esso del 13 novembre 2009: essa «è l’ultima norma da approvare dopo aver riformato l’intero apparato giuridico, avendone già visto e verificato i risultati. Non può essere la prima legge: prima servono i quattrini, le risorse, il riordino dei tribunali, gli accorpamenti, le punizioni all’interno dei vari gradi per i furboni che da colpevoli fanno appello, i tagli agli inutili sprechi burocratici, alle lungaggini di rito. Una legge del genere serve solo a garantire dei risultati che, purtroppo, sono ben al di là dal venire. Prima infatti serve una riforma vera, fatta di pagine e pagine di articoli che vadano ad intaccare pesantemente il codice di procedura penale snellendolo, magari con un apposito ministro della semplificazione giudiziaria».
 
Noi però, nonostante l’Italia si confermi essere guidata da una banda di ladri impuniti, gioiamo comunque. L’aver recuperato il processo breve rischia infatti di essere il più grande autogol di Berlusconi. A pensar male di tale legge infatti non siamo solo noi, i soliti giustizialisti antiberlusconiani, ma anche qualcun altro, che rischia seriamente di far saltare i progetti assolutistici del Cavaliere.
 
Prendete queste due dichiarazioni: «Non c’è dubbio che in Italia c’è una questione connessa al funzionamento della giustizia. Io quando mi approccio a questa questione faccio due premesse. La prima: il 90-95% dei magistrati italiani va ringraziato per quello che fa quotidianamente e bisogna ricordare che hanno pagato un contributo altissimo di vite contro il terrorismo e contro la mafia. In secondo luogo, la giustizia ha bisogno di più risorse perché purtroppo quei magistrati lavorano in condizioni non sempre agevoli. Fatte queste due premesse, discutiamo pure delle tante cose che nel quotidiano funzionamento della giustizia non vanno, compresa  la lunghezza abnorme dei processi» (08/11/09); «C’è una cosa che per me è essenziale per il buon esito di quel ddl presentato al Senato: […] c’è una condizione preliminare che è lo stanziamento di risorse reali per gli operatori della giustizia» (15/11/09). Sapete di chi sono? Di Gianfranco Fini: l’ex alleato di Berlusconi, oltre ad essere il presidente della Camera (ramo del Parlamento in cui giace il redivivo ddl), da oggi è anche il leader ufficiale di una trentina di deputati i quali, se non votassero col Pdl, farebbero cadere il governo, velocizzando quel processo di decomposizione del berlusconismo. Forse l’unico processo breve che andrà in porto.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
26 luglio 2010
La corda in casa dell'impiccato

Colpo di scena oggi nella telenovela del Pdl: Gianfranco Fini ha finalmente preso la parola provocando la dichiarazione di guerra dei suoi colleghi di partito. Il presidente della Camera si è macchiato del delitto più ignobile agli occhi dei berlusconiani: sostenere Fabio Granata nella sua personale lotta sulla questione morale.

Quattro le frasi finiane al centro dello scandalo: «Mantenere incarichi per chi è indagato è una questione di opportunità politica che dovrebbe far riflettere»; «La grande questione dell’etica deve essere una bandiera del Pdl. La difesa della legalità vuol dire anche non prestare il fianco, in alcun modo a polemiche»; «Due devono essere le stelle polari: certamente il garantismo, ma c’è da chiedersi se è opportuno che chi è indagato abbia incarichi politici. Una necessità anche a livello regionale, qui in Campania»; «Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».
 
Apriti cielo: neanche il tempo di registrare le dichiarazioni del cofondatore del Pdl che è subito partito l’assalto ai giornalisti da parte dei berluscones nel tentativo di correre ai ripari con apposite dichiarazioni. Prendiamo la prima replica, quella di Sandro Bondi: «Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno, in questo modo, ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia».
 
All’incredibile ministro per la Cultura non passa per la testa di confrontare le uscite di Fini con quelle ben più numerose di Schifani, il presidente del Senato che in caso di morte di Napolitano ne assumerebbe gli incarichi. Andasse il ministro a riprendere ad esempio quella dell’11 luglio scorso, quando la seconda carica dello stato in un’intervista al Corriere continuava a vestire e svestire i panni istituzionali  per dire quello che gli pareva, parlando anche del suo partito nonostante la sua posizione istituzionale: eccolo che, nell’ordine, disquisiva sulla manovra, sulle intercettazioni, sui media che non scioperarono quando a proporre il bavaglio era stato Mastella, sul rapporto Berlusconi-Fini, sul correntismo del Pdl, sulla questione morale nel suo partito (che per lui non c’è: «Ritengo comunque esagerato parlare di questione morale nel Pdl. Ci possono essere singoli casi che hanno turbato l’opinione pubblica e che toccherà alla magistratura verificare»), sul riavvicinamento con l’Udc, sul Pd succube di Di Pietro e infine sul bipolarismo da salvaguardare. Dov’era Bondi quando è uscita quest’intervista? Non vi ha visto un «sacrificio delle istituzioni di garanzia»?
 
Il problema ovviamente non è dato dal fatto che Fini abbia parlato. È quello che ha detto che fa indiavolare i nani e le ballerine di Berlusconi. E che diamine! Nel Pdl te ne vieni fuori con la questione morale? Ma stai scherzando? Proprio in questo periodo? Ma lo sai che i giudici più buoni di Palermo hanno appena condannato in appello il braccio destro di Silvio a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Ma lo sai che quello che era il vice di Tremonti ha continuato a lavorare tranquillamente per 9 mesi con una richiesta di custodia cautelare confermata anche dalla Cassazione per concorso esterno in associazione camorristica? Ma lo sai che il già citato Dell’Utri e il coordinatore nazionale Verdini sono indagati per la P3? A Gianfra’, ma lo sai che il duce in pectore di questa bella combriccola è entrato in politica solo per salvarsi dai processi (cominciati prima della sua discesa in campo, checché ne dica, e tuttora in corso) ed evitare il fallimento? Ma ti pare il caso di parlare di corda in casa dell’impiccato? Fini, lei è un dipendente del servizio pubblico, si contenga!
 
Scherzi a parte, siamo contenti di aver ritrovato il Fini del vecchio Msi, quello che nel votare l’abolizione dell’immunità parlamentare nel 1993 – come ha ricordato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano l’11 ottobre scorso – definì il meccanismo «un privilegio medievale»,  uno «strumento per sottrarsi al corso necessario della Giustizia» (all’epoca con lui c’erano anche Gasparri e La Russa, oggi evidentemente lobotomizzati).
 
Ora speriamo di rivedere anche quello della fine del 2007, quello che se ne andava in giro dichiarando cose come: «Il nuovo partito fondato da Berlusconi in piazza San Babila? Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. […] Voglio che sia chiaro a tutti che, almeno per quel che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi… Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il premier, deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno… Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Si faccia appoggiare da Veltroni» (18/11/07).
 
Se ritornasse la persona di quel glorioso periodo avrebbe anche l’occasione di riscattare la sua immagine dopo l’improvvida dichiarazione del 16 dicembre dello stesso anno, quella che ci ha più volte permesso di chiamarlo «pecora» («Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora»). Presidente Fini, ci ascolti: oggi Lei può finalmente cancellare quegli oltre cento giorni da pecora. Come Lei certamente ben si sa, ne basta uno da leone. Ancora uno sforzo ed è fatta.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 26/7/2010 alle 22:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 aprile 2010
Un incubo: il popolo sovrano
Oggi ci siamo casualmente imbattuti nell’intervista che Il sole 24 ore ha fatto al ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli. Ci aveva attirato l’inquietantissimo titolo: «Calderoli: "Berlusconi al Quirinale nel 2013"».
 
Reduce da un non meglio giustificato incendio legislativo (il 24 marzo ha dato fuoco a 375.000 «leggi inutili». Come ha scritto Furio Colombo sul Fatto quotidiano del giorno dopo, «un ministro può proporre legge o cancellazioni di leggi, ma non può farlo. Farlo tocca al Parlamento»), il padre del porcellum tramite il quotidiano di Confindustria ha oggi auspicato per la conclusione di questa legislatura l’arrivo in porto delle riforme per il (solito e annoso) federalismo fiscale e per «una nuova forma di governo ispirata al semi-presidenzialismo d’oltralpe», indispensabili per portare l’Italia alla «terza repubblica». Segni particolari di questa nuova forma di sistema politico che si concretizzerà nel 2013: «Silvio Berlusconi eletto al Quirinale con un primo ministro leghista o amico della Lega: in ordine di possibilità Giulio Tremonti, Roberto Maroni o Gianni Letta o, in caso di coabitazione alla francese, Sergio Chiamparino». Urge innanzitutto constatare un paio di cose sul presidenzialismo.
 
1) Oggi la riforma sul tipo di Stato è una priorità, nonostante la dichiarazione del 27 dicembre 2008 di Berlusconi nella quale lo definiva un’eventualità attuabile tutt’al più nella seconda metà della legislatura: «Oggi non abbiamo assolutamente sul tavolo la riforma del presidenzialismo. Potremo eventualmente prenderla in considerazione nella seconda parte della legislatura, lo faremo solo con l’accordo tutti». Spiace constatare che non abbiamo ancora concluso il secondo dei 5 anni di legislatura e che quindi il Cavaliere si sia confermato un bugiardo patentato (amnistiato per la falsa testimonianza sulla P2). Del resto quel giorno, parlando di intercettazioni, disse anche: «Se ne esce una mia cambio Paese. Se venissero intercettate mie telefonate di un certo tipo, me ne vado in un altro Paese. Io continuo a parlare normalmente al telefono, perché se venissero intercettate mie telefonate di un certo tipo, me ne vado in un altro Paese. Non accetterei di vivere in un Paese in cui non è rispettata la privacy, che è il primo diritto». Dopo la pubblicazione di quelle di Trani, stiamo ancora aspettando la fuga del premier…
 
2) L’idea di un Berlusconi al Quirinale è roba vecchia. Basta prendere la dichiarazione dell’interessato del 20 luglio 2002: «Se passa la riforma presidenziale, francese o americana sarebbe naturale che io mi presentassi come candidato alla presidenza della Repubblica, ma lo farei con sacrificio». La candidatura del premier del resto l’aveva già lanciata il 10 marzo 2009 il suo attuale acerrimo nemico, Gianfranco Fini: «Silvio Berlusconi al Quirinale? Certamente, oggi, ha un consenso personale e popolare che rende questa ipotesi qualcosa di non stravagante».
 
Detto questo, entriamo brevemente nel punto centrale della questione sollevata da Calderoli: è pensabile prefigurare Berlusconi garante della Costituzione e la Lega il potere esecutivo? Purtroppo sì, soprattutto avendo visto l’esito delle elezioni regionali e considerando lo svuotamento dell’art. 1 della Carta: la sovranità appartiene al popolo, il quale però non è più vincolato alle forme e ai limiti della Costituzione stessa. Lo ha comunicato chiaramente Giorgio Napolitano giustificando la sua firma al decreto salvaliste: «Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano».
 
Dopo aver visto come sono andate le ultime elezioni, è chiaro quale sia il volere del popolo (quello che ancora vota), lasciato a se stesso dalla peggior opposizione degli ultimi 150 anni: Berlusconi e la Lega al potere. Il nostro discorso è certamente da snob e radical-chic. E ce ne vantiamo, anche perché l’abbiamo già detto: «Dopo il risultato delle elezioni regionali, possiamo solo prendere atto di essere completamente lontani dal tanto vituperato “popolo”. C’è poco da dire: siamo a milioni di anni luce dal sentire del cittadino medio o quantomeno maggioritario». Lo ribadiamo: siamo fieri di non avere nulla in comune col popolo italiano. Quello, tanto per capirsi, che ha eletto al potere personaggi del calibro di Cicciolina (anticipatrice del partito dell’amore odierno) e Renzo Bossi e che stravede per il berlusconismo. Che – sia chiaro – non è solo Berlusconi e i berluscones, ma anche una finta opposizione, è cioè l’attuale politica ridotta ad uno spettacolo di serie C capace solo di risolvere i suoi problemi e di sopravvivere col livellamento della società verso il livello più infimo. Come disse Montanelli: «La scoperta che c’è un’Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L’Italia del 25 luglio, l’Italia dell’8 settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo».
 
Con il realizzarsi dell’augurio di Calderoli per il 2013, il berlusconismo e quindi la volontà del popolo raggiungerebbe il suo culmine. Possiamo solo sperare che il fondatore de Il Giornale avesse ragione quando – durante la stessa intervista del virgolettato precedente – disse che «Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino». 8 anni da premier infatti non sono bastati ad immunizzare gli italiani. Speriamo solo che il futuro settennato al Quirinale lo faccia. Non vorremmo dover aspettare anche l’ascesa di Berlusconi al soglio papale.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 4/4/2010 alle 22:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
16 gennaio 2010
Silvio Craxi

In questi giorni ci stiamo occupando e ci occuperemo spesso e (non) volentieri di Bettino Craxi. Il perché è semplice: è in atto una campagna di beatificazione che va contro a tutte le realtà e che rischia di avere ripercussioni gravissime per la democrazia. Lo abbiamo già scritto: se con la sua pretesa di non farsi giudicare e la sua latitanza Craxi diventa un esempio, cosa tratterrà i cittadini dall’ignorare le leggi?

Per usare – ancora una volta – le parole di Massimo Fini, «Se il presidente del Consiglio è il primo a non credere alla Magistratura, alle leggi che è chiamata ad applicare, allo Stato che egli rappresenta in prima persona, perché mai dovremmo crederci noi cittadini?  Perché dovremmo credere alla legittimità della Magistratura, delle leggi, dello Stato che le emana e dello stesso premier che da questo sistema corrotto è stato espresso?». Il giornalista si riferiva ovviamente a Berlusconi, ma il discorso vale lo stesso per Craxi. Del resto il filo rosso tra i due è evidente, come anche il vero motivo della beatificazione del latitante tunisino. Lo ha spiegato bene sul Fatto quotidiano di oggi Antonio Padellaro con l’articolo Bettino Berlusconi, che riportiamo integralmente.
 
«C’è qualcosa di veramente penoso nel pellegrinaggio di charter in volo per la Tunisia. Non ci riferiamo, naturalmente, alla famiglia di Bettino Craxi e neppure a quei pochissimi amici, come Luca Josi, rimasti fedeli, nel bene e nel male, alla memoria dell’ex capo socialista.
È la processione in massa di devoti e prefiche salmodianti che suscita fastidiose reazioni di rigetto. Perché basta gettare l’occhio tra i tanti ex qualcosa che si spintonano per un posto in prima fila e che salutano con la manina per capire qual è il vero scopo del viaggio.
Arrivare ad Hammamet per meglio genuflettersi verso Arcore. Siamo il paese del servo encomio che diventa codardo oltraggio appena il potente finisce rovinosamente sotto una pioggia di monetine. Ma siamo anche il paese della capriola con doppia giravolta di quegli stessi che volevano mettere il cappio al collo a Craxi e che ora lo piangono.
Tardiva resipiscenza? Lettura meditata della storia della Prima Repubblica? Via, non scherziamo. La beatificazione di Bettino è semplicemente funzionale a quella di Silvio.
Perché se si porta sull’altare uno che rubava, a maggior ragione si scioglieranno inni e canti a chi è accusato di corrompere e malversare a tutto spiano. I due, non è un mistero, hanno fatto a lungo comunella considerando la cosa pubblica come cosa loro e scambiandosi dritte e suggerimenti.
Anche il loro nemico è sempre lo stesso: le malefiche toghe rosse che complottano al fine di sovvertire il libero responso elettorale attraverso la persecuzione dei galantuomini. Si dice viva Craxi ma in realtà si grida viva Berlusconi. Il quale tuttavia manda avanti la servitù in attesa di capire, sondaggi alla mano, se gli conviene unirsi al piagnisteo sul povero Bettino».
 
AB

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POLITICA
22 dicembre 2009
Una beatificazione che prelude alla guerra civile

Oggi ci occupiamo del ministro degli esteri, Franco Frattini. Ci ha infatti lasciati basiti la sua dichiarazione odierna: «Sarò alla commemorazione del decennale della morte del presidente Craxi ad Hammamet». Se ci andrà a titolo personale, nessun problema. Se invece lo farà come ministro della Repubblica, è il caso di preoccuparsi.

Non serve ripercorrere la carriera da imputato del Cinghialone. Basti dire che è morto in Tunisia il 19 gennaio del 2000 da pregiudicato in fuga. La questione che sorgerebbe dalla presenza di un rappresentante delle istituzioni alla commemorazione di Craxi (peraltro già perpetrata dall’allora presidente del Senato Marcello Pera) è infatti tutta qui: può una carica dello Stato andare a ricordare la figura di un pregiudicato latitante, dunque sfuggito alle leggi italiane?
 
Si dirà che Craxi è stato solo il capro espiatorio di una stagione giacobina. Restano però le sentenze emesse dal potere giudiziario, indipendente da ogni altro potere secondo il dettato costituzionale. E qui sta il punto cruciale: delegittimiamo la magistratura dicendo che si va a commemorare un uomo ingiustamente etichettato come ladro dai giudici?
 
La cosa in sé sarebbe gravissima. In realtà non è il caso di usare il passato, in quanto sta accadendo sotto i nostri occhi dalla discesa in campo di Berlusconi, impegnato quotidianamente nell’attaccare il ruolo della magistratura. E' stato tutto spiegato bene da Massimo Fini sul Fatto del 31 ottobre scorso nell’articolo «Presidente, faccia i nomi», di cui riportiamo i 2 passi più importanti e autoevidenti: «Perché Berlusconi non denuncia alla magistratura i pm e i giudici che ritiene corrotti? Perché, evidentemente, ritiene corrotta l’ntera magistratura. Non la ritiene legittimata a giudicarlo. È come se ogni volta che viene colpito da un provvedimento giudiziario Berlusconi si dichiarasse "prigioniero politico", come facevano i brigatisti. [...] Se il presidente del Consiglio è il primo a non credere alla Magistratura, alle leggi che è chiamata ad applicare, allo Stato che egli rappresenta in prima persona, perché mai dovremmo crederci noi cittadini?  Perché dovremmo credere alla legittimità della Magistratura, delle leggi, dello Stato che le emana e dello stesso premier che da questo sistema corrotto è stato espresso? È il motivo per cui né Andreotti né Forlani hanno mai parlato di "complotto". Perché Andreotti e Forlani saranno stati quello che saranno stati, ma avevano il senso di essere classe dirigente e una classe dirigente non delegittima le Istituzioni perché così delegittimerebbe anche se stessa».
 
Fini ha colto nel segno: la delegittimazione del potere giudiziario comporta dei rischi notevoli, soprattutto in una democrazia fragile come quella italiana affetta dal berlusconismo, ovvero Berlusconi, un certo modo di fare opposizione e le tv. L’attacco ai giudici può avere conseguenze inimmaginabili se portato avanti da altre istituzioni. Ecco perché ci auguriamo che l’annuncio di Frattini sia solo a titolo personale (liberissimo di commemorare il ladro per eccellenza, per carità) e non da ministro degli Esteri che, con la sua presenza, metterebbe in scena l’ennesimo attacco all’indipendenza della magistratura.
 
AB

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POLITICA
1 dicembre 2009
Fini...amola

È da un po’ di tempo che Gianfranco Fini sembra il Pippo Inzaghi dei bei tempi, quello con la sindrome da smarcamento. Lo stopper ovviamente è Berlusconi. È almeno dall’inizio del 2009 infatti che il presidente della Camera prende le distanze dal premier e dai suoi scendiletto. Oggi è arrivata l’ennesima conferma che qualcosa nella maggioranza non torna. E a questo punto il fatto non può più essere negato.

«No ma lui, l’uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di... qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo... magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento... siccome è eletto dal popolo.[...] Ma io gliel’ho detto... confonde la leadership con la monarchia assoluta... poi in privato gli ho detto... ricordati che gli hanno tagliato la testa a... quindi statte quieto». Così parlò Gianfranco Fini a Pescara con il procuratore Nicola Trifuoggi, convinto che nessuno lo stesse registrando. Il «lui» cui Fini si riferisce è proprio Silvio Berlusconi, l’uomo col quale ha cofondato il Pdl.
 
Come già detto, nulla di nuovo sotto il sole: Fini è quello che, da presidente della Camera, ha più volte criticato il governo per l’uso – anzi, l’abuso – della fiducia, quello che ha stigmatizzato la deriva etica della Repubblica italiana in seguito alle decisioni prese dall’esecutivo e dalla maggioranza per il dramma Englaro (definì tale Gaspari Maurizio «irresponsabile»), quello che ha attaccato apertamente la Lega per le sue posizioni xenofobe sugli immigrati, quello che ha invitato i magistrati a proseguire con le indagini sulle stragi del ‘92-’93, quello che ha rinunciato allo scudo del defunto lodo Alfano a pochi giorni dalla sentenza della Consulta. Seguendo i criteri di valutazione dei berluscones, un comunista insomma.
 
Oggi è arrivata la conferma che queste prese di posizione non erano estemporanee: è evidente che Fini e Berlusconi hanno una concezione della politica completamente opposta. A questo punto viene da chiedersi cosa ci faccia Fini nel Pdl: è chiaro che le sue posizioni sono minoritarie nel partito di maggioranza. Tale domanda l’ha già posta Rosy Bindi ad Annozero qualche settimana fa, interpellando la finiana Flavia Perina: cosa aspettate a trarre le conseguenze dalle lampanti incompatibilità tra i vostri pensieri e quelli dei supporter del premier?
 
La questione, se Fini fosse una persona veramente seria, dovrebbe essere fatta risalire alla nascita del Pdl. Perché Fini ci è entrato? Berlusconi infatti, si sa, non cambia mai. È da sempre così. E allora perché Fini ha accettato di entrare nel partito fondato dal Cavaliere il 18 Novembre 2007 dall’alto di un predellino? Ecco il punto cruciale: Fini non l’ha mai voluto.
 
Sono parole che abbiamo già riportato più volte, ma è il caso di farlo anche oggi: l’attuale presidente della Camera è quello che commentò la messinscena di Berlusconi dicendo che «comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. Da queste mie parole, volutamente molto nette, voglio che sia chiaro a tutti che, almeno per quel che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi… Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione». Riportiamo anche la frase della pecora, sempre attualissima: «Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di AN, non una pecora». Vediamo quanto andrà ancora avanti la sceneggiata.
 
AB

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POLITICA
21 novembre 2009
Gli stronzi

Oggi in Italia volano stronzi a destra e a manca. Soprattutto a destra però. Fini, sempre in vena di smaracarsi, ha detto che «chi dice che gli stranieri sono diversi è uno stronzo». Calderoli, sentitosi evidentemente chiamato in causa, ha immediatamente replicato che «è altrettanto stronzo chi illude gli immigrati. È infatti una stronzata, per usare il linguaggio di Fini, illudere gli extracomunitari che il nostro è il Paese di "Bengodi" e che c’è lavoro per tutti, visto che il lavoro manca in primo luogo ai nostri cittadini. Fare questo è pura demagogia e allora si spalancano le porte a migliaia di persone destinate a finire nella rete delle illegalità, della criminalità o dello sfruttamento».

Un paio di domande sorgono spontantee. La prima: ma Fini quando ha cambiato idea sul Pdl aderendovi (all’inizio definì la piazzata di Silvio una delle comiche finali) ed alleandosi con la Lega, non sapeva mica la linea sull’immigrazione dei presunti discendenti dei Celti? La seconda: ma Berlusconi non aveva garantito sulla solidità della maggioranza appena 3 giorni fa?
 
A dire il vero questa cosa il premier l’ha ribadita anche oggi dall’Arabia: «La maggioranza è molto solida e continueremo a governare per i prossimi tre anni e mezzo, intendiamo portare a termine responsabilmente il mandato assegnatoci dagli elettori». Solo una considerazione: se darsi dello stronzo a vicenda è simbolo di solidità, certamente il governo Prodi non sarebbe mai caduto.
 
Ma soffermiamoci ancora un attimo sulle dichiarazioni arabe del Cavaliere. Almeno un paio di frasi infatti richiedono un attimo di attenzione. Berlusconi ha infatti detto che «prima del mio avvento in politica gli elettori votavano senza conoscere il programma, gli alleati e il nome del premier. Noi abbiamo fatto l’opposto, abbiamo portato una nuova moralità in politica che è non solo non rubare, ci mancherebbe altro, ma mantenere le promesse fatte agli elettori»: esilarante, soprattutto il «non rubare». Meno divertente invece sentirgli dire che «qualche volta manchiamo al voto, ma solo perchè non siamo professionisti della politica e funzionari di partito come quelli della sinistra. Siamo gente che lavora». Visto che molti parlamentari hanno un altro lavoro e che questo spesso viene prima di quello per il quale sono pubblicamente stipendiati costringendoli a numerose assenze, perché dobbiamo continuare a pagarli? Non sarebbe meglio (quantomeno) ridurgli lo stipendio, visto che spesso non lavorano? Dov’è Brunetta con la sua lotta contro i fannulloni? Misteri della casta.
 
Ma torniamo a Calderoli. Caro ministro, chi è che continua a dire che la crisi è finita, che l’Italia ne uscirà meglio degli altri, che i conti pubblici sono in ordine, che va tutto bene? Non è forse lo stesso personaggio che garantisce anche sulla tenuta della maggioranza che ne sostiene il governo? Uno che, per usare il suo linguaggio, è proprio uno stronzo?
 
Prima di beccarci una querela dall’apposito Ghedini, ripetiamo che uno stronzo per il ministro della semplificazione è uno che illude gli immigrati promettendo loro lavoro e condizioni di vita migliori. Bene, prendete quest’altra dichiarazione odierna di Berlusconi: «Guardiamo con tranquillità al futuro, nonostante la crisi da cui verremo fuori prima e meglio degli altri paesi perchè siamo un popolo di risparmiatori e il nostro sistema bancario si è rivelato il più solido. Inoltre abbiamo sostenuto lavoratori e imprese in difficoltà. Il percorso non sarà velocissimo ma ci lascia relativamente tranquilli». Calderoli, non le sembra una dichiarazione di uno stronzo che dipinge l’Italia come un «paese di Bengodi» con uno spot che potrebbe invogliare qualche immigrato a venire in Italia?
 
Già che ci siamo, caro ministro, ci commenti anche questa dichiarzione rilasciata il 23 agosto scorso alla tv tunisina Nessma: «È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi, soprattutto in quelli americani. E allora questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo».
 
Non le sembrano frasi da stronzo? Non le pare che con comunicazioni del genere si truffano gli immigrati? Non vuol sapere chi è lo stronzo? Non è Fini, bensì Berlusconi. All’epoca però nessuno di voi noti Scandinavi lo definì stronzo. Forse perché, come sempre, stava solo mentendo?
 
AB

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POLITICA
18 novembre 2009
Salvate il soldato Fini. E i finiani

Ieri quello che nel 2003 presentò il padre del lodo Alfano ha confermato le sue evidenti lacune in giurisprudenza (nonostante una laurea) uscendosene con un bel «se la maggioranza è divisa, si torni al voto». Pensate un po’: la seconda carica dello Stato, quella che fa le veci del Presidente della Repubblica nel caso in cui questo non possa adempiere alle sue funzioni (art. 86 della Costituzione), ignora il fatto che l’unico che può sciogliere la Camere è il Presidente della Repubblica (artt. 87 e 88 della famigerata Carta), e non l’amato Cavaliere.

Oggi per fortuna ci ha pensato proprio l’unto del signore a smentire la ventilata possibilità di elezioni anticipate. Con una nota Berlusconi ha infatti chiarito tutto, negando le tensioni all’interno della maggiornaza, ovvero le sempre più evidenti divergenze di pensiero con Fini e i finiani: «Vedo con stupore che si stanno moltiplicando e diffondendo notizie che continuano a fare apparire come imminente un ricorso alle elezioni anticipate. Non ho mai pensato niente di simile. Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l’impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell’interesse del Paese. La maggioranza che sostiene il governo è solida anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative. Grazie a questo sostegno e alla fiducia che ci manifesta ogni giorno oltre il 60% degli italiani completeremo le riforme di cui l’Italia ha bisogno».
 
E vediamola allora questa «maggioranza solida». Partiamo con uno dei suoi principali mezzi di comunicazione, Il Giornale: oggi ha pensato bene di sparare come titolo principale un bel «Berlusconi ha deciso, tutti a casa». Più misurato l’altro house organ berlusconiano, Libero: tanto per far capire come i berluscones non hanno alcun sospetto sulla fedeltà di Fini&company, ha initolato la sua prima pagina con un eloquente «Fini: pensioniamo Silvio». Gran bel clima nella «maggioranza solida»...
 
Se non bastassero i 2 megafoni cartacei a confermare come – per l’ennesima volta – Silvio menta, durante la giornata sono arrivate diverse dichiarazioni quantomeno inquietanti sulla tenuta della maggioranza. Infatti, dopo che i fedelissimi del presidente della Camera hanno apposto la loro firma a un ddl sulla cittadinanza e il diritto di voto agli immigrati sostenuto da buona parte dell’opposizione, è stato solo un susseguirsi di dichiarazioni di onorevoli che al posto dell’inno di Mameli vorrebbero il «Meno male che Silvio c’è». Riportiamo quelle pubblicate sul sito del Pdl, in bella vista.
 
Bondi è stato il più misurato: «La conferenza stampa congiunta dell’on. Perina e dell’on. Veltroni nel corso della quale è stata illustrata una proposta di legge sulla cittadinanza non deve destare scandalo. È una notizia, ed è una notizia degna di riflessione. È avvenuta, infatti, una saldatura, innanzitutto sul piano culturale – come avevo recentemente avvertito – tra la sinistra e alcuni esponenti della destra italiana provenienti dalla storia del Msi e poi di Alleanza nazionale. È un dato nuovo della situazione politica italiana da valutare con attenzione».
 
Per capire cosa intendesse il pacato ministro per le attività culturali, basta leggersi le dichiarazioni dell’onorevole Deborah Bergamini: «Dopo la sintonia fra gli on. Granata (Pdl) e Sarubbi (Pd) sulla cittadinanza facile, oggi constatiamo come una parte minoritaria del Pdl, sui temi fondanti il rapporto di fiducia con il nostro elettorato, quali l’immigrazione, preferisca stringere alleanze organiche con l’intera opposizione, dall’ex leader del Pd, Walter Veltroni, sino al dipietrista Orlando. Si tratta di un fatto grave, che amareggia tutti coloro che lavorano con entusiasmo per la costruzione del Pdl e per un bipolarismo finalmente maturo. Siamo convinti anche noi che il Pdl non debba essere una caserma, ma neppure un mercato, nel quale ognuno si presenta col suo banchetto. Certe iniziative legislative sono una provocazione politica. L’intellettualismo di retroguardia di una vecchia Nuova Destra anni ‘80 che condiziona così fortemente una piccola parte della maggioranza non aiuta l’elaborazione di una comune cultura politica ma distoglie il Pdl dal rapporto con la realtà, rendendo difficile qualsiasi azione di governo. Il Pdl si è presentato davanti agli elettori proponendo loro un patto basato su un programma definito e sottoscritto. Se qualcuno ha cambiato idea si comporti di conseguenza, senza creare malsane confusioni». Grande sintonia all’interno della maggioranza: le proposte finiane sono un «fatto grave», «che amareggia», «una provocazione politica»...
 
Più pesante il commento dell’onorevole Stracquadanio: «Vedo che nel Popolo della Libertà c’è chi considera una priorità difendere il voto degli italiani dall’assalto [in internet, forse per un lapsus ghediniano, è scritto «assolto»] politico-mediatico-giudiziario e chi invece pensa che venga prima il voto agli immigrati. Io sto tra i primi, mentre i secondi dimostrano di avere il senso della storia.  È come se Churchill, mentre il nazismo trionfava in Europa, si fosse occupato della pulizia delle strade a Londra. Complimenti e auguri». Come sempre, Berlusconi prima di tutto. Anche del pudore nei paragoni con certi avvenimenti storici.
 
Sublime ed autoevidente il pensiero del piduista Fabrizio Cicchitto, di cui riportiamo per motivi di spazio solo una parte: «È inaccettabile che su un tema così delicato quale quello riguardante il tema della concessione del voto alle elezioni amministrative agli immigrati residenti in Italia da cinque anni alcuni colleghi appartenenti al gruppo del Pdl abbiano preso l’iniziativa di presentare un disegno di legge firmato con esponenti di tutti i gruppi dell’opposizione, senza che la presidenza del gruppo sia stata minimante interpellata e tenendo conto che questa proposta non e’ contenuta nel programma di governo».
 
Ecco: questo è il sedicente Popolo della Libertà (di chi sia questa libertà, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti); questa è quella che il bugiardo patentato (amnistiato per la falsa testimonianza sulla P2, la combriccola che vedeva tra i convitati anche l’allora socialista di estrema sinistra Cicchitto) oggi ha definito una «maggioranza stabile». In tv non avete sentito niente del genere ovviamente. Aspettate Libero e Il Giornale di domani...
 
AB
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