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"Dacci oggi la nostra incazzatura quotidiana"
 
 

POLITICA
9 agosto 2010
Italo Smemo/2

Con le parole odierne del portavoce Daniele Capezzone, il Pdl ha finalmente una posizione ufficiale: vuole la testa di Fini. «Se Fini vuole compiere un atto di dignità e non di viltà politica – ha esordito l’ex radicale – deve rassegnare le dimissioni da presidente della Camera. Le sue dimissioni sono ormai inevitabili per due ragioni. Primo: è ormai un caso pubblico, per milioni di cittadini, la scarsa trasparenza della situazione relativa alla casa monegasca, e quelle fornite ieri da Fini sono delle 'non spiegazioni'. Per altri, in circostanze meno gravi, i finiani hanno reclamato dimissioni immediate: noi siamo garantisti, ma ora sta a loro mostrare coerenza rispetto alle loro stesse richieste di poche settimane fa. Secondo: Fini non è più super partes, e da tempo, nella sua funzione di terza carica dello Stato. È inaccettabile che Fini intervenga quotidianamente nel dibattito politico, per dividere anziché per unire, trasformando una funzione di garanzia in un ruolo di capofazione che organizza la sua corrente e trama contro il governo e la maggioranza scelti e confermati dagli italiani. Tutto ciò non è più accettabile. Almeno, ci risparmi lo spettacolo di vedere il solito politico aggrappato alla sua poltrona fino all’ultimo momento possibile».

Prima di passare al vero tema di questo articolo, urgono un paio di risposte (sotto forma di domanda) ad uno dei peggiori zompatori della storia d’Italia. 1) Quali sono secondo Capezzone i casi meno gravi rispetto a quello di Fini che hanno portato comunque alle dimissioni? Quello di Scajola, che ha differenza del caso del presidente della Camera, ha visto coinvolta direttamente la sua casa e l’interessato (Fini è chiamato in ballo come leader del partito per una casa in cui non ha mai abitato)? Oppure quello di Brancher, con l’apposita nomina a ministro che gli è valsa per un po’ il legittimo impedimento (poi, dimessosi da ministro, visto che è innocente, è stato condannato in primo grado a due anni)? O magari quello di Cosentino, con un mandato di cattura per associazione camorristica confermato in Cassazione? 2) Perché Fini non può intervenire nel dibattito politico? Da quando il presidente della Camera ha perso il diritto di parola? Perché Schifani può invece pontificare su tutto lo scibile umano a piacimento senza che il Capezzone di turno gli ricordi il suo ruolo di garanzia? 3) A proposito dei politici attaccati alla poltrona fino all’ultimo, se lo ricorda il nostro maestro di coerenza il caso di Cesare Previti, il braccio destro del suo capo rimasto abusivamente in Parlamento per oltre un anno (dal 5 maggio 2006 – giorno in cui la sentenza Imi-Sir è diventata definitiva vietandogli sine die i pubblici uffici – al 31 luglio 2007, quando Previti piuttosto che farsi dichiarare ineleggibile dall’apposita giunta si dimise)? O è il caso di ricordargli perché Marcello Dell’Utri è diventato parlamentare («Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Quando nel 1994 si fondò Forza Italia e si fecero le prime elezioni, le candidature le feci io: non mi sono candidato perché non avevo interesse a fare il deputato. […] Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo è arrivato il mandato d’arresto», 10/02/10) e, magari, che è appena stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno?
 
Sistemato Capezzone, passiamo alla replica riservatagli dai finiani, in particolare a quelle di Italo Bocchino. Svariate infatti sono state le sue dichiarazioni odierne. Riportiamo le frasi più interessanti: «Se Berlusconi ha ancora un pizzico di rispetto per la democrazia e le istituzioni, smentisca immediatamente il portavoce del suo partito, Daniele Capezzone, e stoppi la campagna vergognosa de Il Giornale»; «[Si tratta di] un fatto senza precedenti e gravissimo dal punto di vista politico e istituzionale. È come se Il Secolo facesse il coupon: "Berlusconi dimettiti per il processo Mills"»; «Siamo di fronte a una campagna inaccettabile e vergognosa e ancor più grave perché rientra in un contesto di bastonatura mediatica in cui si utilizzano uno e più strumenti di proprietà del presidente del Consiglio».
 
Le domande che ci vengono in mente sono parecchie: a Bocchì’, ma dove sei stato fino a stamattina? Te ne sei accorto solo ora dei professionisti del manganello arcoriani? Com’è che fino ad un anno fa andavi a braccetto col suddetto Capezzone e coi tuoi più o meno colleghi Cicchitto, Gasparri e Quagliariello, senza battere ciglio di fronte ai pestaggi mediatici riservati a quelli che all’epoca erano anche tuoi nemici?
 
Siccome siamo di buona, speriamo che l’onorevole abbia finalmente imparato la lezione, cioè a diffidare dalla corte di Berlusconi, che non si compone solo di nani e ballerine, ma anche di picchiatori e buttafuori. Anche perché i galantuomini non si fanno problemi a manganellare anche gli amici del nemico Fini. Lo ha potuto provare in prima persona il 30 aprile scorso proprio Bocchino, quando il solito quotidiano di quel gran signore che è Vittorio Feltri ne sputtanò la moglie in prima pagina. Non fu un attacco gratuito, gli scagnozzi – come abbiamo scritto ieri – non si muovono mai a caso e rispondono alle esigenze del padrone: era di appena due settimane prima lo scontro tra finiani e berlusconiani nella diretta del programma di Paragone L’ultima parola, scontro che vide in prima fila proprio Bocchino, randellato poi a dovere dall’apposito Giornale.
 
Rivangato il passato, chiudiamo con un paio di auspici: che Il Secolo pubblichi il coupon annunciato sul processo Mills, che i finiani rispondano per le rime a questi damerini armati di clava (come abbiamo fatto noi ieri, Bocchino oggi ha tirato fuori la vicenda della villa di San Martino), che l’intera opposizione si accodi a questa denuncia del conflitto d’interessi. Per sconfiggere il berlusconismo, questa è la prima cosa da fare.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 9/8/2010 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 agosto 2010
C'era una volta lo squadrismo berlusconiano

Che ci sia qualcosa di poco chiaro nelle vicende monegasche di An è ormai chiaro, ma proprio per verificarne la sussistenza esiste un apposito potere dello Stato, la magistratura. Siccome di soldi pubblici ne buttiamo nel cesso già abbastanza, sul caso specifico ci sembra giusto lasciare lavorare i pm, gli unici che devono verificare le responsabilità penali ed, eventualmente, chiamare in causa Gianfranco Fini. Allo stesso modo è giusto che i giornalisti, se non si ritengono soddisfatti della lunga nota del Presidente della Camera e possono smentirla anche solo in una virgola, vadano avanti nella loro battaglia per la trasparenza. Detto questo, non possiamo passare sotto silenzio l’ennesimo atto di squadrismo messo in piedi dal regime berlusconiano.

Oggi tocca a Fini, svariate volte nel passato più o meno recente è stata la volta di Di Pietro, ad ottobre c’era il giudice Mesiano, tra fine agosto e i primi di settembre – subito dopo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e quello di Repubblica Ezio Mauro – è stato di nuovo Fini: stiamo parlando delle campagne stampa messe in piedi dagli house organs controllati tutti più o meno indirettamente dal Cavaliere. Delle campagne giornalistiche che un marziano che non sapesse nulla dell’Italia IN TEORIA potrebbe trovare giustissime (a parte il servizietto gentilmente riservato a Mesiano, di gusto semplicemente mafioso-piduista, come abbiamo già avuto modo di scrivere) in quanto – sempre IN TEORIA – volte a chiedere spiegazioni a personaggi pubblici per garantirne la trasparenza, nessuna IN PRATICA si è mai svincolata dai desiderata dell’«utilizzatore finale», sempre lui, Silvio Berlusconi.
 
Tutte infatti sono nate da una sua necessità, decisamente poco democratica: manganellare l’avversario di turno. Di Pietro con la sua ferma opposizione al regime arriva a raddoppiare i voti? Eccoti gli scoop (sempre quelli, periodici, ad orologeria) sui suoi affari immobiliari di Libero e Il Giornale e, con il concorso esterno del sempre più ottimo (scusate la grammatica) Corriere della Sera, la foto con Contrada; Mesiano condanna la Fininvest a versare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori? Tranquilli, basta far vedere a Mattino5 i suoi calzini turchesi facendolo passare per un pazzo e il gioco è fatto; Boffo dal suo giornale critica sommessamente il premier puttaniere ma allo stesso tempo difensore dei valori cattolici? Feltri estrae dal cilindro una vecchia storiaccia di molestie telefoniche, additandolo come un omosessuale, portandolo alle dimissioni. Repubblica martella Berlusconi con le domande sbagliate, quelle su Noemi? Ancora Feltri svela che il suo direttore ha pagato una casa in nero.
 
Ora tocca a Fini, già nel mirino del  randellatore ufficiale Feltri (il 14 settembre, dopo le sue uscite per smarcarsi dal Pdl, il direttore del quotidiano di via Negri se ne esce con un avvertimento di stampo dellutriano: «Delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme»).
 
Dopo la rottura ufficiale e la creazione di Futuro e Libertà, ecco l’inchiesta giornalistica sulla casa monegasca di An, passata al fratello della seconda moglie di Fini. Il pressing congiunto di Libero e Il Giornale ha portato all’apertura di un fascicolo da parte della procura di Roma, per ora contro ignoti. Ribadiamo: la questione va certamente chiarita ed è giusto che i cronisti pongano le domande ai politici. Però non si può far passare per giornalismo questo manganellamento sistematico, soprattutto se l’«utilizzatore finale» diretto di queste campagne – sì, sempre lui – rappresenta tutto, tranne la trasparenza. Scendendo nello specifico, parlando del caso odierno, è più grave che una casa ereditata da un partito finisca dopo svariati passaggi al cognato di quello che all’epoca era il leader del movimento politico o che un imprenditore rampante per acquistare la sua futura favolosa dimora si avvalga del pro-tutore della legittima proprietaria della villa per turlupinarla? È il momento di una favola.
 
C’era una volta, nel 1974, un rampante imprenditore che aveva messo gli occhi su villa San Martino di Arcore, valutata all’epoca 1.700 milioni di lire. Il giovane, allora naturalmente cappelluto, riuscì ad acquistarla per 250 milioni. L’incantesimo fu possibile grazie al sempre apposito Cesare Previti – quello che successivamente, entrato ufficialmente alle dipendenze dell’ormai semplice prenditore, si comprò coi suoi soldi il giudice Metta nel sopra citato lodo Mondadori –, allora protutore della proprietaria, la marchesina Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. Il pagamento, fissato sui 500 milioni, non avvenuto in contanti bensì in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borsa, venne dilazionato nel tempo. Ecco che allora la marchesina, ormai maggiorenne e trasferitasi in Brasile, quando tentò di monetizzare le azioni, fu costretta a cedere alla generosissima offerta del futuro Cavaliere: «Te le ricompro io, ma alla metà del loro prezzo».
 
Ecco, quando i vari Feltri, Belpietro, Fede, Giordano e Brachino troveranno il tempo per raccontare questa bella favola mettendo sulla graticola il Cavaliere nero con le loro martellanti domande, allora risulteranno più credibili anche con le altre inchieste. Fino a quel momento, resteranno solo dei giornalisti indipendenti. Da se stessi.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
7 agosto 2010
Un panorama desolante

Uno non fa neanche in tempo ad illudersi sui finiani autoproclamatisi difensori della legalità e promotori dell’antimafia che questi subito si mettono a inciuciare con l’Udc, il partito che in pubblico presenta la bella faccia di Ferdinando Casini e che dietro le quinte si fa guidare da svariati loschi figuri, quelli che rendono la densità media degli inquisiti del partito vicina – se non addirittura superiore – a quella del Pdl.

Un po’ di nomi? Abbiamo Lorenzo Cesa, deputato, prescritto per tangenti dopo una condanna a 3 anni in primo grado; poi c’è Ciriaco De Mita, eurodeputato, amnistiato per i finanziamenti illeciti della Dc pre-1990, prescritto svariate volte per quelle successive; risponde «Presente!» anche Giuseppe Carmelo Drago, deputato, condannato in via definitiva a 3 anni per peculato e abuso d’ufficio (ma che, nonostante la pena sia stata condonata, essendo anche stato interdetto dai pubblici uffici, dovrebbe perdere il suo posto in Parlamento); c’è anche Giuseppe Naro, deputato, pregiudicato per abuso d’ufficio, prescritto per diverse tangenti; salta poi agli occhi Francesco Saverio Romano, deputato, indagato per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra. Il più inquietante – non ce ne siamo dimenticati – è ovviamente Totò Cuffaro, senatore, condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra. Questo per limitarci agli eletti, avendo escluso i candidati del 2008 poi trombati.
 
Con questo bel pedigree, resta da capire cosa differenzia l’Udc dal Pdl e, dunque, a che gioco stia giocando Fini, già impegnato a difendersi dagli attacchi de Il Giornale, cui ci auguriamo possa rispondere. Per ora la sua tattica infatti è quella del silenzio, non certo la migliore per fugare i dubbi sollevati dalla comunque sacrosanta inchiesta del quotidiano di Feltri (che potremo elogiare solo quando riserverà tanta sete di verità anche nei confronti del fratello del suo editore. Cioè mai).
 
Se i finiani non ci fanno già più sorridere, non è che spostandosi verso sinistra le cose vadano meglio. Il Pd, nonostante sulla carta sia il maggior partito di opposizione, non prende alcuna decisione, e anzi con Enrico Letta (quello del «consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo») prepara il definitivo suicidio politico: un’alleanza con Casini che mandi in soffitta quella con l’Idv.
 
Già, il partito di Di Pietro, quello che con Vendola cerca – per il momento senza alcun successo – un’alleanza con Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 stelle e che propende per le elezioni immediate. Un’ipotesi che, secondo noi, non può portare a nulla di buono, per 2 motivi: 1) con l’attuale legge elettorale il nuovo Parlamento si ripresenterebbe come un’accozzaglia di – per usare il sottotitolo di Se li conosci li eviti di Gomez e Travaglio, da cui abbiamo tratto diverse notizie sugli impresentabili dell’Udc – «raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni»; 2) le elezioni autunnali sancirebbero il trionfo di Berlusconi.
 
Il perché di questo secondo motivo è presto detto: i tempi per mandare definitivamente a casa il Cavaliere non sono ancora maturi, la sinistra non esiste e lo strappo con Fini non basta e non può bastare da solo ad aprire gli occhi agli italiani. Decisivo al riguardo, a nostro avviso, potrà essere solo l’autunno-inverno, con i vari procedimenti giudiziari che da soli potrebbero mettere ko Berlusconi: la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, la stretta sulla P3 e, soprattutto, le indagini sui «botti» del ’92-’93, con la «bomba atomica» – Fini dixit – rappresentata dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino. Prima di queste evoluzioni (che ci saranno di sicuro, è solo questione di tempo), le elezioni non potranno che essere stravinte dal solito noto. E questa volta a fermarlo non ci sarebbero più neanche i finiani.
 
P. S. Ieri l’incredibile guardasigilli Angelino Alfano ha polemizzato con Bersani, reo di aver finalmente detto qualcosa di sinistra, ovvero «dobbiamo liberarci di Berlusconi». Per il ministro della Giustizia, «è inconcepibile affermare oggi "dobbiamo liberarci di Berlusconi". Un linguaggio violento e inquietante che è contro le opposizioni di tutte le democrazie occidentali». Bene, indovinate chi era il leader dell’opposizione in Italia che il 14 giugno 2007 disse: «Riavermi a Palazzo Chigi? Ci vorrebbe un regicidio... Ma basta soltanto aspettare, arriverà di sicuro il momento giusto»? Sempre il solito, quello che con quella boccuccia può dire ciò che vuole. All’epoca la frase – che, a differenza di quella di Bersani, era inequivocabile – provocò la reazione del governo Prodi, che chiese di abbassare i toni. Immediata fu la risposta del sempre prono Paolo Bonaiuti: «Se Prodi si allarma davvero per la risposta sorridente e scherzosa ad una signora sul regicidio, significa che si sente realmente un re». Grasse risate a corte…
 
Alessandro Bampa
POLITICA
6 marzo 2010
Il metodo Napolitano

Non avendone per il momento i mezzi, non entriamo nel merito della costituzionalità del decreto legge  intrerpretativo approvato dal Cdm di ieri sera, anche se facciamo notare – come moltri altri hanno già fatto – l’esistenza del comma 2 dell’art. 15 della legge 400 del 23 agosto 1988 («Il Governo non può, mediante decreto-legge […] provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione [«La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi», nda]»). Ad oggi riteniamo infatti di gran lunga più importante soffermarci sul ruolo del Presidente della Repubblica in questa storiaccia.

Secondo la famigerata Costituzione, «il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica» (art. 87), «può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura» (art. 88), «nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può infine nominare 5 senatori a vita (art. 59) e un terzo dei giudici della Consulta (art. 135).
 
Tra tutti questi incarichi, quali gli dà la facoltà di intervenire nella formazione delle leggi partecipando attivamente al dibattito e ponendo veti preventivi a ciò che il legislatore – Parlamento o Governo – propone? Da quanto si è appreso questa mattina infatti, Napolitano avrebbe condotto un’estenuante trattativa col Governo affinché il decreto salva-liste potesse essere emanato, intervenendo cioè attivamente sull’operato dell’Esecutivo minacciando di non firmare l’atto legislativo nel caso in cui questo non avesse risposto ai suoi desiderata.
 
Il Presidente della Repubblica, Costituzione alla mano, non ha questo diritto di veto: egli non fa parte né del potere Legislativo né di quello Esecutivo, al massimo rientra in quello Giudiziario essendo Presidente del Csm. Napolitano non può bloccare preventivamente le proposte di legge del Parlamento o i decreti legge del governo. Nel caso specifico, non può esautorare l’Esecutivo dal presentargli i decreti legge. Essi infatti sono redatti dal governo «sotto la sua responsabilità» solo «in casi straordinari di necessità e d’urgenza» (art. 77): Napolitano non può mettere becco nella formazione del decreto in quanto essa è prerogativa del governo. L’unica cosa che può fare è, una volta presentatogli, non controfirmarlo per incostituzionalità.
 
Questa è la prassi sancita dalla Carta. Che poi governo e Presidenza della Repubblica abbiano in questi casi dei contatti, questo è normale. Ma un conto sono brevi incontri, altro discorso sono vere e proprie trattative nelle quali il Capo dello Stato tiene il coltello dalla parte del manico e ricatta l’Esecutivo, esattamente come è avvenuto per questo decreto mirato a sanare l’irregolarità delle liste Pdl lombarde e laziali.
 
Cosa avrebbe dovuto fare Napolitano, sempre Costituzione alla mano? Semplicemente lasciar lavorare questo governo di furboni e respingere a getto continuo tutti i decreti legge che gli venivano presentati dal governo per riparare ai “pasticci” dei rappresentanti locali del Pdl, finché non gliene fosse stato presentato uno rientrante, a suo giudizio, nei canoni della costituzionalità. Il Presidente della Repubblica infatti nei casi dei decreti legge può fare solo questo: verificare che essi rispettino la Costituzione. Se ritiene che questo unico presupposto sia rispettato, li firma, altrimenti li respinge.
 
Una situazione simile si era verificata ad inizio febbraio 2009, quando il governo aveva approvato un dl per bloccare la procedura che avrebbe condotto alla morte Eluana Englaro. Anche allora Napolitano intervenne nel bel mezzo del Cdm, dicendo che non avrebbe promulgato il decreto in quanto irrispettoso della sentenza della Cassazione che autorizzava Beppino Englaro a staccare le macchine che alimentavano la figlia. Berlusconi ovviamente se ne fregò e fece approvare il decreto, che alla fine però Napolitano si rifiutò di firmare. Allora il Cavaliere si scatenò contro Napolitano, attaccandolo frontalmente per essere intervenuto a Cdm in corso («È stata una innovazione quella che il Capo dello Stato, a Consiglio dei Ministri in corso, sia intervenuto anticipando una decisione del Cdm»). In quest’episodio l’unico errore di Napolitano fu quello di intervenire prima della presentazione del decreto. Per il resto rivendicò semplicemente la sua prerogativa: garantire la Costituzione. E, soprattutto, non intavolò estenuanti e illegali trattative.
 
Un prolifico e duraturo scambio di opinioni tra il governo e Napolitano pare invece che ci sia stato prima della promulgazione del fu lodo Alfano. Ha scritto l’informatissimo Vittorio Feltri sul Giornale del 10 ottobre per giustificare la reazione di Berlusconi alla bocciatura del suddetto lodo: «Il Governo rinunciava all’emendamento impropriamente definito blocca processi e, in cambio della cortesia, Napolitano spingeva il Lodo Alfano in Parlamento e ne caldeggiava l’imprimatur costituzionale. Un patto fra gentiluomini. Questo doveva essere, ma così non è stato. Non credete che i fatti si siano svolti così? Allora vi offro un particolare che prova la veridicità di quanto asserito. Parti di testo del Lodo Alfano furono scritte da un consigliere giuridico di Napolitano».
 
Insomma, quanto avvenuto in questi giorni – bozze di decreti mai approvati, continui rinvii del Cdm, frequenti incontri al Quirinale – non è stato altro che la riproposizione di ciò che ha anticipato la promulgazione del lodo Alfano. Quello che ci chiediamo è: in base a quale legge Napolitano si sente autorizzato ad utilizzare tale prassi, usando la propria influenza nell’iter normativo? Il suo unico ruolo a riguardo infatti è controllare la loro costituzionalità al momento dell’approvazione del legislatore. Gli interventi a piedi uniti durante la gestazione dei provvedimenti non sono previsti da nessuna parte, semplicemente perché in Italia vige – o dovrebbe vigere – il principio della separazione dei poteri: il Presidente della Repubblica non fa le leggi, deve solo garantire che siano costituzionali.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
7 dicembre 2009
Feltri, è giunta l'ora

Dopo la nostra lettera di ieri, continuiamo ad occuparci di Vittorio Feltri e del suo occhiello di ieri, «In piazza gli amici di Spatuzza». La situazione sta infatti evolvendo.

In facebook è nato subito il gruppo «Quereliamo Il Giornale per averci chiamato "Amici di Spatuzza"» che, in poco più di 24 ore, ha raggiunto i 2200 iscritti. L’iniziativa ha giù avuto un’eco mediatica, essendo già stata descritta da Eloisa Covelli per l’Altro Quotidiano, e sembra destinata ad andare fino in fondo: stanno infatti arrivando le adesioni di diversi avvocati, tutti pronti a sostenere la denuncia contro Il Giornale, mentre si sta tentando di mettersi in contatto con Antonio Di Pietro, Beppe Grillo e Salvatore Borsellino per avere una sufficiente copertura economica per le azioni legali. Il fatto poi che Giulio Nicolai, il fondatore del gruppo, sia indubbiamente una persona seria (sta tenendo sotto controllo l’indignazione degli iscritti, spesso troppo pronti a rispondere a Feltri con la sua tecnica migliore, ovvero l’offesa), non può che favorire la buona riuscita dell’evento.
 
Da queste basi, invitiamo ad una riflessione. L’evoluzione di questa iniziativa infatti sembra lasciare aperti scenari inimmaginabili. Il perché è presto detto: se tutti i partecipanti alla manifestazione denunciassero Il Giornale per diffamazione (ai sensi dell’art. 595 c.p.), che si tratti di denunce singole o di una denuncia collettiva, si porrebbe fine al balletto di cifre che ha accompagnato l’evento. Infatti i querelanti (che devono solo dimostrare di non essere «amici di Spatuzza» e di essere stati presenti alla manifestazione) devono dare le loro generalità. Conseguenza ovvia è che il loro numero andrà a rappresentare quello dei partecipanti alla protesta di Piazza San Giovanni. Il tutto verrebbe certificato «in nome del popolo italiano», cioè con una sentenza, evidenziando sicuramente come quell’indegno «90.000 partecipanti» della questura sia solo l’ennesima menzogna di questo finto Stato democratico.
 
Forse siamo un po’ troppo utopici. Ma forse no: basta guardare cosa è successo col No B day, nato quasi come una boutade ed entrato di prepotenza nel dibattito politico. È anche per questo precedente che ci sembra che finalmente sia giunta la fine di questa disinformazione di regime, sempre pronta alle bufale e alle offese che, per un onesto cittadino, risultano inaccettabili.
 
Non si può sentirsi definire «amici di mafioso» da un quotidiano che, più o meno indirettamente, è proprietà del vero e orgoglioso amico di mafiosi, ovvero Silvio Berlusconi. Quello che, tanto per rinfrescare la memoria a Feltri, definì «eroico» il «comportamento» – cioè l’omertà, tipicamente mafiosa – di Mangano, condannato a partire dagli anni ‘60 per lesioni personali, truffa, ricettazione, assegni a vuoto, porto abusivo di coltello, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa (nel processo Spatola) e all’ergastolo per duplice omicidio.
 
È giunta l’ora di finirla. È giunta l’ora di farla pagare a chi offende quotidianamente le persone oneste. È giunta l’ora di finirla di fare gli idioti (nell’accezione greca di coloro che si disinteressano della vita pubblica). È giunta l’ora di diventare veramente attivi. È giunta l’ora di farla finita con questa impunità che va dai politici non-eletti ai presunti giornalisti. È giunta l’ora, per usare la parola simbolo di Salvatore Borsellino (altro noto amico di mafiosi, vero Feltri?), della restistenza.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 7/12/2009 alle 23:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
6 dicembre 2009
Lettera a Vittorio Feltri

 
Gentile direttore Vittorio Feltri,
Le scrivo perché ritengo che la prima pagina del 6 dicembre 2009 del quotidiano da Lei diretto offenda la mia reputazione.
L’occhiello del titolo principale («Di Pietro: per fortuna che Fini c’è») infatti non lascia spazio ad altre interpretazioni: «In piazza gli amici di Spatuzza», in riferimento ai partecipanti alla «manifestazione Anti Berlusconi» - per usare le parole del sommario - collega chi ha aderito alla manifestazione al noto mafioso ora collaboratore di Giustizia, senza specificare il perché ed evidenziando un legame profondo. Essendo stato presente alla protesta di Piazza San Giovanni, Le chiedo se mi può spiegare per quale motivo sono stato definito «amico di Spatuzza».
Io non ho niente in comune con l’esecutore materiale degli omicidi di Don Puglisi, di Giuseppe e Salvatore di Peri, di Marcello Drago, di Domingo Buscetta, di Salvatore Buscemi e, soprattutto, di Giuseppe Di Matteo. Né tantomeno voglio avere a che fare con l’uomo che si è autoaccusato di aver posizionato l’autobomba che ha eliminato Paolo Borsellino e la sua scorta, ovvero Manuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Io non conosco una simile «bestia» - come lo ha definito Daniele Capezzone -, né tantomeno voglio risultare suo amico.
La prego dunque di rettificare tale definizione. Non vorrei vedermi costretto a ricorrere a vie legali per tutelare la mia onorabilità: Le ricordo che il codice penale prevede all’art. 595 il delitto di diffamazione (con l’aggravante dell’utilizzo del mezzo stampa), reato a Lei quantomeno familiare viste le sue numerose esperienze da imputato. Non avrò problemi a produrre le prove della mia presenza alla manifestazione e, soprattutto, la mia estraneità nei confronti di Spatuzza.
Distinti saluti,
 
AB

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POLITICA
14 novembre 2009
Il Giornale, «un figlio drogato»

Notizia bomba quella data oggi da Il Giornale di Vittorio Feltri. Con l’articolo «Sentenza Mills: ecco perché non vale contro il premier», la redazione del quotidiano ha spiegato ai suoi lettori che «la sentenza di condanna pronunciata dalla corte d’Appello di Milano nei confronti dell’avvocato britannico David Mills, non può essere utilizzata contro Silvio Berlusconi. La questione è procedurale e perciò insuperabile».

Il quotidiano diretto anche da Indro Montanelli (che, visto il declino successivo alla sua cacciata del 1994, lo paragonò ad un «figlio drogato») spiega che «le prime due ragioni di questo impedimento riguardano la stessa sentenza Mills». Per prima cosa, la sentenza «non è irrevocabile. Si tratta infatti di un pronunciamento di secondo grado, che non essendo definitivo è suscettibile di impugnazione. Questo rende impossibile, per legge, ogni utilizzo dell’attuale sentenza di condanna in un altro procedimento. Ergo la sentenza Mills non può essere opposta a Berlusconi».
 
Da questo giusto principio, il quotidiano milanese di via Negri difende il padrone con una noiosissima disquisizione, la seconda ragione, ovvero il fatto che «un provvedimento decisorio (condanna per Mills) non può vincolare una persona se questa non ha potuto prendere parte al processo del quale quella sentenza è l’epilogo finale»: «in sostanza le dichiarazioni e la confessione di avere intascato i soldi dal Cavaliere (ammissione che poi Mills si è rimangiato), hanno valore pari a zero in un eventuale processo contro il premier. A meno che (paradosso) non sia lo stesso premier a chiedere di acquisirle. Questi verbali possono essere utilizzati a processo solo allo scopo di accertarne la veridicità».
 
Superba la frase che conclude questa lezioncina di giornalismo e di giurisprudenza: Silvio Berlusconi «non ha affatto bisogno che il nuovo ddl sul processo breve diventi legge, per sfuggire alla giustizia». Il concetto era stato espresso ancor più chiaramente nell’incipit dell’articolo: «Il premier non ha bisogno di tutela, né dell’"effetto spugna" sui procedimenti a suo carico del nuovo ddl presentato al Senato, qualora diventasse legge».
 
Per smontare l’azzardata conclusione dell’articolo, volto a difendere l’operato politico del fratello dell’editore, partiamo dalla presunta seconda prova, l’inutilizzabilità delle confessioni di Mills, ovvero la lettera al suo commercialista Bob Drennan e l’interrogatorio reso davanti ai pm. Il Giornale cita l’art. 283 bis del codice di procedura penale, quello che direbbe che «i verbali di dichiarazione (la cosiddetta prova dichiarativa) possono essere utilizzati in un altro procedimento solo se il difensore dell’imputato (Berlusconi) era presente durante la loro formazione».
 
Peccato che il quotidiano di Feltri abbia in realtà riassunto il comma 2 dell’art 238 del cpp («I verbali di dichiarazioni possono essere utilizzati contro l’imputato soltanto se il suo difensore ha partecipato all’assunzione della prova o se nei suoi confronti fa stato la sentenza civile») e non il vero art. 238 bis. La chiave delle paure di Berlusconi infatti è tutta in quest’ultima norma che dice che, «fermo quanto previsto dall’articolo 236, le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova di fatto in esse accertato e sono valutate a norma degli articoli 187 e 192, comma 3».
 
Il Giornale ha svelato il suo modus operandi: non dà le notizie, fa solo disinformazione cercando di manipolare i fatti. E, in questo caso, le leggi. Cosa ha fatto l’autore dell’articolo? Cosciente che ciò che preoccupa Berlusconi è in realtà l’art. 238 bis, ha cercato di smontare le paure dei suoi lettori – in particolare gli ignoranti in materia giudiziaria – portando a supporto altri articoli del cpp che metterebbero in una botte di ferro il Cavaliere, dunque un perseguitato delle toghe rosse. Ecco allora che si parla dell’inutilizzabilità delle confessioni di Mills. Peccato che, nell’assemblare l’articolo, il giornalista avesse ancora in mente l’articolo che toglie il sonno a Berlusconi, il 238 bis per l’appunto, che così è entrato nel pezzo.
 
L’autogol è clamoroso: con questo errore Il Giornale ha infatti svelato la vera preoccupazione del Cavaliere, ovvero che il processo Mills arrivi ad una sentenza di condanna passata in giudicato. Che la cosa non sia remota, lo confermano le 2 condanne che l’avvocato inglese si è beccato nei due gradi finora celebrati. Ora manca solo la sentenza della Corte di Cassazione. Anche in questo caso Il Giornale prova a confondere le idee: dicendo giustamente che la sentenza d’appello non può avere ricadute sul futuro processo che finalmente vedrà Berlusconi imputato (cosa che nessuno ha mai detto: Mills è innocente fino al terzo grado), tace sul fatto che se questa verrà confermata in Cassazione potrebbe essere decisiva per le sorti dell’imputato eccellente, essendo acquisita come prova.
 
Che le vicissitudini del processo Mills preoccupino il presidente del consiglio del resto è evidente: a cosa dovevano servire la bloccaprocessi e il lodo Alfano se non a garantirgli l’impunità? Saltato il lodo (ringraziamo ancora quei 9 giudici coraggiosi della Consulta) e condannato anche in appello Mills, Berlusconi ha capito che l’appuntamento con la giustizia si è improvvisamente riavvicinato. Ecco perché è stato presentato il ddl Gasparri-Quagliariello-Bricolo, ricatto per ottenere un lodo Alfano costituzionale. Che non ci stiamo inventando nulla lo conferma un emendamento nel ddl del processo penale (targato ancora una volta Alfano) dell’avvocato Ghedini, quello che – come denunciato anche da Peter Gomez il 27 ottobre – vuole abrogare l’art. 283 bis del cpp. Quello che, con l’ennesimo lapsus freudiano e con l’ennesima lezione di pessimo giornalismo, Il Giornale ha svelato.
 
AB

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permalink | inviato da Bile il 14/11/2009 alle 22:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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