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POLITICA
8 agosto 2010
C'era una volta lo squadrismo berlusconiano

Che ci sia qualcosa di poco chiaro nelle vicende monegasche di An è ormai chiaro, ma proprio per verificarne la sussistenza esiste un apposito potere dello Stato, la magistratura. Siccome di soldi pubblici ne buttiamo nel cesso già abbastanza, sul caso specifico ci sembra giusto lasciare lavorare i pm, gli unici che devono verificare le responsabilità penali ed, eventualmente, chiamare in causa Gianfranco Fini. Allo stesso modo è giusto che i giornalisti, se non si ritengono soddisfatti della lunga nota del Presidente della Camera e possono smentirla anche solo in una virgola, vadano avanti nella loro battaglia per la trasparenza. Detto questo, non possiamo passare sotto silenzio l’ennesimo atto di squadrismo messo in piedi dal regime berlusconiano.

Oggi tocca a Fini, svariate volte nel passato più o meno recente è stata la volta di Di Pietro, ad ottobre c’era il giudice Mesiano, tra fine agosto e i primi di settembre – subito dopo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e quello di Repubblica Ezio Mauro – è stato di nuovo Fini: stiamo parlando delle campagne stampa messe in piedi dagli house organs controllati tutti più o meno indirettamente dal Cavaliere. Delle campagne giornalistiche che un marziano che non sapesse nulla dell’Italia IN TEORIA potrebbe trovare giustissime (a parte il servizietto gentilmente riservato a Mesiano, di gusto semplicemente mafioso-piduista, come abbiamo già avuto modo di scrivere) in quanto – sempre IN TEORIA – volte a chiedere spiegazioni a personaggi pubblici per garantirne la trasparenza, nessuna IN PRATICA si è mai svincolata dai desiderata dell’«utilizzatore finale», sempre lui, Silvio Berlusconi.
 
Tutte infatti sono nate da una sua necessità, decisamente poco democratica: manganellare l’avversario di turno. Di Pietro con la sua ferma opposizione al regime arriva a raddoppiare i voti? Eccoti gli scoop (sempre quelli, periodici, ad orologeria) sui suoi affari immobiliari di Libero e Il Giornale e, con il concorso esterno del sempre più ottimo (scusate la grammatica) Corriere della Sera, la foto con Contrada; Mesiano condanna la Fininvest a versare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori? Tranquilli, basta far vedere a Mattino5 i suoi calzini turchesi facendolo passare per un pazzo e il gioco è fatto; Boffo dal suo giornale critica sommessamente il premier puttaniere ma allo stesso tempo difensore dei valori cattolici? Feltri estrae dal cilindro una vecchia storiaccia di molestie telefoniche, additandolo come un omosessuale, portandolo alle dimissioni. Repubblica martella Berlusconi con le domande sbagliate, quelle su Noemi? Ancora Feltri svela che il suo direttore ha pagato una casa in nero.
 
Ora tocca a Fini, già nel mirino del  randellatore ufficiale Feltri (il 14 settembre, dopo le sue uscite per smarcarsi dal Pdl, il direttore del quotidiano di via Negri se ne esce con un avvertimento di stampo dellutriano: «Delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme»).
 
Dopo la rottura ufficiale e la creazione di Futuro e Libertà, ecco l’inchiesta giornalistica sulla casa monegasca di An, passata al fratello della seconda moglie di Fini. Il pressing congiunto di Libero e Il Giornale ha portato all’apertura di un fascicolo da parte della procura di Roma, per ora contro ignoti. Ribadiamo: la questione va certamente chiarita ed è giusto che i cronisti pongano le domande ai politici. Però non si può far passare per giornalismo questo manganellamento sistematico, soprattutto se l’«utilizzatore finale» diretto di queste campagne – sì, sempre lui – rappresenta tutto, tranne la trasparenza. Scendendo nello specifico, parlando del caso odierno, è più grave che una casa ereditata da un partito finisca dopo svariati passaggi al cognato di quello che all’epoca era il leader del movimento politico o che un imprenditore rampante per acquistare la sua futura favolosa dimora si avvalga del pro-tutore della legittima proprietaria della villa per turlupinarla? È il momento di una favola.
 
C’era una volta, nel 1974, un rampante imprenditore che aveva messo gli occhi su villa San Martino di Arcore, valutata all’epoca 1.700 milioni di lire. Il giovane, allora naturalmente cappelluto, riuscì ad acquistarla per 250 milioni. L’incantesimo fu possibile grazie al sempre apposito Cesare Previti – quello che successivamente, entrato ufficialmente alle dipendenze dell’ormai semplice prenditore, si comprò coi suoi soldi il giudice Metta nel sopra citato lodo Mondadori –, allora protutore della proprietaria, la marchesina Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. Il pagamento, fissato sui 500 milioni, non avvenuto in contanti bensì in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borsa, venne dilazionato nel tempo. Ecco che allora la marchesina, ormai maggiorenne e trasferitasi in Brasile, quando tentò di monetizzare le azioni, fu costretta a cedere alla generosissima offerta del futuro Cavaliere: «Te le ricompro io, ma alla metà del loro prezzo».
 
Ecco, quando i vari Feltri, Belpietro, Fede, Giordano e Brachino troveranno il tempo per raccontare questa bella favola mettendo sulla graticola il Cavaliere nero con le loro martellanti domande, allora risulteranno più credibili anche con le altre inchieste. Fino a quel momento, resteranno solo dei giornalisti indipendenti. Da se stessi.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
3 gennaio 2010
Dagli a Tonino

Dal lancio della statuetta da parte di Tartaglia si è diffuso in Italia un nuovo gioco di società, il “dagli a Tonino”. Le regole sono semplici: contestare qualsiasi affermazione dei componenti dell’Idv, in particolare del suo leader, spesso ricorrendo a immagini forti. L’obiettivo è chiaro: isolare questo partito nel panorama politico fino a farlo cancellare dalla scena distruggendone l’immagine agli occhi dell’opinione pubblica.

Come si possono spiegare altrimenti le continue uscite dei berluscones? Per quale motivo ogni giorno Capezzone è costretto a diramare una nota che invita il Pd a sciogliere l’alleanza con i dipietristi? Perché il piduista Cicchitto e il sempre moderato Gasparri (2 dei magnifici 4 assieme a Quagliariello e Bocchino) non ci fanno mai mancare una dichiarazione quotidiana sul progetto eversivo dell’Idv? Amore più o meno spirituale a parte, come mai il sommo poeta Sandro Bondi interviene sempre in prima persona ad ogni attacco dipietrista al Cavaliere?
 
È dall’inizio di questa legislatura che si va avanti così: a piazza Navona l’8 luglio 2008 durante il No Cav Day organizzato da Micromega vengono attaccati da Sabina Guzzanti (giustamente a nostro avviso) il Papa e la Carfagna? Colpa di Di Pietro e del suo partito, che è solo uno dei partecipanti; a piazza Farnese per la manifestazione convocata dall’associazione nazionale familiari vittime di mafia Di Pietro critica alcuni silenzi di Napolitano e le sue firme facili? Il Minculpop falsa tutto e dice che la paternità della manifestazione è dell’Idv e che Di Pietro ha dato del mafioso al Presidente della Repubblica; l’aggressione del/col Duomo di Milano è stata opera di uno psicolabile? Sì, ma è stato armato dall’odio di Di Pietro e compagnia cantante.
 
Oggi l’ennesimo capitolo: nel suo blog il leader dell’Idv scrive in un ben più articolato post che «le dichiarazioni del Capo dello Stato» sulle riforme da fare sono «forse incaute visti gli interlocutori» e che «il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha messo “il vento in poppa alla barca dei pirati” che utilizzerà strumentalmente le dichiarazioni di chi rappresenta le istituzioni per distruggere e mortificare le stesse»? Inutile riportare le dichiarazioni di Cicchitto, Bonaiuti e Bondi (per quella di Capezzone c’è la nostra rubrica), sono facilmente riassumibili con il solito «Di Pietro attacca il Quirinale» condito dalle consuete considerazioni sull’eversività e il nucleo d’odio del partito che fa capo all’ex magistrato e dalla solita richiesta di strappo da parte del Pd.
 
Già il Pd. Lo stesso partito che, salvo pochi esponenti, ha preso le distanze da tutte le manifestazioni cui ha partecipato l’Idv – piazza Navona, piazza Farnese, No B. Day – e da tutti i presunti attacchi di Di Pietro. Lo stesso partito di Enrico Letta – il nipote di Gianni, braccio destro di Berlusconi assieme a Dell’Utri –, quello del «Berlusconi deve difendersi nei e dai processi» che oggi ha colto l’invito degli llustri rappresentanti del partito dell’amore con la seguente nota: «Con questa continua rincorsa Di Pietro e De Magistris [ieri ha proposto un suo lodo: Berlusconi fuori dall’Italia in cambio dell’impunità, nda] portano il centrosinistra nell’abisso e sono i migliori alleati di Berlusconi. Noi continuiamo sulla nostra linea di sostegno e difesa del capo dello Stato e della sua posizione a favore delle riforme e dell’interesse nazionale».
 
E che diamine! Noi del Pd lo difendiamo sempre il capo dello Stato, anche se firma leggi incostituzionali come il lodo Alfano; noi non lo critichiamo mai, soprattutto se interviene a gamba tesa nella cosiddetta “guerra tra procure” per silenziarne lo scandalo; noi siamo sempre lì pronti a spegnere gli incendi che scatena il berlusconismo con le varie dichiarazioni più o meno autoritarie e ci guardiamo bene dall’evidenziare le tendenze reazionarie della maggioranza.
 
Loro infatti non sono all’opposizione, sono lì con il piduista amico di mafiosi e corruttore di giudici, politici e testimoni per fare le riforme costituzionali, quelle che per non incorrere nei pericolosi referendum devono ottenere i 2/3 dei voti di Camera e Senato, ovvero il 66%. E qui sorge il nostro dubbio: Di Pietro conta su 24 deputati su 630 e su 12 senatori su 322,  cioè rispettivamente sul 4,6% della Camera e sul 3,7% del Senato. Perché allora bisogna continuare a massacrarlo rinfacciandogli il fatto di non voler fare le riforme? Quelle si possono fare tranquillamente senza i dipietristi. Eppure, soprattutto dopo l’aggressione a Berlusconi, prosegue lo stillicidio di dichiarazioni contro questo partito, anche dai cosiddetti alleati, gli stessi che non hanno nulla da dire sull’ormai prossima beatificazione di Craxi. Cosa c’è sotto? Lo possiamo sapere?
 
Con questo articolo non vogliamo minimamente dire che l’ex pm ha sempre ragione e difenderlo. Lungi da noi: Di Pietro lo abbiamo più volte criticato, soprattutto per il suo linguaggio tuttaltro che tranquillo. Però oggi, con la frase di Enrico Letta, abbiamo avuto conferma di una cosa: da una parte c’è che fa opposizione, dall’altra chi vuol fare delle riforme con gente poco raccomandabile.
 
AB

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POLITICA
24 dicembre 2009
Al diavolo il dialogo/2

Non vorremmo turbare questo bel clima che si è creato dopo l’aggressione al premier, clima nel quale è tornata prepotentemente alla ribalta la parola «dialogo», però è il caso di invitare alla riflessione chi legge questo blog. Per quale assurdo motivo dopo il souvenir tirato in faccia a Berlusconi l’opposizione dovrebbe cambiare idea sull’atteggiamento da tenere nei confronti di questo governo?

Che cosa è cambiato nell’esecutivo e nella maggioranza dopo il lancio della statuetta? Nulla: il 15 dicembre Fabrizio Cicchitto ha pronunciato alla camera un discorso «incendiario» – per usare le parole di Fini – col quale ha additato il gruppo Repubblica-Espresso, Santoro, Travaglio, alcune toghe, Di Pietro e il settore giustizialista del Pd (che non ha voluto o potuto indicare meglio) come mandanti morali dell’attentato al suo capo; nello stesso giorno, tanto per favorire il confronto, il governo ha posto la fiducia sulla finanziaria composta da un articolo di 250 commi, raggiungendo così le 27 fiducie del governo precedente, ma in meno tempo (19 mesi vs 21) e con una maggioranza incomparabile con quella che sosteneva Prodi, praticamente inesistente; dopo la puntata di Annozero di giovedì si è scatenata la solita gazzarra che il centrodestra riserva alla trasmissione di Santoro; 2 giorni fa Gasparri ha dato del terrorista all’esponente dell’Idv Pancho Pardi («Pardi è una persona pericolosa per la democrazia, è come le Brigate rosse, solo Curcio parlava così. La violenza è alimentata anche da chi, come Pardi, usa un linguaggio terroristico che poi pazzi di turno trasformano in oggetti lanciati. Quindi gente come Pardi è incompatibile con la democrazia»), reo di aver detto che l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale e che – secondo lui – il vero responsabile del clima d’odio è Berlusconi stesso.
 
Insomma, a destra non è cambiato assolutamente nulla: è solo partito questo invito al dialogo. Invito che, non si sa bene perché, l’opposizione sembra pronta ad accogliere. E sì che la proposta di un Cln antiberlusconiano di Casini ha preceduto l’aggressione al premier solo di 2 giorni; e sì che le adesioni del Pd a questa proposta erano state immediate. Eppure, con l’atto di Tartaglia, tutti questi propositi delle minoranze sono andati a farsi friggere . L’unico che è rimasto coerente con quanto ha pronunciato fino a 5 minuti prima dell’attacco a Berlusconi è Di Pietro, che infatti è stato escluso (e si è orgogliosamente autoescluso) dal tavolo del dialogo.
 
Tutto quello che è stato scritto finora è un semplice resoconto di quanto avvenuto dal dopo comizio di Berlusconi ad oggi. L’unica novità rispetto ai giorni antecedenti il lancio di Tartaglia è questo clima di dialogo. Ribadiamo la domanda: per quale motivo l’opposizione deve trattare con Berlusconi? Perché bisogna scendere a patti con un premier e con una maggioranza che fino a pochi giorni prima dell’aggressione attaccavano senza soluzione di continuità chi non li assecondava (si trattasse della Consulta, del Presidente della Repubblica o della stampa poco importava), cosa che continuano a fare anche in questi giorni? È con questi interlocutori dalle evidenti tendenze reazionarie che si deve pensare di cambiare la Costituzione?
 
AB

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POLITICA
9 ottobre 2009
Silenzi di Stato/2

Anche oggi si è confermato l’assioma secondo il quale più una notizia rischia di mettere in crisi il rapporto tra politici ed elettori più la si deve nascondere. Al tg1 di stasera infatti non si è minimamente accennato agli scoop di Annozero sulla trattiva Stato-mafia e sulla strage di via D’Amelio dove ha perso la vita Paolo Borsellino.

Nessun servizio sul fatto che Borsellino fosse venuto a sapere del tentativo di venire a patti con Cosa Nostra da parte di pezzi importanti dello Stato; nessun resoconto sul fatto che i Ros, a pochi giorni dal fatidico 19 luglio 1992, sapevano che Di Pietro e Borsellino erano nel mirino della mafia; nessun accenno sul fatto che l’allora pm di Mani Pulite sia stato fatto andare all’estero con un passaporto falso mentre Borsellino se n’è dovuto rimanere in Italia senza alcuna precauzione per salvargli la vita, come ad esempio un divieto di posteggiare machhine di fronte alla casa della madre.
 
Nulla di nulla nel primo tg italiano, che non riporta le dichiarazioni rilasciate ad Annozero dall’ex guardasigilli Claudio Martelli, colui che ha confermato l’esistenza della trattativa portata avanti dai Ros subito dopo la morte di Falcone e che ha fatto capire come Borsellino ne fosse stato avvertito, lasicando così intendere come la morte del giudice sia stata dovuta probabilmente alla sua opposizione agli accordi con Cosa Nostra.
 
Nulla di nulla di tutto ciò nel tg del Minzo. La mafia, nell’edizione di ieri, è entrata solo per le vicende del comune di Fondi, con un linguaggio però incomprensibile: non è stato spiegato che Maroni avrebbe voluto sciogliere il comune per infiltrazioni mafiose, che ora ha fatto marcia indietro facendosi abbindolare dalle dimissioni della giunta del comune, dando il via libera a nuove elezioni a marzo senza precludere così le candidature dei dimissionari implicati nella brutta storia degli intrecci tra mafia e politica. La storia cioè da passare sottosilenzio.
 
AB

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POLITICA
3 ottobre 2009
I desaparecidos, gli infantili, l’abdicante suadente, il Minzo e i corruttori

Giornata importante quella di oggi, dati gli avvenimenti. Stamattina volevamo commentare i diversi comportamenti dell’opposizione in merito al voto di fiducia sullo scudo fiscale, mettendo in risalto quelli del Pd (Partito dei desaparecidos) e dell’Udc (che, con Casini, ha bollato come «infantilismo» il dare del mafioso ad un amico e frequentatore di mafiosi, dall’alto della posizione processuale del suo senatore Totò Cuffaro).

Poi però ci siamo letti l’intervista a Repubblica di D’Alema con la quale l’ex presidente del Consiglio ha aperto all’Udc per la tanto agognata «vocazione maggioritaria» del Pd («nel 90% dei casi l’Udc e noi, in Parlamento, votiamo allo stesso modo»). Ci era allora venuto in mente di collegare questa convergenza con le assenze di ieri, commentando magari la faccia di bronzo di un partito che è arrivato a dire che, con 11 malati su 22 assenti, i deputati ingiustificati non sono stati comunque «determinanti ai fini del voto» sullo scudo.
 
Già decisi a scrivere l’articolo, ci siamo però imbattuti nelle dichiarazioni di Napolitano, che a Potenza ha risposto così a chi lo implorava di non approvare lo scudo fiscale: «Nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se io non firmo oggi, il Parlamento rivota un’altra volta la stessa legge e allora io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite "non firmare", non significa niente». A questo punto volevamo ricordare a Napolitano che, se ci si dovesse basare sul suo ragionamento, tanto varrebbe eliminare le opposizioni: se c’è una maggioranza, è ovvio che le leggi prima o poi passeranno, dunque è inutile perdere tempo.
 
Poi è arrivata la presa di posizione di Di Pietro su questa frase: il leader Idv ha parlato di «atto di viltà e di abdicazione» di Napolitano. In effetti l’inquilino del Quirinale non si è limitato a ribadire quello che ha affermato ieri, cioè che avrebbe promulgato lo scudo non intravedendo profili di incostituzionalità: il presidente della Repubblica oggi ha infatti detto che lo controfirmerà perché, anche se lo bocciasse, lo dovrebbe approvare alla seconda votazione del Parlamento. Se non è un’abdicazione questa...
 
Sorvolando sui pompieri bipartisan che non accettano le critiche alla più alta carica dello Stato (manco fosse un re), volevamo congiungere la frase di Napolitano e la reazione di Di Pietro con quanto letto oggi su Il Giornale, che ha parlato di un «attivismo del Quirinale, da giorni impegnato in una sotterranea e informale moral suasion sulla Consulta affinché tenga ben presente le conseguenze politiche delle sue decisioni», chiedendoci cosa mai stia facendo per salvare ancora una volta Berlusconi il sempre meno garante della Costituzione.
 
Questa definizione per Napolitano ci è saltata alla mente guardando il video postato nel blog di Beppe Grillo sull’invito di alcune persone di Altamura rivolto al Presidente: i pericolosissimi sovversivi erano armati di uno striscione con sovrascritto «non firmare lo scudo criminale» e, quindi, sono stati immediatamente avvicinati da carabinieri in borghese che, senza identificarsi, hanno loro contestato il reato di manifestazione non autorizzata, in barba all’articolo 21 della Costituzione.
 
Stasera però al tg1 abbiamo assistito ad un’altro fatto che ci ha fatto cambiare l’articolo: Minzolini ha preso la parola in prima persona e, come nell’altro suo editoriale del 22 giugno, ha attaccato i suoi colleghi difendendo il suo datore di lavoro, Berlusconi: «Lo dico senza spirito polemico, ma la manifestazione di oggi per la libertà di stampa per me è incomprensibile. Manifestare è sempre legittimo e salutare per la democrazia. Ma in un Paese dove negli ultimi tre mesi sono finiti nel tritacarne mediatico Berlusconi, la figura dell’avvocato Agnelli, l’ingegner De Benedetti, l’ex direttore di Avvenire, il direttore di Repubblica e tanti altri, denunciare che la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo. Il rischio è un altro: l’informazione è diventata il teatro di uno scontro di poteri. La manifestazione di oggi è un episodio di questo scontro, perché fotografa una disparità: è stata convocata contro la decisione del premier di querelare due giornali, la Repubblica e l’Unità. Si contestano due sole querele e non quelle che colpiscono altri giornali, magari di diverso orientamento. Negli ultimi 10 anni ci sono state in media 430 querele di politici contro i giornali:  il 68% presentate da esponenti di centrosinistra. Mi chiedo: è possibile che la libertà di stampa sia stata messa in pericolo solo dalle due querele di Berlusconi? Vediamo che succede all’estero: nel 2004 Tony Blair, dopo un lungo braccio di ferro che arrivò quasi in tribunale, costrinse alle dimissioni i vertici della Bbc che lo accusava di aver falsificato i dossier sulla guerra in Iraq. Non si può pensare che i giornali abbiano sempre ragione. La difesa corporativa non fa bene all’autorevolezza dei media, specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell’informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità, che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico».
 
Un editoriale di questa portata verrà analizzato in un altro articolo per mancanza di spazio. Ci limitiamo a dire al maestro di giornalismo Augusto Minzolini, soprannominato «Minzo» da Berlusconi, che nel suo tg di oggi si è dimenticato una notizia importante, quella con cui chiudiamo questo articolo: Fininvest è stata condannata a risarcire la società di De Benedetti per 750 milioni di euro per la sentenza sulla Mondadori comprata dall’apposito Previti con i soldi del gruppo di Berlusconi tramite la corruzione del giudice Metta. Una robetta da poco insomma, come gli altri fatti di oggi.
 
AB

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POLITICA
28 settembre 2009
E' tornato Cicchitto

Stasera ci concentriamo sulle dichiarazioni di quel pover’uomo di Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl.

In merito all’attacco di Di Pietro contro lo scudo fiscale, definito dal leader dell’Idv un’«operazione di alto riciclaggio portata avanti da una sofisticata banda di criminali», si è pronunciato così: «Oramai è del tutto evidente che Di Pietro punta tutto a uno sbocco eversivo, ricollegandosi del resto a quello che ha fatto dagli anni ‘90 in poi. Il problema serio è costituito dal fatto che il Pd gli va dietro come i bambini che seguivano il pifferaio di Hamelin». Sorvolando sull’irresistibile battuta sul pifferaio di Hamelin che di per sé dovrebbe qualificare questo uomo pubblico, ci soffermiamo su due fatti che, in quanto tali, spazzano via le parole in libertà dell’onorevole.
 
Il primo è il riferimento ad una Mani Pulite eversiva: non sta in piedi, come hanno dimostrato le relazioni degli ispettori mandati dal primo governo Berlusconi («Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri») e dal governo Dini (che parlano di «estrema correttezza dell’azione dei magistrati») e l’assoluzione di Borrelli dall’accusa di attentato alla Costituzione mossagli dall’allora ministro Giuliano Ferrara.
 
Il secondo è il passato del deputato: come abbiamo già ricordato, se c’è uno in Italia (oltre a Berlusconi ovviamente) che dovrebbe evitare di attribuire azioni sovversive ad altri è proprio Cicchitto, già tessera 2232 della P2, «un’associazione a delinquere» secondo Pertini e un movimento «eversivo» secondo la commissione parlamentare Anselmi che si occupò dello scandalo.
 
Cicchitto però, non conoscendo il significato del termine "vergogna" (esattamente come tutti i suoi amichetti), ha dato ancora aria alla bocca: «Berlusconi, nella parte polemica del suo discorso [tenuto ieri alla Festa della Libertà, nda], si riferiva chiaramente alla sinistra estrema e non a quella che svolge l’opposizione parlamentare. È singolare però che nessuno degli esponenti della sinistra parlamentare ha detto una parola quando Di Pietro ha affermato che Berlusconi doveva fare la fine di Saddam Hussein, così come abbiamo ascoltato solo qualche timido distinguo quando Di Pietro e i suoi camerati hanno attaccato in modo arrogante e inaccettabile il Presidente della Repubblica. Infine la sinistra parlamentare sta raccontando la falsità secondo la quale in Italia ci sarebbe un regime: ma di quale regime parliamo, quando i principali giornali sono come minimo del tutto autonomi dal governo e per quel che riguarda la televisione oltre all’incredibile Annozero esistono almeno altri otto talk show guidati da oppositori del governo. Gli esponenti della sinistra non possono dare alcuna lezione e se c’è un regime, casomai, è il loro».
 
Punto primo: Berlusconi non ha specificato a quale opposizione si riferisse parlando di esponenti che esultano per la morte dei parà a Kabul, nonostante sia noto per il bollare chiunque lo critichi come «comunista!». Anche in questo caso evidentemente è tornato a fare il Fra’ Inteso...
 
Punto secondo: Di Pietro non ha detto che Berlusconi deve fare la fine di Saddam Hussein, ha soltanto previsto una sua caduta molto simile a quella del dittatore iracheno («Oggi di fronte all’implosione del berlusconismo, all’immagine di Berlusconi che cade con il dito alzato, un po’ come faceva – ve lo ricordate? – Saddam Hussein e il suo portavoce, parlavano che andava tutto bene quando tutto stava crollando. Lo annusiamo nell’aria, è il momento della transizione»). Le due cose sono ben diverse, per chi capisce l’italiano ovviamente.
 
Punto terzo: Cicchitto continua a confondere il potere dei giornali, letti da pochissimi milioni di italiani, con quello della tv che raggiunge tutti i cittadini. Non è una differenza da poco. Quanto al regime di sinistra, lo invitiamo a elencare gli otto talk show avversi e, se li trova, a confrontare il loro tempo di messa in onda coi vari Porta a Porta, tg1, tg2, tg4, tg5, Studio Aperto e Matrix, oltre ai vari interventi televisivi di Belpietro e compagnia cantante. Anzi, adulante. Esattamente come il povero incappucciato che, già che c’è, se siamo in un regime informativo comunista, dovrebbe anche spiegarci come mai la frase del suo Venerabile Maestro («il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media») sia disattesa da oltre 15 anni.
 
AB

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POLITICA
25 settembre 2009
Con Tonino

Si alza il livello dello scontro politico. Dopo «la sinistra per male che deve andare a morire ammazzata» di Brunetta, oggi tocca a Di Pietro che, in merito all’approvazione al Senato dello scudo fiscale, ha parlato di «Parlamento mafioso». «Lo scudo – ha detto il leader dell’Idv – garantisce a un gruppo di criminali, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali, di farla franca. Ancora una volta il nostro Paese è in mano a un gruppo di persone massone, piduiste, criminali e mafiose che fanno gli interessi propri ai danni del paese». Da qui la definizione di «provvedimento criminale di un Parlamento mafioso».

Immediata la reazione dei presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, che hanno diramato la seguente nota congiunta: «Le scelte del Parlamento, indipendentemente dal giudizio di merito che ciascuno ne può dare, costituiscono in ogni caso espressione della sovranità popolare e come tali debbono essere considerate e rispettate. Definirlo "mafioso" è del tutto inaccettabile, in quanto falso e offensivo verso tutti i suoi componenti, e gravemente lesivo delle nostre Istituzioni rappresentative e del loro prestigio».
 
Di Pietro ha subito risposto: «Come al solito la casta degli intoccabili fa quadrato quando viene presa con le mani nel sacco. Infatti, invece di interrogarsi sugli effetti devastanti di certi provvedimenti che intaccano la credibilità delle istituzioni e delle conseguenze che comporta lo scudo fiscale, che è una legge che favorisce i criminali, se la prende con chi denuncia questi comportamenti». Ritenendo che sia giunto il momento di prendere posizione in maniera seria, ci schieriamo con Tonino che – sempre se le parole hanno un senso – non ha attaccato l’intero Parlamento, ma solo quella parte che ha votato il provvedimento, la solita nota.
 
Chi chiede solo il 5% di quello che è stato rubato, defraudato, razziato e saccheggiato allo Stato, cioè a tutti i cittadini onesti, o è stupido o ha qualche finalità. Escludendo l’ingenuità di questi professionisti del crimine e non facendoci fregare dalla scusa ufficiale («fare cassa per fronteggiare la crisi»), l’obiettivo può essere uno solo, favorire qualcuno: magari quei personaggi ostili alle nuove norme antimafia come l’inasprimento del 41-bis, quelli che hanno battuto un colpo lo scorso luglio, minacciando il solito partito del Sud e ottenendo 4 miliardi dal solerte premier, già solito versare il pizzo a questi signori (si veda l’intercettazione telefonica con Dell’Utri).
 
Chi si può avvalere di uno scudo fiscale? Gli operai? Gli impiegati? O le grandi aziende con conti nei paradisi fiscali e i mafiosi pronti a riciclare il loro denaro lercio di sangue, magari ottenuto con il bene placito dei soliti colletti bianchi? Noi stiamo con Tonino: lo scudo fiscale è un provvedimento criminale di un parlamento mafioso, un parlamento che, a differenza di quanto sostengono i due presidenti, non rappresenta la sovranità popolare e che non può venir leso nel suo prestigio: i suoi componenti infatti non sono scelti dal popolo e inoltre insozzano le sue poltrone con le loro svariate condanne, applaudendo il prescritto divo Giulio. Del resto è inutile stare qui a ricordare chi siano i due personaggi che millantano un prestigio da difendere: uno è una pecora, l’altro, beh, lasciamo perdere.
 
Anzi no, diciamo pure chi è l’altro. È quello che oggi ha detto: «Si è fatto tanto per combattere la mafia e si continua a combatterla per sconfiggerla con leggi sempre più rigorose e con la cattura di latitanti sempre più pericolosi. Credo che siamo a buon punto per debellare questo cancro che affligge la nostra terra».
 
Caro Schifani, quando la finirai di prenderci per il culo? Quando smetterai di mentire sapendo di mentire? Quando la finirai di far finta di credere alla storia della mafia fatta solo da contadinotti sanguinari e qualche latitante? Quando ci dirai finalmente la verità, ovvero che fino a quando la mafia resterà in politica tramite i suoi pezzi da novanta la battaglia contro questo cancro non darà mai risultati? Già, tu non puoi farlo: non hai la coscienza pulita, tant’è che chiedi che i magistrati non si occupino più delle stragi, straparli di teoremi, non dai spiegazioni sul tuo passato con Nino Mandalà e sul tuo procuratore di voti Mercadante e denunci chi te lo ricorda dall’alto del tuo lodo Alfano.
 
L’Italia sta sconfiggendo il cancro: bella favola. Basta pensare alla requisitoria di Dell’Utri e alla marcia delle agende rosse in programma domani, ovviamente entrambe silenziate dai media; basta pensare ai tentativi politici bipartisan d’insabbiare le indagini sulle stragi. Basta pensare per capire che siamo in mano ad un Parlamento in mano alla mafia.
 
AB

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POLITICA
19 agosto 2009
La verità vi fa male...

Per valutare l’attendibilità di alcune parole, per capire cioè se descrivono o meno la verità, basta vedere quale spazio queste trovano nei telegiornali nostrani. Si sa, la verità fa sempre male, dunque è da censurare, nascondere, celare, offuscare. Soprattutto in Italia, è sempre stato così. Andreotti è stato assolto, il doppio Stato non esiste, la mafia ormai è sconfitta: tutte balle, create ad arte per nascondere la verità e mantenute in vita tramite il silenzio dell’informazione seria, ormai ridotta a pochi esponenti, ovviamente invisi al potere, di qualunque colore esso sia. L’ennesima riprova di questo fatto è cosa di poche ore fa: durante il tg1 non è andato in onda nessun servizio sull’attacco di Di Pietro a Berlusconi. Il leader dell’Idv dal suo blog ha definito il governo Berlusconi – come già due giorni fa – «il governo del favoreggiamento alla mafia». Ecco il post dal suo blog:

«Il presidente del Consiglio sputa nel piatto dove mangia e dichiara che "vorrebbe passare alla storia come uomo che ha sconfitto la mafia". Ma questo, oltre ad essere un chiaro e singolare conflitto di interessi, è anche una presa per i fondelli degli italiani e dei veri eroi della lotta alla mafia, uomini del calibro di Falcone e Borsellino.
Come intende sconfiggere la mafia Silvio Berlusconi allevandola in casa? Prendendone il controllo dall’interno? Invitando alle sue solite cene private i vari Provenzano, Riina, De Stefano? I padrini di Cosa Nostra non li può comprare a buon prezzo come Bossi o Fini, se ci stringi un patto (di sangue) viene stralciata la clausola di risoluzione del contratto!
E poi, con quali voti pensa di fare la differenza politicamente nel Paese, il Cavalier nostrano, se non con quella dei sodali malavitosi?
Non è per caso lui che ha ospitato un assassino di Cosa Nostra in casa propria sotto le mentite spoglie di uno stalliere?
Non è per caso il suo partito un ottimo vivaio - nel presente Dell’Utri e, nel passato, Cuffaro - per uomini con forti relazioni con la criminalità organizzata?
Non è per caso proprio lui ad aver favorito con le leggi gli affari e l’incolumità dei criminali, attraverso la depenalizzazione dei reati finanziari, la contrazione dei tempi di prescrizione, l’eliminazione delle intercettazioni, il condono fiscale?
Non è per caso proprio il CDM da lui presieduto che ha deciso di non sciogliere il comune di Fondi per infiltrazioni della ‘Ndrangheta, dopo 17 arresti e più di 500 cartelle di atti giudiziari testimonianza della collusione tra la giunta Pdl e criminali organizzati?
Non è per caso lui che trattò, come ci dice la sentenza di primo grado che ha condannato a nove anni Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, con i padrini delle cosche accordi e favori economici per le sue aziende, oltre la nascita di Forza Italia?
Presidente del Consiglio, come ho scritto appena due giorni fa, il suo è il governo del “favoreggiamento alla mafia” e passerà alla storia per aver rafforzato economicamente e fatto penetrare fin nei più alti ranghi delle istituzioni il flagello della criminalità organizzata.
Riporto per non dimenticare uno stralcio della sentenza che riguarda Marcello Dell’Utri e che non leggerete mai sui giornali (leggi il testo integrale). Stampatelo e diffondetelo tra i vostri amici e conoscenti perché la menzogna si combatte con l’informazione.
"Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale"».
 
Con delle simili accuse, ci aspetteremmo almeno un servizio nel tg più seguito d’Italia: il presidente del consiglio italiano è stato incolpato di aver intrattenuto e di intrattenere tuttora rapporti con la mafia. Ricordate quando, secondo i benpensanti nostrani, Di Pietro diede del mafioso a Napolitano? Era il 28 gennaio scorso e il tg1 apriva la sua edizione serale proprio con le parole di Di Pietro, reo di aver attaccato il presidente della Repubblica dandogli del mafioso. Allora si trattava di una balla creata ad arte, oggi no: l’ex pm ha effettivamente accusato il Canagliere di essere un sodale della mafia. Eppure, se all’epoca era stato sollevato un polverone, oggi non è stata detta neanche una parola al riguardo. Stiamo parlando sempre di una delle 4 più alte cariche dello Stato, ma la differenza di trattamento è enorme. Come mai?
 
Non è che qualcuno abbia ritenuto di non dover divulgare queste accuse, magari perché ben precise e non vaghe? Non è che qualche genio abbia pensato che il riportare la notizia avrebbe voluto dire aprire un serio dibattito sul premier, vista la precisione delle affermazioni? È strano anche il fatto che non ci siano state particolari reazioni da parte dei berluscones: gli unici a parlare sono stati Bonaiuti («Il moralismo d’accatto di Di Pietro è insopportabile, offensivo e degradante per l’intero sistema politico») e Capezzone («Antonio Di Pietro è tornato dalle vacanze e ha ripreso a insultare Berlusconi – e non solo – come prima e più di prima, stavolta straparlando di mafia e criminalità. Ma non c’è da preoccuparsi: le uniche cose messe davvero in pericolo dall’ex pm sono le regole della grammatica e della sintassi, che si ritrovano di fronte un temibile nemico»), tenendosi ovviamente ben lontani dallo smontare una per una le accuse mosse da Di Pietro, come sempre.
 
Non vorremmo che avesse ragione il leader dell’Idv, sia nei confronti del Canagliere che nei confronti del silenzio: Di Pietro – ricordiamocelo – il 28 gennaio fu accusato di vilipendio nei confronti di Napolitano per aver detto che «il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso».
 
AB

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POLITICA
20 luglio 2009
Lezioni sulla Costituzione e «rotear di scimitarre»

In attesa di poter commentare un servizio del tg1 che magari riporti le registrazioni della D’Addario, messe in rete dall’Espresso, tanto per poter vedere quali nuovi traguardi può raggiungere il servilismo dei giornalisti e dei deputati del Pdl (Rotondi oggi ad esempio ha parlato di «violazione di ogni etica nella comunicazione che fa capire quanto alta è l’intimidazione sul governo e quanto sereno e pulito è il servizio di Berlusconi alla guida del Paese»), ci concentriamo ancora su Napolitano.

Il garante della costituzione oggi si è messo a dare lezioni sulla carta fondamentale con un messaggio neanche tanto velato a Di Pietro. Durante il suo discorso alla cerimonia del ventaglio ha detto: «Presto attenzione a tutte le osservazioni e le riserve, anche a quelle espresse in modo più sommario e perfino aggressivo. Da tutte trarrò beneficio per l’ulteriore svolgimento del mio mandato: che consiste nel rispettare la Costituzione, nel contribuire a farla vivere, nel richiamare i suoi valori, i suoi principi e le sue regole. A qualche fiero guerriero sembra che io lo faccia con la piuma d’oca: sempre meglio, si potrebbe dire, che un vano rotear di scimitarra. Chi poi invoca, polemicamente e di continuo, poteri e perfino doveri d’intervento che non ho, mostra di aver compreso poco della Costituzione e della forma di governo, non presidenziale, che essa ha fondato».
 
Data la risposta evidentemente piccata del Presidente – quasi un «rotear di scimitarra» per usare le sue parole –, ricordandogli che la promulgazione con riserva non è prevista dalla Costituzione, ci chiediamo da dove gli vengano questi attributi: di fronte ad attacchi ben peggiori se n’è sempre stato zitto, con Di Pietro invece la risposta è sempre stata subito pronta. Basti considerare, oltre alla sortita odierna, la nota del Quirinale per la manifestazione di Piazza Farnese del 28 gennaio («Nota a proposito di pretestuose espressioni offensive dell’on. Di Pietro») totalmente sbugiardata dall’archiviazione della posizione del leader dell’Idv per il reato di vilipendio: una polemica, quella sì, pretestuosa. Soprattutto se la si confronta col silenzio di tomba che è seguito all’epilogo della vicenda Englaro.
 
Per chi non lo ricordasse, Gasparri arrivò a dire che «in questa vicenda peseranno le firme messe e non messe», mentre il moderato Quagliariello urlò un pacato «assassini» in Parlamento. Berlusconi, vista la novità delle missive presidenziali spedite nel bel mezzo del consiglio dei ministri intento a scrivere il decreto legge, si disse pronto a tornare dal popolo per riaffermare la priorità del governo rispetto a quella del Presidente della Repubblica, paventando quasi l’impeachment per Napolitano.
 
Altri tempi evidentemente: ora tra governo e Quirinale regna la concordia e guai a chi prova a seminare zizzania. Come si può spiegare altrimenti l’invito ad una tregua dei giorni scorsi? A proposito, Napolitano, in quale articolo della Costituzione sta scritto che «il Presidente può silenziare stampa e opposizione»?
 
P.S: leggetevi «Papi» di Gomez, Lillo e Travaglio. È la risposta migliore a chi sostiene che le veline, Noemi, i voli di Stato e la D’Addario (della quale speriamo di poter parlare domani) siano solo gossip.
 
AB

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POLITICA
6 luglio 2009
Quo vadis, Little Franks?

Cos’hanno in comune Franceschini e Bondezzone, la fusione di Boy George/Arturo della pubblicità Grand Soleil con l’uomo dal movimento delle sopracciglia bionico? Nulla, si spera. Ma stasera si sono trovati stranamente tutti e tre sulla stessa barca, condividendo in pieno lo stesso pensiero. La questione riguardava le parole di Di Pietro, reo di aver ricordato a Napolitano che di fronte alle azioni di questo governo non basta la «piuma d’oca». Franceschini si è subito smarcato dal suo (ex?) alleato, dicendo che il Presidente della Repubblica va tenuto fuori dallo scontro politico.

 Capendo che il politically correct è insito nel Pd (e rappresenta una delle cause delle sue sconfitte), ci chiediamo se Franceschini, leggendo le seguenti dichiarazioni del duo del Pdl, non si ponga alcuna domanda. Bondi ha detto che «è molto importante che l’onorevole Dario Franceschini, a nome del maggior partito di opposizione, abbia preso le distanze in maniera inequivocabile dalle parole dell’onorevole Antonio Di Pietro, e difeso le prerogative e l’indipendenza del Presidente della Repubblica. Speriamo che anche questa vicenda possa aiutare il Partito democratico ad affrancarsi definitivamente e nettamente dal partito di Di Pietro, che rappresenta ormai chiaramente un movimento politico dai tratti antidemocratici». Capezzone invece ha sostenuto che «se Franceschini vuole essere credibile, non basta la polemica di un giorno con Di Pietro: serve la rottura dell’alleanza tra il Pd e l’Italia dei Valori. Altrimenti da domani Di Pietro continuerà a fare Di Pietro e il Partito Democratico resterà gregario di una linea estremista e giustizialista».
 
Caro Dario, non ti sembra strano che un cattolico, un ex comunista e un ex radicale si trovino in totale sintonia? Non è forse il caso di ripensare a ciò che hai detto? Anche perché sinceramente trovarsi d’accordo con questi due non è proprio un fatto degno di lode. Così come non è proprio il caso di accogliere i consigli di un Capezzone qualsiasi. Te lo ricordiamo: a differenza di molti tuoi compagni di banco, sei all’opposizione.
 
AB

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