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POLITICA
18 agosto 2010
Aridatece il vecchio Cicchitto!

È mai possibile che uno, appena si mette a sondare in maniera neanche troppo approfondita il passato dei berluscones, scopre che una volta non erano così, che prima di essere folgorati sulla via di Damasco/Arcore erano delle persone completamente diverse? Bondi era comunista, Bonaiuti rappresentava il più becero antiberlusconismo, Capezzone e Quagliariello andavano a braccetto con Pannella, Cicchitto era un estremista di sinistra. Già, bei tempi andati e in molti casi già oggetto di articoli. Tempi che però, nel caso del secondo piduista del Pdl, oggi è il caso di ricordare.

Già smerdato da Marco Travaglio il 16 gennaio per la sua intervista anticraxiana concessa al Minzo nel bel mezzo di Mani pulite proprio mentre andava in onda a reti unificate la beatificazione del Cinghialone, il capogruppo del Pdl alla Camera merita oggi la nostra attenzione per le sue frasi destinate a celebrare Francesco Cossiga. Se ieri ha ricordato l’emerito presidente della Repubblica come «una delle poche voci libere e anticonformiste nel nostro Paese, libero sempre e in ogni circostanza», oggi l’ha definito «una delle menti più straordinarie che la Repubblica abbia mai avuto». Peccato che il 13 maggio 1977, il giorno successivo alla morte di Giorgiana Masi avvenuta durante una manifestazione dei Radicali e della sinistra extraparlamentare, il nostro alla Camera attaccò duramente l’allora ministro dell’Interno Cossiga (che aveva appena finito la sua relazione sugli scontri), prospettando una strategia ben definita e palesemente antidemocratica da parte dell’Esecutivo.
 
Cicchitto a Montecitorio, difendendo le forze pubbliche («non faccio addebiti alla polizia od alle forze dell’ordine come tali»), contestò «le direttive impartite alle forze dell’ordine», sostenendo l’ipotesi di «un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse a piazza Navona, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati, per nulla violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo estremamente pericoloso, grave e drammatico nella nostra città». Il discorso proseguì condannando la teoria che il Picconatore rivelerà solo nel 2008 con la lettera a Manganelli, quella del consenso per le forze dell’ordine («Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti»): «Anche da parte di ben determinati settori del potere si investono le forze dell’ordine, cercando di determinare una situazione di spostamento a destra, di riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro con i manifestanti».
 
Un all’epoca premuroso Cicchitto si prodigò poi in difesa dei giovani manifestanti, mettendoli in guardia dalle trappole dello Stato italiano («Le forze democratiche giovanili debbono comprendere a quale pericolo di scontri e a quali trappole sono di fronte»), incalzando l’Esecutivo sulla sua strategia repressiva: «Il governo – s’infervorava il futuro piduista – deve rispondere in modo chiaro su una situazione che non può essere disinnescata introducendo meccanismi repressivi, che invece favoriscono gruppi eversivi i quali indubbiamente sono attivi nella nostra città, e nei confronti dei quali noi non vediamo ancora intrapresa un’azione di prevenzione per sgominarli. Tutto questo noi non lo scorgiamo, nella azione svolta dal Governo. Vediamo soltanto alcune procedure che ci lasciano sgomenti, alcuni interventi nei riguardi di avvocati difensori: un tentativo, cioè, non di intervento preventivo, ma di repressione indiscriminata». Un vero e proprio Stato di polizia insomma, che secondo il prossimo berluscones si stava insediando per «cambiare il volto dello stesso Stato uscito dalla Resistenza, per edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione».
 
L’epilogo della prova oratoria era tutto per Cossiga, reo di aver coperto la verità: «È per queste valutazioni e per il fatto che non ci è sembrato di cogliere nell’intervento del ministro una riflessione critica su ciò che sta avvenendo, ma soltanto un’acritica copertura di tutto ciò che è successo ieri e delle cause che l’hanno determinato, che noi sottolineiamo la nostra insoddisfazione nei confronti della risposta data dal ministro Cossiga».
 
Fa un po’ specie pensare che oggi colui che attaccò così duramente il futuro capo dello Stato sia immerso nel «più profondo cordoglio» per la sua scomparsa. La spiegazione in realtà è sempre quella: chi rimane incantato dal signore di Arcore subisce un lavaggio del cervello tale da dimenticare completamente il suo passato, sia nelle azioni che nelle parole. Noi nel nostro piccolo ci limitiamo a segnalare il caso a Il Giornale, che oggi ha pensato bene di pubblicare un divertente articolo sugli avversari di Cossiga dal titolo Occhetto, Scalfaro & Co: i voltagabbana passati dagli insulti agli omaggi. Cicchitto stranamente non rientra nell’elenco, forse perché troppo voltagabbana anche per i gusti del quotidiano di Feltri. Una cosa è certa: l’uomo all’epoca ci stava molto più simpatico. Se fosse possibile riaverlo indietro nelle condizioni di quei tempi, avvisateci.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
14 agosto 2010
I maiali populisti incoerenti

È molto istruttivo lasciare passare qualche giorno senza scrivere per poi riprendere in mano quanto avvenuto durante il “silenzio stampa”: ti rendi conto che solo ad elencare le baggianate dichiarate dai nostri politici in questo lasso di tempo non basterebbe un libro. Quando lo fai, operando una selezione delle frasi per ovvi motivi di spazio, ti sorge in automatico una domanda: da che gente ci stiamo facendo guidare? Certamente – e questa è la tragica conclusione – anche da dei personaggi che fingono di ignorare la Costituzione per fini più preoccupanti.

In questi giorni è addirittura dovuto intervenire Napolitano – quello che ha promulgato il lodo Alfano e il legittimo impedimento – per ricordare alle teste calde della maggioranza che chi decide se andare o meno ad elezioni è il presidente della Repubblica e non un pregiudicato per finanziamento illecito che inneggia ad inesistenti stati nel Nord, un piduista capogruppo del Pdl alla Camera o uno Schifani qualunque, sul punto già recidivo (era il 17 novembre scorso quando se ne uscì con la frase «Se la maggioranza è divisa, si torni al voto»).
 
Ed è stato sempre il capo dello Stato a dover ricordare che un eventuale governo tecnico – che, allo stato attuale, è semplicemente un’utopia – non rappresenta un golpe: esso infatti può andare avanti solo se ha la fiducia dei parlamentari, i rappresentanti del popolo. Purtroppo tali ovvietà in Italia sono considerate come cose fantascientifiche o – nel caso di quel pover’uomo che risponde al nome di Stracquadaniocomuniste.
 
Urge evidentemente un piccolo ripasso dei meccanismi alla base della nostra Repubblica: i cittadini italiani eleggono i parlamentari, non il capo del governo, nominato infatti solo dal presidente della Repubblica (art. 92), l’unico che può sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni (artt. 87 e 88) e che a sua volta viene eletto solo dai suddetti parlamentari (art. 83). Insomma, come ha ribadito Napolitano, non possono esistere governi che non siano politici. Il concetto, per uno che ha studiato anche solo vagamente la Costituzione, è semplice.
 
Ciò detto, bisogna stare attenti: i personaggi di cui sopra stanno solo fingendo di ignorare questi basilari principi. Le loro dichiarazioni infatti sono mirate ad un progetto ben preciso: far passare nella testa dei loro supporters il modello populista-plebiscitario di stampo fascista per abituarli all’idea. Ecco perché non c’è giorno in cui uno dei berluscones più o meno doc non ribadisca questi concetti, alla base del totalitarismo: a forza di sentirselo ripetere a reti unificate, il popolo bue comincerà a crederci, dimenticandosi delle sacrosante parole scritte nella Carta.
 
Già, il popolo, quella massa indefinita che purtroppo allo stato attuale sostiene ancora questa maggioranza. Il popolo soprattutto berlusconiano e leghista dunque. Quest’ultimo tornato ancora una volta alla ribalta grazie a Bossi: a sentire sbraitare il Senatur, te lo immagini sempre lì che aspetta, ovviamente armato, di fare un po’ di rumore («Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell’operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate», oggi), anche se in maniera democratica («La Lega fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c’è democrazia nel Paese, la portiamo noi», 31/07/10).
 
Senza di esso e quindi senza il partito padano, probabilmente Berlusconi e il berlusconismo sarebbero già un ricordo. Ha infatti ragione Bossi quando dice che «la maggioranza la determina la Lega», è sempre stato così. Anche quando ha perso, nel 2006, il Carroccio è risultato decisivo nell’indicare la maggioranza: è bastato il porcellum di Calderoli per rendere ingestibile la legislatura, proprio quel porcellum per il quale siamo qui a parlare della possibilità del governo tecnico, che entrerebbe in carica solo per cassarlo.
 
Dunque, bisognerebbe depotenziare la Lega. In realtà basterebbe solo volerlo, gli argomenti per riuscirci ci sono tutti. Puoi parlare di legalità elencando gli inquisiti del Nord e dei venditori di fumo con le riforme promesse ma mai andate in porto. Oppure puoi basarti sull’incoerenza.
 
Parlando di questo fantomatico governissimo ad esempio, sarebbe interessante mettere a confronto la posizione odierna dei padani («L’idea di un governo tecnico è fuori dal mondo») con quella del 1995, quando fu proprio il Carroccio a far cadere Berlusconi: all’epoca Bossi&co. non si strapparono i capelli per il mancato ricorso alle urne e per la nomina del governo tecnico guidato da Lamberto Dini, tant’è che gli diedero la fiducia e l’appoggio esterno. Altri tempi, evidentemente. Fatalità però erano gli stessi in cui anche loro – come in questi giorni i finiani – si rifacevano alle carte poi usate da Marco Travaglio, risultando peggio dei dipietristi di oggi.
 
Il materiale per contrastare la retorica leghista c’è, ed è anche parecchio. Se poi ci fosse un’opposizione che lo utilizzasse, sarebbe anche meglio. Già, un’altra utopia, come il governo tecnico che almeno ripristinasse le preferenze nella legge elettorale per riportare l’Italia nel solco delle democrazie e fermare la deriva populista.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
13 luglio 2010
L'esorcista

Se Lui arriva a dire che impedirà «il clima giacobino e giustizialista», allora c’è da preoccuparsi: Berlusconi, il genio della comunicazione, non sbaglia mai le parole. Dunque, se ha deciso di rispolverare in prima persona questi due termini richiamando certe categorie, vuole dire che ne ha sentito la necessità, l’urgenza impellente.

Generalmente la strategia mediatica del Cavaliere lascia infatti questi due termini ai vari Capezzoni e Cicchitti, i bassi manovali profumatamente pagati per utilizzare quotidianamente questi e altri topoi forzitalioti che, ripetuti a tambur battente più volte al giorno, devono rimanere nella testa dei cittadini come un ronzio continuo al quale ci si assuefa. Lui diversamente se ne avvale i nprima persona solo quando avverte che il suo “popolo” è spaesato, sconvolto dalla forza dei fatti inequivocabili che contraddicono il suo Verbo e che rendono i suoi “promotori della libertà” pronti a mollarlo in quanto geneticamente e quindi inesorabilmente succubi del dna italiano, quello che fa sì che un cittadino medio del Belpaese lasci a piedi coloro che era solito osannare fino a pochi minuti prima, spesso in modo violento (si pensi a Benito Mussolini o, al di fuori della Storia e più recentemente, a Marcello Lippi).
 
Se Berlusconi pubblicamente denuncia un clima di giustizialismo, vuol dire che gli sono giunti segnali molto preoccupanti. Forse perché dall’inizio del 2010 sono stati scoperchiati dalla magistratura una marea di scandali, spesso con i suoi uomini colti con le mani nella marmellata? Magari le indecenze che richiamano alla mente quelle più note della recente storia italiana? Quelle che anche i più distratti cittadini italiani, seppur solo vagamente – se non fosse così, non avremmo al potere certe persone –, ricordano? Ad esempio Tangentopoli (= inchiesta sulla cricca), la P2 (= scoperta della P3) e il fruttuosissimo connubio mafia-politica (= infiltrazioni della ‘ndrangheta a Milano)?
 
Il pubblico riconoscimento di questo furore giacobino da parte del premier indica l’inizio del suo esorcismo. Avendo captato il rischio di essere rovesciato non solo dagli alleati ma anche dal suo popolo, Berlusconi ha dato il via alla sua procedura di difesa mirata a garantirgli la sopravvivenza. Per prima cosa, ci mette la faccia, dimostrando ai suoi di essere ancora vivo, presente e in forze, per ricompattare l’anello debole ma politicamente fondamentale per il suo potere, quello più suggestionabile, appunto il suo “popolo”. Ecco che allora torna ad avvalersi del suo linguaggio populista (poche parole, semplici da capire grazie alla sua arte detecnicizzativa), prima per iscritto, poi – c’è da scommetterci – con l’uso della sua arma migliore, la televisione, quella che gli ha permesso di arrivare dov’è e di battere per longevità politica nientemeno che Giolitti. Una seconda parte della fase mediatica imparata dai suoi due maestri: Licio Gelli e Bettino Craxi.
 
Per il patrocinio del Venerabile, basterà citare la sua massima più celebre: «Il vero potere risiede nei detentori dei mass media»; per quello del Cinghialone, ricordiamo la frase che secondo Ezio Cartotto – ex Dc passato in Publitalia incaricato da Dell’Utri per la fondazione della futura Forza Italia – il Cinghialone pronunciò il 4 aprile 1993 per istruire il politicamente imberbe Silvio: «Bisogna trovare un’etichetta, un nome nuovo, un simbolo, un qualcosa che possa unire gli elettori moderati che un tempo votavano per il pentapartito. Con l’arma che tu hai in mano delle televisioni, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante. Ti basterà organizzare un’etichetta, un contenitore. Hai uomini sul territorio in tutta Italia, puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso, ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti, e salvare il salvabile».
 
L’esorcismo autodifensivo di Berlusconi è iniziato. Dopo questa prima fase mediatica, arriverà la seconda, quella fattuale. Forte del consenso popolare, Lui stroncherà ogni spirito dipietrista intervenendo sulla Giustizia per bloccare la deriva che potrebbe condurre l’Italia al temibile (soprattutto per i politici) Terrore robespierriano, imbrigliando le toghe e la già di suo imbavagliata informazione. Si tratta di un esorcismo al quale Berlusconi ci ha già abituati più volte. Riprendete gli esempi più recenti, quelli per giustificare il lodo Alfano («Le toghe rosse mi perseguitano, devo proteggermi») e la legge sulle intercettazioni («Mi hanno intercettato, vi intercettano, bisogna bloccare questa emergenza»).
 
Un modo per arrestare tutto questo esiste e, in verità, non è neanche tanto difficile da mettere in pratica. Come già detto, basta continuare a ricordare alla stregua dei semplici Cicchitti e Capezzoni vari che i fattacci più o meno gelatinosi e incappucciati che stanno venendo alla luce oggi richiamano alla mente quelli già citati, già entrati nella Storia italiana. Fattacci che – e questa è la chiave di volta – hanno sempre visto implicato lo stesso Silvio Berlusconi, corruttore, piduista e in relazione pluriennale con la mafia.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
9 marzo 2010
«Il massacro delle istituzioni»

Stasera lasciamo semplicemente spazio ad alcune delle dichiarazioni odierne, scelte in quanto rappresentative del momento che sta vivendo l’Italia in seguite al noto pasticcio del Pdl che ha portato al dl salva-liste.

Sandro Bondi, ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Pdl: «Adesso basta! Finitela! Abbassate le grida, le urla, gli strepiti. Smettetela di mettere in scena l’ennesimo massacro delle istituzioni, della democrazia, della Costituzione. Non vi accorgete che in questo modo state davvero martoriando questo povero Paese? Che cosa volete? Volete che il Pdl venga escluso dalle elezioni? Volete vincere a tavolino le elezioni? E volete pure fare una bella manifestazione per mettere sotto accusa il partito di maggioranza relativa? Recuperate un poco di ragionevolezza, fate valere un minimo di ragionamento politico, mantenete almeno un briciolo di rispetto per le istituzioni. Siamo capaci anche noi, se lo volessimo, di fare delle belle manifestazioni, di fare lo sciopero della fame, ma siamo troppo preoccupati dello stato della nostra democrazia e del futuro di questo Paese, per scendere al vostro livello».
 
Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera: «È oramai ancora più chiaro di prima che il Partito democratico, l’Idv, i radicali stanno facendo ogni sforzo possibile e immaginabile ricorrendo anche a tutti gli aiuti possibili, per evitare che nel Lazio si facciano elezioni regolari, con tutte le liste in campo, compresa quella del Pdl. In una situazione controversa dal punto di vista giudiziario perché la Commissione d’appello elettorale ha accettato la lista del PdL mentre il Tar l’ha respinta, i partiti dell’opposizione non esitano a ricorrere a tutti i mezzi possibili di pressione, fra cui le manifestazioni e addirittura l’ostruzionismo parlamentare. Essi hanno la faccia tosta di gridare al periodo autoritario e fascista, quando i veri autoritari e fascisti sono loro che stanno ricorrendo a tutti i mezzi per evitare che la lista del Pdp, il partito più forte a Roma, possa presentarsi. Sulla necessità di accogliere questa elementare esigenza di democrazia è stato chiarissimo il presidente Napolitano. Adesso siamo al punto che una magistratura amministrativa nega validità ad una legge dello Stato».
 
Carlo Azeglio Ciampi, Presidente emerito della Repubblica: «La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni... […] Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle istituzioni, all’integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l’Italia. […] Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l’Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo indietro. È molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d'animo, e soprattutto non deve smettere di lottare».
 
A voi i commenti.
 
P. S: alla conclusione della riunione del Pdl tenuta a palazzo Grazioli, un dirigente si è lasciato sfuggire un bel «ora vedrete dei bei fuochi d’artificio». Dopo la frase di qualche giorno fa («Non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto»), ci auguriamo che questo il personaggio in questione non fosse La Russa.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
3 marzo 2010
Quando penso ai vari Formigoni...

«Qui sta per saltare il coperchio sulla pentola»: è sempre il caso di ricordarsi della frase di Paolo Mieli pronunciata ad Annozero l’11 febbraio scorso. Anche perché se non la si tiene presente è difficile mettere in fila i fatti quotidiani rimanendo seri e rispettando la logica.

Razionalmente parlando, come si può accettare che Fabrizio Cicchitto – in riferimento ai respingimenti delle liste Pdl in Lazio e Lombardia – parli di elezioni che «corrono il rischio di essere falsate con conseguenze gravissime per la nostra democrazia» dall’alto della sua tessera P2 2232? Da quando i garanti della democrazia sono (ufficialmente) i piduisti?
 
Razionalmente parlando, cosa possiamo dire di Maurizio Gasparri, che oggi al tg1 ha detto che «i valori fondamentali della Costituzione e della democrazia, il diritto alla partecipazione democratica di milioni e milioni di italiani di tante regioni devono prevalere sul timbro tondo o quadrato: è in gioco la democrazia stessa»? L’esclusione dalle elezioni è dettata da una questione di timbri o da irregolarità certificate? Quanto alla partecipazione democratica, c’è qualcuno che nel week end consultivo si metterà davanti all’entrata dei seggi elettorali di Roma e Milano bloccando gli elettori del Pdl? No, semplicemente non ci saranno le liste irregolari: il diritto di voto è garantito per tutti.
 
Razionalmente parlando, con Gasparri è sembrato quasi di risentire l’incredibile presidente del Senato Renato Schifani che ieri, con la sua celebre imparzialità, aveva invitato a far prevalere «la sostanza sulla forma quando la forma non è essenziale». Già, a noi che ce ne frega dei regolamenti? Detto da un ex avvocato di mafiosi – una delle categorie di criminali che più a beneficiato di cavilli giuridici assieme al nostro premier – poi, è proprio il massimo.
 
Razionalmente parlando, come commentiamo l’uscita odierna di Calderoli, secondo il quale «serve una risposta politica ai furbi che cercano vittorie a tavolino»? Non è che il ministro per la Semplificazione – cioè quello che doveva tagliare anche i bizantinismi elettorali – sta invocando la famosa “leggina”? No, perché solo ieri il suo collega di partito e di governo Maroni ha detto che «non si possono cambiare le regole, non c’è spazio per un provvedimento d’urgenza da parte del Governo».
 
Razionalmente parlando, cosa dobbiamo pensare di questa frase: «Non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto»? Se poi l’ha detta un ex (?) fascista come La Russa, come ci dobbiamo comportare? E se poi La Russa è lo stesso che domenica scorsa allo scoppio del caso laziale lasciava da parte le toghe parlando solo di «grande leggerezza» da parte dei pidiellini addossando loro tutte le colpe, cosa dobbiamo attenderci da questa svolta? Un’allegra scampagnata di gente vestita di nero fino a Roma?
 
Razionalmente parlando, tutti i personaggi appena citati cosa pensano di Umberto Bossi, che ieri molto semplicemente ha definito i funzionari del Pdl «dilettanti allo sbaraglio», senza evocare alcun complotto? E cosa pensano – soprattutto Calderoli – della Padania, che ieri intervistava il segretario nazionale della Lega lombarda Giorgetti, che se n’è uscito fuori con la frase «il Pdl impari come si fa politica con passione e competenza»?
 
In conclusione, razionalmente parlando, se i nostri finti rappresentanti arrivano perfino a giocarsi definitivamente la credibilità rilasciando dichiarazioni che si contraddicono tra loro nel giro di poche ore; se i nostri politici sono anche pronti a fingersi schizofrenici pur di rimanere al potere; se i nostri “eletti” sono addirittura disposti a mandare ad una nazione (già di suo adusa alle furbate) il devastante messaggio dell’inutilità delle leggi pur di stare attaccati alla poltrona, non è che forse davvero hanno una fifa boia del tanto evocato popolo e le stanno provando veramente tutte per rimanere in sella, avendo percepito che «qui sta per saltare il coperchio sulla pentola»?
 
Alessandro Bampa
POLITICA
1 marzo 2010
Quer pasticciaccio brutto

Invitiamo a leggere la seguente intervista fatta da Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera ad Alfredo Milioni, il responsabile del pasticciaccio inerente la presentazione delle liste Pdl a Roma.

Un guaio.
No no... mi creda, di più, molto di più: un disastro, una tragedia. E mannaggia a me, mannaggia...
Alfredo Milioni, su, non faccia così.
Eh, le sembra facile: ma io, mi creda, ho la coscienza a posto. E poi sono anni che faccio quel tipo di operazioni burocratiche.
Anni?
Ma sì, certo... Avrò presentato firme e liste già almeno un’altra quindicina di volte... Uff! Accident...! Fa caldo, eh?.
Stia calmo. Proviamo a ricostruire: a che ora è arrivato in tribunale?
Con quasi mezz’ora di anticipo. Diciamo verso le 11,30.
Perché, però, poco dopo, è uscito lasciando all’interno del Palazzo di Giustizia solo il faldone delle firme e portandosi via tutto il resto?
Perché?
Sì, perché? È vero che s’è accorto di non avere con sé i lucidi con il simbolo del partito?
No, quelli avrei potuto consegnarli anche dopo. I lucidi non sono una cosa importante, determinante. Questa è una cosa nota.
Allora è andato fuori per apportare qualche modifica alla documentazione?
Modificare, lei dice...
Per aggiungere, o cancellare, qualche nome.
Beh.
Sì o no?
No, questo no.
Sicuro?
Sicuro.
Dica la verità.
Lo giuro, lo giuro! Non volevo apportare modifiche. Mi deve credere, capito?.
Va bene, stia calmo. Questo però significa che è davvero andato a mangiarsi un panino.
Sì... ecco, sì: sono andato a mangiarmi una panino. Non mi pare grave, no?.
Quindi è vero: lei ha lasciato l’aula per andare al bar.
Io? A mangiare?
In conferenza stampa, la Polverini ha fornito una ricostruzione dei fatti un poco diversa.
No, cioè... io, a mangiare: ma chi l’ha detto?.
Lei, adesso.
Macché. Senta, io sono molto confuso...
Non è il momento migliore, Milioni, per essere confusi.
Però... ecco qui, legga bene sul cellulare: ecco qui tutti i messaggi, gli sms di solidarietà che m’hanno spedito quelli che c’erano, in tribunale, e che hanno assistito a tutta la scena. Dove è chiaro che io sono la vittima.
La vittima?
Proprio così. Non mi hanno fatto rientrare, hanno fatto i matti, si sono messi a urlare, m’hanno spinto...
Sostenevano che lei stesse presentando la lista fuori tempo massimo.
Fuori cosa? M’hanno minacciato, altroché. Qui si configura pure un reato.
Che genere di reato?
Un reato, un reato...
Silvio Berlusconi è furibondo.
Lo so, mannaggia a me.
Come lo sa?
Eh, quelli lì, i capi del partito, me l’hanno detto. Sono loro che parlano con lui, mica io.
La Polverini anche è furibonda.
So pure questo... Ma che posso farci io?
Lei era lì.
Senta, a parte che la fila avrebbe dovuto farla Giorgio Polesi, l’altro rappresentante del Pdl... lei deve scrivere che io sono solo il piccolo presidente del XIX Municipio, qui a Roma. La politica è sempre stata la mia passione, cominciai come socialista e ho proseguito dentro Fi, certo: ma ero e resto un pesce piccolo, un pescetto che fa il suo lavoro onestamente. Aggiunga poi pure che...
(La conferenza stampa di Renata Polverini è finita da pochi minuti; Alfredo Milioni sta parlando a capo chino, le mani tremanti, lo sguardo lucido. All’improvviso, dal palchetto, rimbomba giù una voce roca, dura: "Stai zitto! Milioni devi stare zitto, muto: hai capito?". Milioni fa appena in tempo a farfugliare ancora qualcosa, poi viene letteralmente sollevato dal pavimento da un signore muscoloso che, con modi spicci, lo infila dentro una stanza. L’invito a tacere gli era stato rivolto da Alfredo Pallone, parlamentare europeo e vicecoordinatore regionale del Pdl nel Lazio. "Sono stato un po’ brusco, lo so. Ma Milioni, dopo quello che è accaduto, non è lucido. La situazione è delicatissima e lui può straparlare. Ieri, quando ha capito cosa era successo, mi ha detto: io mi suicido. Sta messo così, poveraccio, e c’è da capirlo, credo. Dopo quello che ha combinato...").
 
Ora confrontate questa intervista con la seguente dichiarazione del sempre ottimo Fabrizio Cicchitto: «Avendo approfondito la ricostruzione dei fatti sulla base di ciò che hanno riferito i protagonisti non possiamo fare a meno di rilevare quanto segue. La questione fondamentale e dirimente è che ai nostri rappresentanti è stato impedito di presentare la lista, prima dalle provocazioni di alcune persone ma essenzialmente dal magistrato responsabile che ha dato ordine alle Forze di Polizia di bloccare i nostri rappresentanti, malgrado che il faldone con i documenti fosse ben dentro la linea rossa e che, come è provato, entrambi i nostri rappresentanti fossero arrivati in tribunale intorno alle 11.25». A voi le conclusioni.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
24 febbraio 2010
Squadristi piduisti/2

Oggi quello che ha provato a militarizzare le città coi soldati e con le famigerate ronde ha lanciato l’allarme: «Siamo in uno Stato di polizia». Ovviamente Berlusconi non stava facendo un mea culpa (come i migliori, non è in grado di farlo): il premier infatti si riferiva alle odiate intercettazioni. Stasera però non ci vogliamo occupare di questo ormai annoso problema (il realtivo ddl Alfano è stato presentato nel lontano giugno 2008). Prendendo spunto da un’altra frase odierna di Berlusconi, torniamo infatti ad occuparci di uno dei nostri personaggi politic preferiti.

Il presidente del Consiglio oggi ha rilanciato la magnifica idea del partito dell’amore: «La proposta è quella di creare dei paladini della libertà, un esercito del bene contro l’esercito del male; di chi ama contro chi odia; una forza popolare, un vero e proprio esercito di difensori e di promotori della libertà, composto da uomini, donne, giovani, da italiani che si schierano e si impegnano per difendere e promuovere, proprio come dei paladini, la libertà.I promotori risponderanno direttamente a me e saranno coordinati dalla Brambilla». È di ieri un esempio d’amore di questi paladini. Ad offrircelo è stato una nostra vecchia conoscenza, il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto, che si è sentito in dovere di esternare il suo pacato pensiero sulle recenti vicissitudini patite dal giornalista Marco Travaglio.
 
«Lo scambio di lettere fra Santoro e Travaglio – ha detto Cicchitto – è istruttivo e divertente. Da esse emerge in modo assai chiaro che Travaglio è un signorino viziato, ma anche un po’ isterico, abituato a insultare senza contraddittorio per sette-dieci minuti in prima serata l’avversario di turno senza possibilità di risposta. Il giocattolo si è rotto alla prima avversità. La prima volta che il signorino isterico e narcisista, abituato a soddisfare tutto il suo io con i suoi monologhi senza replica, si è trovato di fronte una paio di interlocutori privi di complessi di inferiorità che lo hanno preso per il cravattino e gli hanno fatto assaggiare la sgradevole sensazione che si prova ad essere contestati ed attaccati, allora il damerino è impazzito e si è persino rivoltato, come fanno i cagnolini pechinesi quando gli si pesta il codino, contro il suo padrone che ha ben altra solidità. Belpietro e Porro hanno un po’ sbatacchiato contro il muro questo cicisbeo del settecento con il suo parrucchino e il suo ghigno che voleva secernere il veleno delle sue letterine senza che nessuno osasse rispondergli per le rime. La sua crisi di nervi è uno specchio dei tempi. Santoro, sia buono, restituisca a Travaglio il suo monologo senza contraddittorio, e così la felicità e, specialmente, la sicurezza perdute».
 
Un’esternazione degna di un esponente del partito dell’amore, non c’è che dire. Cicchitto del resto non si smentisce: è sempre lui che il 15 dicembre scorso alla Camera – non al bar, alla Camera – definì lo stesso giornalista «un terrorista mediatico», responsabile assieme a tutti i beceri antiberlusconiani della «campagna d’odio» che portò al lancio della statuetta da parte di Tartaglia. Per il bene dell’Italia ci auguriamo che le nuove leve pronte all’arruolamento nelle milizie berlusconiane sotto la guida dell’irreprensibile ducessa Michela Vittoria Brambilla non siano come questo onorevole, anche perché se questo è amore, oltre a tutte le altre urge una riforma lessicale di questo termine (magari da accompagnare con quella del lemma «libertà»).
 
Chiudiamo chiarendo un punto: per tutti quelli che a questo articolo rispondono con un «non è che Travaglio sia meglio, data la sua tendenza alla derisione e all’insulto», facciamo sommessamente notare che i fieri antiberlusconiani – ma forse è il caso di parlare di antiberlusconisti – non hanno mai avuto la benché minima pretesa di autoproclamarsi sostenitori dell’amore, a differenza di questi personaggi che continuano imperterriti ad affollare l’ormai fetida scena politica.
 
P. S: domani, nel silenzio generale, dovrebbe giungere a conclusione il processo Mills. Attendiamo con ansia la decisione della Cassazione.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
16 gennaio 2010
Minzolini e Cicchitto prima della cura

Ringraziando per la segnalazione l’articolo odierno Cick e Minzo, come eravamo di Marco Travaglio, riportiamo l’intervista che tale Minzolini Augusto fece a tale Cicchitto Fabrizio per La Stampa, pubblicata il 19 novembre 1993.

«"Non ne parliamo. Sono stato davvero un idiota. È stata una grande stupidaggine. Ho pensato di iscrivermi a quella loggia come ci si iscrive al Rotary, ai Lions. Così quando è scoppiato lo scandalo P2 non mi restava che il suicidio...". Seduto su una poltrona di Montecitorio, Fabrizio Cicchitto parla del dramma della sua vita, quell’iscrizione alla loggia P2 che più di dieci anni fa costrinse lui, astro nascente socialista, ad un lungo esilio dalla politica. Forse adesso che il giudice Cordova parla dei 1600 affiliati della P2 rimasti sconosciuti, vale la pena di parlare proprio con Cicchitto di quella vicenda, non fosse altro per il fatto che lui è stato uno dei pochi che ha pagato. Ricorda il personaggio: "Quando gli elenchi uscirono dissi subito tutto. Ero convinto che la cosa migliore fosse quella di togliersi subito di dosso quel peso, per poter ricominciare. Così sono rimasto fuori per tanti anni e sono rientrato in Parlamento nell’ultima legislatura, giusto il tempo per vedere la fine di tutto. Quando si parla della sfortuna... ". Un attimo di pausa, quello necessario per mettere Cicchitto al corrente delle ultime ipotesi formulate da Cordova sull’esistenza di altri elenchi della P2 rimasti segreti. Quando il personaggio riprende il filo del discorso l’espressione del suo viso è cambiata: è comparso un sorriso amaro. "Certo – dice – io ho ammesso subito, ho pagato, ma se penso a quello che è venuto fuori in questi mesi... Ho capito, ad esempio, che Bettino Craxi e Claudio Martelli c’erano dentro fino al collo con Gelli e Ortolani. Ad esempio, la storia dei 30 milioni di dollari, del conto Protezione, mica è uno scherzo. C’è da credere davvero che in quegli anni, con tutti quei soldi, si siano comprati il Psi". Gia' , il partito socialista, quello della fine degli Anni Settanta, quello delle grandi lotte interne che accompagnarono l’avvento di Bettino Craxi. Cicchitto all’epoca era con Riccardo Lombardi contro Craxi e ora che il “craxismo” è finito in soffitta gli tornano alla mente quelle vecchie storie: "Io – racconta – ho sempre in testa quel comitato centrale del ‘79, quello che avremmo potuto vincere per tre voti. Signorile, invece, non volle provarci e non se ne fece niente. In questi anni gli ho chiesto spesso il perché, gli ho chiesto se era ricattato, ma lui mi ha sempre detto che fu solo uno sbaglio, che aveva un altro piano in testa. C’è da credergli, perché nei mesi successivi se Craxi avesse avuto in mano qualche dossier contro di lui lo avrebbe usato". "In quegli anni dentro il Psi ci furono delle lotte davvero pesanti. Fecero scoppiare il caso Eni Petromin. Lo stesso Nenni, che si era accorto che Craxi voleva strafare, gli scrisse una lettera per chiedergli di dimettersi. Certo questo episodio gli altri lo smentiranno sempre, ma è la verità, Pietro Nenni quella lettera la scrisse davvero. A me lo confidò in quei giorni un suo vecchio amico, Dino Gentili. Ne misi al corrente anche Riccardo Lombardi che mi consigliò di andare a sondare lo stesso Nenni, magari con la scusa degli auguri di Natale. Io feci passare il 25 dicembre, ma quando telefonai per avere un appuntamento, la figlia mi disse che stava morendo...". Storie passate, racconti della fine degli Anni 70 che hanno condizionato però tutto il decennio successivo. "Quando si parla dei soldi e della politica... Eh, altroché – sospira Cicchitto – se non contano i soldi in politica. Ad esempio, se io, Signorile e De Michelis fossimo rimasti insieme, saremmo riusciti a contrastare Craxi. Insieme funzionavamo, purtroppo andò in maniera diversa e per me alla rottura contribuì anche un problema finanziario. In quei tempi De Michelis era fortemente indebitato per via dell’avventura finita male dei Diari con Parretti. Si parlava di 500 milioni di lire che allora non erano uno scherzo. Signorile, tirchio, non si mosse per aiutarlo. E De Michelis ci rimase male anche perché in quei mesi giravano le storie dei finanziamenti a Signorile per l’Eni Petromin. Così quando Craxi e Martelli bussarono alla sua porta ci misero poco a convincerlo a passare con loro". Soldi, politica e sullo sfondo la P2. Lui, Cicchitto, però , giura di aver vissuto solo la parte folkloristica della loggia di Licio Gelli. "A me – ripete –, ve lo posso garantire, non hanno chiesto niente. Non parliamo poi della segretezza: ma se c’ era addirittura la tessera, che io non ho preso, sai che riservatezza... Senza contare che tutti sapevano che Gelli all’Excelsior riceveva mezzo mondo. Quella era una struttura piramidale e al punto più basso c’erano solo gli stronzi. A quel livello giusto qualche militare poteva essere favorito nella carriera, visto che ce n’erano tanti. Poi certo al vertice c’era Gelli, Ortolani e sai chi altri, quelli non so che facevano... ". Cicchitto parla e il tono della sua voce ogni tanto tradisce del risentimento. Come quando parla di Maurizio Costanzo: "Questa dice è una cosa che non mi andrà mai giù. Io non ero niente, ma lui la dentro qualcosa contava. All’epoca aveva una certa influenza nel Corriere. Gli diedero anche in mano un giornale. Eppure a lui bastò dichiarare che si era comportato da stupido per salvarsi. Per me, invece, che davvero mi ero comportato da stupido, non ci fu scampo. Probabilmente contribuì anche il fatto che quello scandalo mi colse impreparato, io credevo che la P2 fosse poco piu’ di uno scherzo. Rimasi pietrificato. Vede, un generale che progetta un golpe sa che gli puo’ andare bene come gli puo’ andare male, sa regolarsi. Ma uno che si ritrova in mezzo ad una cosa del genere senza saperlo al massimo puo’ suicidarsi"».
 
Ora vi invitiamo a confrontare questo storico pezzo di giornalismo italiano con le recenti e reiterate  dichiarazioni spudoratamente pro Craxi dei due protagonisti.
 
AB

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POLITICA
4 gennaio 2010
Il teatrino della politica

Riportiamo due estratti di una lettera comparsa sul Fatto quotidiano di ieri dal titolo «Quella via a Craxi per ricandidarsi sindaco» firmata da Michele.

«La Moratti, nella sua decisione di dedicare una via o un giardino a Craxi, sta cercando di garantirsi la rielezione a sindaco di Milano. A lei, come a tutto il “politicame” che oggi ci governa, non frega massolutamente nulla di Craxi e vuole solo dimostrare nei fatti di essere supina al potere, ni ranghi. La Moratti non vuole perdere la gestione dell’Expo e il fiume di soldi che arriveranno e, con questa mossa, cerca di garantirsi la ricandidatura. In realtà aveva già iniziato a farlo, assegnando gli Ambrogini d’oro a Marina Berlusconi e a Belpietro. [...] Dovremmo cominciare a considerare questi politici per quello che sono: persone senza alcuna ideologia che si scannano per avere un posto al potere. Non fanno una bella vita. Oltre alla Moratti, guardate la Santanché, Lupi e Capezzone, Cicchitto e Bonaiuti. Devono giustificare e plaudire alle più grosse cantonate prese da Berlusconi, cercando di essere credibili. Fanno a gara per compiacere il Sultano. Ma sono perfettamente consapevoli che non contano nulla, che occupano posizioni che non sono le loro e che basta uno schiocco di dita di Berlusconi per farle tornare nell’anonimato».
 
Questi passi ci offrono l’occasione per riflettere ancora una volta sulla deriva che ha assunto la politica italiana, animata ormai da pochissimi leader carismatici che possono contare su una selva di yes men che hanno il solo scopo di osannarli e incensarli quotidianamente con dichiarazioni che spesso superano il ridicolo, soprattutto se si considera il loro passato.
 
Che dire infatti di Quagliariello e Capezzone? Entrambi provengono dai Radicali, ora sono nel partito più soggetto ai desiderata della Chiesa più oscurantista di sempre (vedi legge sul testamento biologico, blocco della norma sull’omofobia, sabotaggio della messa in commercio della Ru-486).
 
È il caso di ricordare che Cicchitto fu uno dei socialisti appartenente alla corrente lombardiana, quella più di estrema sinistra, al punto da caldeggiare il compromesso storico tra Pci e Dc?
 
Dobbiamo riprendere l’articolo di Bonaiuti del 7 gennaio 1994, quello intitolato Va in onda la liberaldemocrazia? Eccovi il passaggio da orrido dipietrista: «Dal pulpito di Rete 4 è stata impartita ieri sera una lezione di intolleranza. Proprio mentre infuria la polemica su quanto sia favorito rispetto ai concorrenti un candidato alle elezioni che possiede tre reti televisive, l’invito di Emilio Fede a cacciare Indro Montanelli perché troppo autonomo è il primo esempio pratico del livello di “indipendenza” che potrebbe crearsi all'interno dell’impero di Berlusconi. Questo episodio moltiplica l’inquietudine, perché lascia capire quanto potrebbe essere forzatamente massiccio e compatto il sostegno al Cavaliere degli organi di informazione del gruppo. Guai a chi si azzardasse a uscire, anche per un attimo, dal coro. La durezza dell’intervento, preannunciato proprio perché avesse maggiore risonanza, mostra lontane tentazioni da Minculpop e lascia sbigottiti».
 
Non è il caso di approfondire la ricerca con altri personaggi. Lasciamo anche da parte i casi mentali irrecuperabili (come quello di Gasparri) e l’amore allo stato puro (ad esempio Fede e Bondi), sorvolando pure sui vari ribaltoni leghisti e aggiungendo che la sinistra è (quasi) allo stesso livello della destra. La questione infatti è semplice: può la politica italiana ridursi a questo stato? Con quale faccia possono guardarsi allo specchio i personaggi sopracitati? Come si fa a vivere sapendo di essere solo una maschera, di recitare sempre e solo una parte, peraltro infida? Il denaro che li ricompensa per lo sporco lavoro che sono costretti a svolgere sarà anche molto, ma non può essere superiore alla perdita dell’orgoglio. O no?
 
AB
POLITICA
24 dicembre 2009
Al diavolo il dialogo/2

Non vorremmo turbare questo bel clima che si è creato dopo l’aggressione al premier, clima nel quale è tornata prepotentemente alla ribalta la parola «dialogo», però è il caso di invitare alla riflessione chi legge questo blog. Per quale assurdo motivo dopo il souvenir tirato in faccia a Berlusconi l’opposizione dovrebbe cambiare idea sull’atteggiamento da tenere nei confronti di questo governo?

Che cosa è cambiato nell’esecutivo e nella maggioranza dopo il lancio della statuetta? Nulla: il 15 dicembre Fabrizio Cicchitto ha pronunciato alla camera un discorso «incendiario» – per usare le parole di Fini – col quale ha additato il gruppo Repubblica-Espresso, Santoro, Travaglio, alcune toghe, Di Pietro e il settore giustizialista del Pd (che non ha voluto o potuto indicare meglio) come mandanti morali dell’attentato al suo capo; nello stesso giorno, tanto per favorire il confronto, il governo ha posto la fiducia sulla finanziaria composta da un articolo di 250 commi, raggiungendo così le 27 fiducie del governo precedente, ma in meno tempo (19 mesi vs 21) e con una maggioranza incomparabile con quella che sosteneva Prodi, praticamente inesistente; dopo la puntata di Annozero di giovedì si è scatenata la solita gazzarra che il centrodestra riserva alla trasmissione di Santoro; 2 giorni fa Gasparri ha dato del terrorista all’esponente dell’Idv Pancho Pardi («Pardi è una persona pericolosa per la democrazia, è come le Brigate rosse, solo Curcio parlava così. La violenza è alimentata anche da chi, come Pardi, usa un linguaggio terroristico che poi pazzi di turno trasformano in oggetti lanciati. Quindi gente come Pardi è incompatibile con la democrazia»), reo di aver detto che l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale e che – secondo lui – il vero responsabile del clima d’odio è Berlusconi stesso.
 
Insomma, a destra non è cambiato assolutamente nulla: è solo partito questo invito al dialogo. Invito che, non si sa bene perché, l’opposizione sembra pronta ad accogliere. E sì che la proposta di un Cln antiberlusconiano di Casini ha preceduto l’aggressione al premier solo di 2 giorni; e sì che le adesioni del Pd a questa proposta erano state immediate. Eppure, con l’atto di Tartaglia, tutti questi propositi delle minoranze sono andati a farsi friggere . L’unico che è rimasto coerente con quanto ha pronunciato fino a 5 minuti prima dell’attacco a Berlusconi è Di Pietro, che infatti è stato escluso (e si è orgogliosamente autoescluso) dal tavolo del dialogo.
 
Tutto quello che è stato scritto finora è un semplice resoconto di quanto avvenuto dal dopo comizio di Berlusconi ad oggi. L’unica novità rispetto ai giorni antecedenti il lancio di Tartaglia è questo clima di dialogo. Ribadiamo la domanda: per quale motivo l’opposizione deve trattare con Berlusconi? Perché bisogna scendere a patti con un premier e con una maggioranza che fino a pochi giorni prima dell’aggressione attaccavano senza soluzione di continuità chi non li assecondava (si trattasse della Consulta, del Presidente della Repubblica o della stampa poco importava), cosa che continuano a fare anche in questi giorni? È con questi interlocutori dalle evidenti tendenze reazionarie che si deve pensare di cambiare la Costituzione?
 
AB

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