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POLITICA
15 agosto 2010
Il vero obiettivo: la Costituzione

Prevedibili come non mai. Ieri non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che sul governo tecnico Pdl e Lega stanno mettendo in atto una strategia volta a delegittimarlo aprioristicamente che oggi è arrivata la conferma. Ecco infatti la conferenza stampa congiunta di Maroni e Alfano per ripetere il leitmotiv: il governo tecnico è un golpe.

Il primo a pronunciarsi è Alfano: «Noi abbiamo una bussola molto chiara che è la Costituzione della Repubblica italiana che va letta a cominciare dall’articolo 1, che dice che "la sovranità appartiene al popolo". Non ci può essere una lettura de "la sovranità che appartiene al popolo" differente da quella secondo cui il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono. Qualunque ipotesi che preveda che chi ha vinto le elezioni faccia opposizione – cioè chi è stato espresso dalla sovranità popolare faccia opposizione – e chi ha perso le elezioni sia al governo, è una interpretazione che viola l’articolo 1 della Costituzione. Ecco perché, essendo chiaro il mio riferimento al centrosinistra italiano, noi riteniamo che ogni programma di governo o di ipotesi di formazione di governo che prevedano che all’opposizione stia chi ha vinto le elezioni, è un programma in piena violazione dell’articolo 1 della Costituzione italiana».
 
Maroni ha subito sottoscritto: «Condivido in pieno questa analisi e confermo che sul piano politico naturalmente la Lega ritiene che non ci sia altra maggioranza possibile che questa, quella che è uscita vincitrice dalle elezioni, e che non siamo disponibili a operazioni di palazzo, a giochi o a giochini vari, o alchimie varie che tolgano al popolo sovrano il diritto di esprimere da chi vuole essere governato. In questo caso la maggioranza è chiara, quella uscita dalle elezioni del 2008. Se la maggioranza viene meno, non c’è altro rimedio che tornare al popolo sovrano, cioè le elezioni politiche, che si possono fare in qualsiasi momento dell’anno».
 
Il ministro dell’Interno ha accuratamente evitato di entrare nei tecnicismi, anche se ha ribadito l’assioma secondo cui, finita una maggioranza, si deve subito tornare al voto. In realtà – come abbiamo già spiegato più volte – è una balla che non sta scritta da nessuna parte: Costituzione alla mano, è il capo dello Stato a decidere ogni volta se si deve tornare dagli elettori. Generalmente lo fa dopo aver verificato che in Parlamento non si riesce a trovare una maggioranza che sostenga un governo. Maroni in realtà oggi ha sostenuto la versione soft, quella meno radicale, che si limita a chiedere nella contingenza odierna, le elezioni immediate partendo dal (giusto) presupposto che in Parlamento non si riuscirà a trovare una maggioranza che possa sostenere un qualsiasi governo. Insomma, a lui si può solo imputare di aver sorvolato sul ruolo di Napolitano.
 
Non per niente sono le parole di Alfano a preoccuparci, per una serie di motivi. Il guardasigilli ha innanzitutto dato prova di aver appena iniziato a leggere la Carta, dato che gli articoli 3 e 138 non sa cosa siano (altrimenti non avrebbe messo la sua firma sul lodo cassato dalla Consulta). Poi  ha evidenziato di essersi stancato subito, non avendo evidentemente concluso la lettura del primo articolo: dopo la tanto citata frase «la sovranità appartiene al popolo», è infatti scritto che ‘sto maledetto popolo «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», non alla cazzo insomma. Infine ha dimostrato di essersi dimenticato del ribaltone del 1995, quando il Berlusconi premier finì all’opposizione assieme a tutta la sua maggioranza per lasciar spazio al governo Dini, sostenuto da quella che era l’opposizione e dall’ex alleato berlusconiano, la grande maestra di coerenza, la Lega. È vero, questa gente qui considera Scalfaro un golpista. Ma solo perché – come ha dimostrato anche oggi Alfano – ignora la Costituzione.
 
Su queste pecche – anche se gravissime per un ministro – potremmo anche sorvolare. Alfano ci ha infatti allarmato con altri pensieri. Quando ha detto che «il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono», il ministro ha illustrato il meccanismo di uno Stato che non è l’Italia. Da noi per ora gli elettori non scelgono chi governa, ma chi li rappresenta. Sono infatti i parlamentari ad indicare con la fiducia chi governa (sempre se il presidente della Repubblica è d’accordo). Non per niente siamo in un Repubblica parlamentare, che è ben diversa dal governo neoparlamentare prospettato da Alfano.
 
Questa è la chiave di volta del ragionamento: ai berluscones la Costituzione così com’è non va. Il loro massimo sogno infatti è sottomettere il legislativo all’esecutivo, ribaltando così i rapporti di forza sanciti invece dalla Carta, per portare l’Italia verso il populismo più spinto. Vi chiedete il perché? Semplice: solo così il Cavaliere e i suoi sodali potranno liberarsi dalle catene che mamma Costituzione ha imposto. Se il legislativo sottosta all’esecutivo, tutti i desiderata del premier diverranno realtà. Dunque – e questo spiega tutto – anche quelli incostituzionali: basterà cambiare la Costituzione, cosa ad oggi difficile per le leggi di buon senso, impossibile per quelle spudoratamente faziose (altrimenti il suddetto lodo Alfano sarebbe stato approvato per via costituzionale).
 
Ecco perché la Lega sta facendo da stampella al Pdl. Ed ecco perché è partita la campagna congiunta contro i governi tecnici in realtà consentiti dalla Carta: è questa il vero obiettivo degli attacchi della pseudo-destra nostrana, che ora – sempre con l’arma preferita di Berlusconi, le tv – sta ammaestrando il popolo.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
14 agosto 2010
I maiali populisti incoerenti

È molto istruttivo lasciare passare qualche giorno senza scrivere per poi riprendere in mano quanto avvenuto durante il “silenzio stampa”: ti rendi conto che solo ad elencare le baggianate dichiarate dai nostri politici in questo lasso di tempo non basterebbe un libro. Quando lo fai, operando una selezione delle frasi per ovvi motivi di spazio, ti sorge in automatico una domanda: da che gente ci stiamo facendo guidare? Certamente – e questa è la tragica conclusione – anche da dei personaggi che fingono di ignorare la Costituzione per fini più preoccupanti.

In questi giorni è addirittura dovuto intervenire Napolitano – quello che ha promulgato il lodo Alfano e il legittimo impedimento – per ricordare alle teste calde della maggioranza che chi decide se andare o meno ad elezioni è il presidente della Repubblica e non un pregiudicato per finanziamento illecito che inneggia ad inesistenti stati nel Nord, un piduista capogruppo del Pdl alla Camera o uno Schifani qualunque, sul punto già recidivo (era il 17 novembre scorso quando se ne uscì con la frase «Se la maggioranza è divisa, si torni al voto»).
 
Ed è stato sempre il capo dello Stato a dover ricordare che un eventuale governo tecnico – che, allo stato attuale, è semplicemente un’utopia – non rappresenta un golpe: esso infatti può andare avanti solo se ha la fiducia dei parlamentari, i rappresentanti del popolo. Purtroppo tali ovvietà in Italia sono considerate come cose fantascientifiche o – nel caso di quel pover’uomo che risponde al nome di Stracquadaniocomuniste.
 
Urge evidentemente un piccolo ripasso dei meccanismi alla base della nostra Repubblica: i cittadini italiani eleggono i parlamentari, non il capo del governo, nominato infatti solo dal presidente della Repubblica (art. 92), l’unico che può sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni (artt. 87 e 88) e che a sua volta viene eletto solo dai suddetti parlamentari (art. 83). Insomma, come ha ribadito Napolitano, non possono esistere governi che non siano politici. Il concetto, per uno che ha studiato anche solo vagamente la Costituzione, è semplice.
 
Ciò detto, bisogna stare attenti: i personaggi di cui sopra stanno solo fingendo di ignorare questi basilari principi. Le loro dichiarazioni infatti sono mirate ad un progetto ben preciso: far passare nella testa dei loro supporters il modello populista-plebiscitario di stampo fascista per abituarli all’idea. Ecco perché non c’è giorno in cui uno dei berluscones più o meno doc non ribadisca questi concetti, alla base del totalitarismo: a forza di sentirselo ripetere a reti unificate, il popolo bue comincerà a crederci, dimenticandosi delle sacrosante parole scritte nella Carta.
 
Già, il popolo, quella massa indefinita che purtroppo allo stato attuale sostiene ancora questa maggioranza. Il popolo soprattutto berlusconiano e leghista dunque. Quest’ultimo tornato ancora una volta alla ribalta grazie a Bossi: a sentire sbraitare il Senatur, te lo immagini sempre lì che aspetta, ovviamente armato, di fare un po’ di rumore («Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell’operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate», oggi), anche se in maniera democratica («La Lega fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c’è democrazia nel Paese, la portiamo noi», 31/07/10).
 
Senza di esso e quindi senza il partito padano, probabilmente Berlusconi e il berlusconismo sarebbero già un ricordo. Ha infatti ragione Bossi quando dice che «la maggioranza la determina la Lega», è sempre stato così. Anche quando ha perso, nel 2006, il Carroccio è risultato decisivo nell’indicare la maggioranza: è bastato il porcellum di Calderoli per rendere ingestibile la legislatura, proprio quel porcellum per il quale siamo qui a parlare della possibilità del governo tecnico, che entrerebbe in carica solo per cassarlo.
 
Dunque, bisognerebbe depotenziare la Lega. In realtà basterebbe solo volerlo, gli argomenti per riuscirci ci sono tutti. Puoi parlare di legalità elencando gli inquisiti del Nord e dei venditori di fumo con le riforme promesse ma mai andate in porto. Oppure puoi basarti sull’incoerenza.
 
Parlando di questo fantomatico governissimo ad esempio, sarebbe interessante mettere a confronto la posizione odierna dei padani («L’idea di un governo tecnico è fuori dal mondo») con quella del 1995, quando fu proprio il Carroccio a far cadere Berlusconi: all’epoca Bossi&co. non si strapparono i capelli per il mancato ricorso alle urne e per la nomina del governo tecnico guidato da Lamberto Dini, tant’è che gli diedero la fiducia e l’appoggio esterno. Altri tempi, evidentemente. Fatalità però erano gli stessi in cui anche loro – come in questi giorni i finiani – si rifacevano alle carte poi usate da Marco Travaglio, risultando peggio dei dipietristi di oggi.
 
Il materiale per contrastare la retorica leghista c’è, ed è anche parecchio. Se poi ci fosse un’opposizione che lo utilizzasse, sarebbe anche meglio. Già, un’altra utopia, come il governo tecnico che almeno ripristinasse le preferenze nella legge elettorale per riportare l’Italia nel solco delle democrazie e fermare la deriva populista.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
31 marzo 2010
L'ordine del padrone: ridimensionate Bossi

Sul fatto che i rapporti nella maggioranza siano destinati a cambiare dopo il risultato delle regionali non c’è alcun dubbio. A confermarlo ad appena 48 ore di distanza dal voto ci ha pensato l’house organ per eccellenza del Pdl, Il Giornale.

Il quotidiano di Feltri infatti con l’articolo odierno intitolato «Ma neanche il Carroccio guadagna voti» ha evidenziato la fifa che il Cavaliere ha nei confronti della Lega che, avendo superato lo storico traguardo del 12% a livello nazionale, ha mostrato i muscoli. Tutto il pezzo – che doveva analizzare lo studio sui flussi 2005-2010 dell’istituto Cattaneo di Bologna – ha cercato di dimostrare come l’avanzata dei padani non debba preoccupare il partito dell’amore. Incipit perentorio: «La Lega ha vinto le regionali, eppure non ha guadagnato elettori. Anzi, rispetto alle europee del 2009 ne ha persi. Duecentomila per la precisione».
 
L’argomentazione è semplice: non si devono guardare le omologhe elezioni regionali del 2005, quando il Carroccio – è costretto ad ammettere Il Giornale – prese 1.370.000 voti in meno rispetto a quelli dell’ultimo week end, bensì i dati delle europee dell’anno scorso. Già, perché «cinque anni sono tanti, l’Italia nel frattempo è cambiata», urge quindi un confronto «politicamente più significativo», appunto con la tornata elettorale dell’anno scorso. Segnatevela bene la parola «politicamente»: è la chiave di tutto l’articolo.
 
Prosegue infatti Il Giornale: «E il quadro cambia. Scivolano tutti i partiti. Oltre alla Lega, Di Pietro che vede svanire 477mila schede, il Pd 1.200.000, l’Udc di Casini 400mila, mentre il Pdl ben 3.222.000, che diventano 2.600.000 circa, sottraendo i 600mila del Lazio. Un arretramento ampio, che però non impedisce al Popolo della Libertà di essere il primo partito in 8 delle 13 regioni in cui si è votato. Giù tutti, insomma. E su l’astensionismo». Sembra di risentire il tipico discorso della politica italiota «tutti colpevoli, nessun colpevole». La Lega mostra una preoccupante ascesa che potrebbe farle venire in mente di ricattare (ulteriormente) Berlusconi? Nessun problema, ci pensa il notoriamente indipendente quotidiano di via Negri a tranquillizzare i sonni dei berluscones: tutti i partiti in realtà hanno diminuito i consensi, basta confrontarli con le altre elezioni.
 
A questo punto sorgono almeno tre quesiti: perché il confronto va fatto con le europee, che si sono svolte a livello nazionale, e non con le votazioni regionali precedenti? I 200.000 voti persi dalla Lega rispetto alle europee sono anche solo lontanamente equiparabili ai 2.600.000 (ad essere buoni lasciando da parte la regione della Polverini) lasciati per strada dal Pdl? E il fatto che dal confronto tra il saldo dei voti del partito di Bossi (+ 1.370.000) e quello di Berlusconi (-1.000.000 o -600.000 se si esclude il caso particolare del Lazio) rispetto al 2005 risulti un clamoroso spostamento di voti verso i leghisti non vuol dire proprio nulla?
 
Bisogna avere proprio delle belle fette di prosciutto (o Mortadella?) sugli occhi per affermare che il Pdl non si deve minimamente preoccupare del risultato elettorale. Soprattutto perché stiamo parlando di numeri, quelle strane entità che – come disse quel noto comunista di Sacconi il 13 maggio 2009 – «non sono opinabili». Già, ci siamo dimenticati che stiamo parlando de Il Giornale, ovvero del quotidiano ufficialmente del fratello dell’uomo destinato a sconfiggere il cancro nei prossimi 3 anni e che, in fatto di numeri, lo scorso 20 marzo ha riempito piazza San Giovanni con oltre un milione di persone.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
30 marzo 2010
Svolta a destra, dritto contro un muro

Dopo il risultato delle elezioni regionali, possiamo solo prendere atto di essere completamente lontani dal tanto vituperato “popolo”. C’è poco da dire: siamo a milioni di anni luce dal sentire del cittadino medio o quantomeno maggioritario. Ci sono però 3 aspetti di questa tornata elettorale che, nel nostro piccolo, vorremmo mettere in risalto, visto soprattutto che nessuno sembra volerli minimamente analizzare.

IL VENDITORE DI FUMO FUMATO. C’è un dato che sembra sfuggire ai più, il crollo del Pdl. Dopo il record delle politiche del 2008 (37,39% alla Camera, 38,17% al Senato), il partito di Berlusconi ha infatti fatto registrare un significativo e autoevidente calo di consensi: alle europee del 2009 – nonostante le aspettative del Cavaliere, che il 18 marzo sparò un iperbolico 42,1% – il partito dell’amore si è fermato al 35,26%, scendendo ulteriormente in queste ultime consultazioni, attestandosi a livello nazionale solo al 26,78%. Cosa sta succedendo al più grande piazzista di tutti i tempi? Com’è che ora il Pd è staccato dello 0,5% (26,10%)? Qualcuno ci dirà che in realtà si tratta solo di un passaggio di voti dal Pdl alla Lega. Verissimo. Però la cosa non può essere spiegata solo col fatto che Veneto e Piemonte hanno presentato candidati governatore leghisti, visto che il trend fotografato da queste elezioni era già in atto da tempo. Vien da pensare che in realtà l’alleato di governo stia facendo le scarpe al Silvietto nazionale, sfruttando proprio la sua arma migliore: la comunicazione. Sarà che i padani parlano chiaro, sarà che si rivolgono alla pancia del solito “popolo”, fatto sta che la Lega rispetto all’8,3% della Camera e all’8,06% del Senato del 2008 ora rappresenta il 12,28% degli italiani. C’è da chiedersi se il lavaggio del cervello fatto dalla tv italiana/berlusconiana nell’ultimo quindicennio non stia appiattendo a tal punto l’elettroencefalogramma del “popolo” da non permettere di capire i già semplicissimi ragionamenti del grande comunicatore di Arcore («Volete più tasse?»), facendo preferire nella cabina elettorale gli ancor più primordiali slogan leghisti («Padroni a casa nostra»), che almeno hanno il pregio di non sfociare nel ridicolo più infimo, come il «vogliamo anche vincere il cancro» di berlusconiana memoria.
Questo exploit leghista, è meglio dirlo subito, non ci lascia tranquilli. È infatti inevitabile che gli equilibri all’interno della maggioranza cambino, checché ne dicano i buffoni di corte del Pdl, che negano ancora il problema Fini. Bossi, per dire, ha già rivendicato la poltrona da sindaco di Milano, La Russa l’ha già stoppato. E sono passate solo 24 ore dal voto. Che la Lega abbia questa tendenza ricattatoria, è un dato di fatto. È del 16 aprile 2009 il versamento del riscatto berlusconiano più celebre: per garantire la durata del governo, il premier più ricattabile degli ultimi 150 anni versò il pizzo gentilmente richiesto dal Carroccio. Cedendo alle pressioni padane con un «La Lega avrebbe fatto cadere il governo», Berlusconi rifiutò l’appoggio al referendum che avrebbe modificato la legge elettorale eliminando il peso specifico della Lega nella coalizione. Se già allora la Lega era adusa a questi ricatti, figuriamoci ora che guida due regioni e ha visto moltiplicare i suoi voti rispetto al crollo verticale di quelli pidiellini. Dunque niente di buono sembra profilarsi, visti i desiderata più xenofobi che spesso animano gli amici di Cota e Zaia.
 
PARTITO DISASTRATO. Prendiamo a prestito questa definizione del maggior partito di opposizione data dal Fatto quotidiano per provare a descrivere la situazione che caratterizza il centrosinistra dopo il voto. Come si può sciogliere diversamente la sigla del Pd se, dopo essere passati da un 11 a 2 a un 7 a 6, si sente dire da quello che dovrebbe essere il suo leader «non intendo cantare vittoria ma neanche accettare una descrizione dei fatti che assomiglia a una sconfitta nostra e del centrosinistra»? Non è un partito disastrato quello che ha fatto di tutto pur di non candidare Nichi Vendola in Puglia? Se le persone che stavano per far perdere anche la Puglia non vengono mandate a casa e anzi vengono premiate, non siamo di fronte a un partito destinato a perdere per sempre? Come lo definiamo un partito che, al posto di fare una seria autocritica, addossa agli altri i suoi problemi, attaccando per la sconfitta in Piemonte neonati partiti che hanno raggiunto il 3%? Cosa vogliamo dire di un partito che per risolvere la questione morale della Campania presenta un candidato governatore condannato in primo grado (poi prescritto) e rinviato altre due volte a giudizio? Ne vogliamo parlare?
 
ASTENSIONE E NOVITÀ. 64,21% contro il 72,01%: l’astensione rispetto al 2005 è salita del 7,9%. Il dato fa riflettere, ma non il sempre ottimo Schifani che, dimentico di non essere più un uomo di Berlusconi, lo ha commentato dicendo che «i cittadini italiani si sono stancati degli eccessi di litigiosità nel mondo della politica del nostro Paese, delle tensioni e dei veleni. Vorrebbero una democrazia più serena, più pacata e più concreta nell’affrontare i problemi su cui ci si confronta quotidianamente in Parlamento». Già, i problemi degli italiani affrontati in Parlamento… Come il legittimo impedimento, il processo breve, l’immunità parlamentare, il blocco delle intercettazioni, la controriforma della giustizia. Che, lo ribadiamo, non sono i motivi dell’aria scontrosa che si respira in Italia, bensì i problemi dei cittadini. In risposta al presidente del Senato verrebbe da urlargli lo slogan del V-Day del 25 aprile 2008 di Beppe Grillo.
Già, Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 stelle, la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Non ci addentriamo in sterili elucubrazioni su questa ventata di novità, ci limitiamo ad esporre il dato che questa esperienza incontrovertibilmente ha portato alla luce: a seconda di come ci si informa, si sceglie cosa, come e se votare. Chi ha votato il MoVimento non guarda la tv, o quantomeno la disprezza, questo è fuor di dubbio, esattamente come il fatto che l’utilizzo di internet di questi elettori (6% in Emilia) sia ben oltre la media degli altri elettori italiani. Il fatto che un partito che senza mai comparire in tv abbia raggiunto un tale successo, non può che farci ben sperare.
 
Conclusione di tutto questo discorso: tante belle parole che nascondono sotto un pessimismo ben radicato sprazzi di speranza. Per cancellarli basta pensare che a Brescia la celebre trota Renzo Bossi ha ottenuto 12.893 preferenze, venendo così eletto consigliere regionale: se gli italiani votano uno che ha passato la maturità al quarto tentativo, come possono capire che una prescrizione non è un’assoluzione, che la mafia non è solo un gruppo di contadini siciliani analfabeti, che il debito pubblico non è un’invenzione dei disfattisti, che a seconda degli investimenti nelle scuole cambia il futuro del Paese? Che, insomma, in Italia serve una ribellione?
 
Alessandro Bampa
 
Comunicazione di servizio: il blog verrà aggiornato con meno frequenza ma con articoli più lunghi, nel tentativo di unire l’esigenza di uno sfogo ad una maggiore riflessione sull’approccio ai temi.
POLITICA
3 marzo 2010
Quando penso ai vari Formigoni...

«Qui sta per saltare il coperchio sulla pentola»: è sempre il caso di ricordarsi della frase di Paolo Mieli pronunciata ad Annozero l’11 febbraio scorso. Anche perché se non la si tiene presente è difficile mettere in fila i fatti quotidiani rimanendo seri e rispettando la logica.

Razionalmente parlando, come si può accettare che Fabrizio Cicchitto – in riferimento ai respingimenti delle liste Pdl in Lazio e Lombardia – parli di elezioni che «corrono il rischio di essere falsate con conseguenze gravissime per la nostra democrazia» dall’alto della sua tessera P2 2232? Da quando i garanti della democrazia sono (ufficialmente) i piduisti?
 
Razionalmente parlando, cosa possiamo dire di Maurizio Gasparri, che oggi al tg1 ha detto che «i valori fondamentali della Costituzione e della democrazia, il diritto alla partecipazione democratica di milioni e milioni di italiani di tante regioni devono prevalere sul timbro tondo o quadrato: è in gioco la democrazia stessa»? L’esclusione dalle elezioni è dettata da una questione di timbri o da irregolarità certificate? Quanto alla partecipazione democratica, c’è qualcuno che nel week end consultivo si metterà davanti all’entrata dei seggi elettorali di Roma e Milano bloccando gli elettori del Pdl? No, semplicemente non ci saranno le liste irregolari: il diritto di voto è garantito per tutti.
 
Razionalmente parlando, con Gasparri è sembrato quasi di risentire l’incredibile presidente del Senato Renato Schifani che ieri, con la sua celebre imparzialità, aveva invitato a far prevalere «la sostanza sulla forma quando la forma non è essenziale». Già, a noi che ce ne frega dei regolamenti? Detto da un ex avvocato di mafiosi – una delle categorie di criminali che più a beneficiato di cavilli giuridici assieme al nostro premier – poi, è proprio il massimo.
 
Razionalmente parlando, come commentiamo l’uscita odierna di Calderoli, secondo il quale «serve una risposta politica ai furbi che cercano vittorie a tavolino»? Non è che il ministro per la Semplificazione – cioè quello che doveva tagliare anche i bizantinismi elettorali – sta invocando la famosa “leggina”? No, perché solo ieri il suo collega di partito e di governo Maroni ha detto che «non si possono cambiare le regole, non c’è spazio per un provvedimento d’urgenza da parte del Governo».
 
Razionalmente parlando, cosa dobbiamo pensare di questa frase: «Non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto»? Se poi l’ha detta un ex (?) fascista come La Russa, come ci dobbiamo comportare? E se poi La Russa è lo stesso che domenica scorsa allo scoppio del caso laziale lasciava da parte le toghe parlando solo di «grande leggerezza» da parte dei pidiellini addossando loro tutte le colpe, cosa dobbiamo attenderci da questa svolta? Un’allegra scampagnata di gente vestita di nero fino a Roma?
 
Razionalmente parlando, tutti i personaggi appena citati cosa pensano di Umberto Bossi, che ieri molto semplicemente ha definito i funzionari del Pdl «dilettanti allo sbaraglio», senza evocare alcun complotto? E cosa pensano – soprattutto Calderoli – della Padania, che ieri intervistava il segretario nazionale della Lega lombarda Giorgetti, che se n’è uscito fuori con la frase «il Pdl impari come si fa politica con passione e competenza»?
 
In conclusione, razionalmente parlando, se i nostri finti rappresentanti arrivano perfino a giocarsi definitivamente la credibilità rilasciando dichiarazioni che si contraddicono tra loro nel giro di poche ore; se i nostri politici sono anche pronti a fingersi schizofrenici pur di rimanere al potere; se i nostri “eletti” sono addirittura disposti a mandare ad una nazione (già di suo adusa alle furbate) il devastante messaggio dell’inutilità delle leggi pur di stare attaccati alla poltrona, non è che forse davvero hanno una fifa boia del tanto evocato popolo e le stanno provando veramente tutte per rimanere in sella, avendo percepito che «qui sta per saltare il coperchio sulla pentola»?
 
Alessandro Bampa
POLITICA
30 novembre 2009
Castelli, ecco perché Berlusconi potrebbe essere mafioso

«Mi sembra di vedere dei pentiti telecomandati per colpire un governo che sta dando veramente fastidio alla mafia». A ripetere la litania imposta da Berlusconi ai suoi fedelissimi è stato oggi Roberto Castelli. Non contento di essersi fatto ridere dietro con la proposta di ieri della croce nella bandiera italiana, il viceministro ci ha riservato l’ennesima perla di saggezza: Berlusconi non ha nulla a che fare con la mafia ed è al centro di un complotto ordito dai pm che guidano i pentiti, nonostante l’attuale governo stia annientando la mafia. Balle.

Sul Berlusconi mafioso invitiamo Castelli ha rileggersi le seguenti dichiarazioni del suo leader Umberto Bossi: «Quel brutto mafioso che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina» (Corriere della Sera, 15 Settembre 1995); «Berlusconi è un mafioso, lo dichiaro ufficialmente… Berlus-Cosa nostra» (La Repubblica, 16 Giugno 1998); «La Padania, con quel titolo che diceva "Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi!" è andata fin troppo leggera. Doveva andare più a fondo con quelle carogne legate a Craxi» (Ansa, 21 Agosto 1998); «Berlusconi è un palermitano che parla meneghino. Bisognerebbe sapere le radici, la sua storia. Gelli fece il progetto Italia e c’era il buon Berlusconi nella P2. Poi nacquero le holding italiane di Berlusconi, di cui parte sembrano addirittura occulte. Come potrà mai la magistratura fare il suo dovere e andare a vedere da dove vengono quei quattrini, ricordando che la mafia quei quattrini li fa con la droga e che di droga al Nord son morti decine di migliaia di ragazzi che ora gridano da sottoterra. Berlusconi è molto peggio di Pinochet» (TelePadania, 11 Novembre 1998); «Peccato che lui sia un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora… Il Nord lo caccerà via. Di Berlusconi non ce ne fotte niente. È un palermitano nato nella terra sbagliata. È un palermitano che parla meneghino, è il meno adatto a parlare di riforme. L’unica riforma che veramente sta a cuore a Berlusconi è che non vengano toccate le sue televisioni. Invece io dico che bisogna portargliele via, perché le sue televisioni sono contro la Costituzione. La prima riforma da attuare è quella di mettere in circolazione l’informazione. Berlusconi è tutto tranne che democratico… Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Ce lo spieghi, il Cavaliere. Dalle finanziarie della mafia?» (La Padania, 11 Novembre 1998).
 
Già che ci siamo, rinfreschiamo la memoria di Castelli su cosa pensava sull’attuale premier anche il suo amico Roberto Calderoli: «L’arresto di Marcello Dell’Utri conferma i pesanti coinvolgimenti giudiziari del vertice Fininvest, degli uomini più vicini a Silvio Berlusconi. Non sono diffamatorie le accuse che la Lega ha rivolto pubblicamente a personaggi che con il loro operato si sono posti fuori dalla politica, fuori dalla morale e fuori dalla legge. L’arresto di Dell’Utri a Torino dimostra l’infondatezza della presunta persecuzione che subirebbe Silvio Berlusconi per colpa di certi giudici che agirebbero senza prove. Mani pulite non è finita, anzi per la Fininvest e per Berlusconi è appena iniziata» (Ansa, 26 Maggio 1995); «Inquietanti ombre si stagliano sulla politica italiana e su cosiddetto rinnovamento. C’è chi si candida alla guida del Paese nonostante sia imputato di reati gravi. C’è chi ha fondato un partito giudicato appetibile ed utile, per quanto riferito nei processi di mafia in corso, agli interessi dei vertici del crimine organizzato di stampo mafioso. Sono segnali gravi che vanno a coincidere con la richiesta presentata al processo a Milano, richiesta paradossale quanto incredibile. Le alternative in questi casi sarebbero: addirittura accelerare il corso del processo prima che il popolo possa esprimere il voto perché abbia cognizione di chi si propone alla guida nel Paese non solo sotto l’aspetto politico, ammesso che ce ne sia uno, ma sotto l’aspetto giuridico; oppure anche solo una fantasia: rinviare le elezioni e non il processo per accertare prima e non dopo se ci si trovi di fronte a uno statista o a un tangentista» (Ansa, 20 Febbraio 1996).
 
Se non bastasse, richiamiamo anche la dichiarazione di Roberto Maroni del 13 aprile 1999: «La richiesta d’arresto per Marcello Dell’Utri è legittima, fondata e non persecutoria: l’ho valutata con attenzione e anche con sofferenza, ora si può decidere in piena coscienza. Sullo sfondo si intravvede lo specchio di Cosa Nostra, lo spettro della mafia».
 
Passando alla seconda parte della farneticazione di Castelli, il complotto delle toghe che vogliono accusare Berlusconi di essere mafioso, non possiamo fare altro che ribadire che i sospetti dei pm (per ora solo ipotetici, vista l’assenza di un’indagine sul premier) sono quantomeno comprensibili. Il Cavaliere infatti non ha mai fatto niente per smentire i fatti che gli potrebbero essere contestati: si è messo in casa un mafioso e ha continuato a sentirlo nonstante le bombe che gli ha piazzato davanti casa e i sequestri che gli organizzava durante le cene in villa; non ha mai chiarito da dove gli siano arrivati i soldi che gli hanno permesso di intraprendere la sua carriera edilizia e televisiva; ha sempre pagato il pizzo senza mai denunciare le estorsioni; non ha ancora spiegato come mai Provenzano nel 1994 (lo chiama «onorevole») gli abbia spedito una lettera con la quale gli chiedeva una delle sue tv per evitargli un «triste evento».
 
Infine, sul governo che batterà la mafia, riconoscendo gli arresti eccellenti portati avanti da questo esecutivo, non possiamo sorvolare su alcune leggi approvate e su altre ancora in cantiere che favoriranno evidentemente la mafia. Ci riferiamo allo scudo fiscale che rimpinguerà le casse di Cosa Nostra e compagnia bella, alla legge che eliminerà le intercettazioni e all’obbligo di organizzare aste pubbliche per la vendita dei beni confiscati alla mafia che così, tramite prestanomi, se li riprenderà (lo ha sostenuto perfino Piero Grasso, non proprio una toga rossa).
 
Se Castelli riuscisse a confutare con dei fatti queste affermazioni, gliene saremmo grati. Ci libererebbe dall’angoscioso dubbio di essere governati da un mafioso.
 
AB

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POLITICA
18 agosto 2009
Fratelli coltelli

«Oggi ho rilasciato un’intervista e ho detto che per Bossi ho un amore fraterno, ed è vero». A pronunciare queste parole è stato ieri sera – davanti anche ai giornalisti Mediaset a San Siro dopo la partita Milan-Juventus valida per il trofeo Luigi Berlusconi – Silvio Berlusconi, patron del Milan e di Mediaset e presidente del consiglio italiano. L’intervista di cui parla il Canagliere è quella che ha gentilmente concesso al settimanale Chi, diretto da Alfonso Signorini e di sua proprietà.

Lasciando per il momento da parte il resto dell’ennesima intervista annunciata a reti unificate, i vari conflitti d’interesse qui solo accennati e facendo solo notare come si stia sempre più delineando la deriva del giornalismo italiano – le notizie politiche sono sempre più oggetto di giornali di gossip –, è il caso di soffermarsi sulla frase di ieri di Berlusconi, cercando di definire meglio questo «amore fraterno» che lo lega alla Lega. A chiarire quale sia questo legame sentimentale possono aiutare altre esternazioni amorose del Canagliere nei confronti di Umberto Bossi, ad esempio alcune di quelle contenute nel libro Le mille balle blu di Gomez e Travaglio.
 
Ecco alcune delle carinerie berlusconiane rivolte al Senatur: «Io sarei il vero leader della Lega, non quello scemo di Bossi» (citato da Eugenio Scalfari, Repubblica, 18/02/94); «Bossi è la Wanna Marchi della politica italiana» (06/04/1994); «Bossi è inaffidabile» (a La Stampa, 2/06/94); «Bossi? Solo un santo come me può non mandarlo al diavolo» (23/07/94); «Bossi parla come un ubriaco da bar» (15/08/94); «Bossi è un Giuda traditore» (16/12/94); «Bossi ha una personalità doppia, tripla e forse anche quadrupla» (discorso alla Camera, Ansa, 21/12/94); «Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricettatore, truffatore, traditore, speculatore» (21/12/94); «Quando Bossi mi accusa di peronismo, pensa alla birra Peroni» (23/12/94); «Ormai è un cadavere politico» (14/01/95); «Uomo dalla personalità complessa e dalla mentalità dissociata» (20/01/95); «Traditore, Giuda, pataccaro della politica, ladro con scasso di voti» (27/01/95); «Io non mi siederò mai più allo stesso tavolo con Umberto Bossi. È totalmente inaffidabile, un monumento di slealtà. Non appoggerò mai più un governo che sia appoggiato anche da Bossi. La mia chiusura non è verso la Lega, ma verso il signor Bossi» (02/02/95); «Ormai per Bossi sono quello che erano gli ebrei per Hitler» (13/02/95); «Bossi è un dissociato mentale, uno sfasciacarrozze» (25/02/95); «Bossi è un folle che fa dichiarazioni folli. Sembra che sia normale, invece è completamente folle» (Ansa, 20/07/95); «Al programma di FI aggiungeremo la riapertura dei manicomi, così daremo una casa a Umberto» (26/07/95); «Bossi con il lavoro non ha molta dimestichezza, non può certo dargli del tu, né del lei, né del voi, visto che non l’ha mai frequentato» (14/09/96); «Bossi? Un balordo da bar» (28/01/99).
 
Da cittadini italiani, dato il miele che trasuda da questi pacati elogi verso l’attuale ministro per il federalismo, ci sarebbe da augurarsi una tra queste possibilità:
 
a) il Bossi di queste frasi non è lo stesso di cui ha parlato Berlusconi ieri sera, ma un omonimo o al massimo un parente che rappresenta la pecora nera dell’intera famiglia Bossi (magari quella trota di Renzo...).
 
b) Berlusconi all’epoca di queste dichiarazioni era effettivamente infuriato con Bossi ma, ovviamente, non per il ribaltone, causato notoriamente dalle toghe rosse. Nel caso, si aspettano motivazioni per il linguaggio usato all’epoca, sollecitate magari da qualche giornalista...
 
c) Berlusconi all'epoca si riferiva proprio al famoso Umberto Bossi che - e questa potrebbe essere una notizia - è un assiduo frequentatore di bar e manicomi ma che, quando è sobrio, è il migliore ministro del mondo e non tradisce mai.
 
d) Berlusconi usa le stesse parole per il fratello di sangue Paolo in quanto autentico mattacchione, troppo spesso frainteso dai giornali comunisti (il 99,9% del totale).
 
Attendendo una risposta da qualcuno, ci godiamo le continue esternazioni berlusconiane, sempre più esilaranti, se non fossero pronunciate da un presidente del consiglio.
 
AB

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POLITICA
7 luglio 2009
La scoperta dell'acqua calda: la Lega è anche razzista

Oggi grazie alle prova canora di Salvini – il celtico beccato a cantare «Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani: son colerosi e terremotati; col sapone non vi siete mai lavati...» – si è scoperto che gli esponenti della Lega si basano sull’ ideale che vuole l’esistenza delle razze, diverse anche dal punto di vista qualitativo: quella padana è la migliore. Dove sta la novità? In teoria, da nessuna parte: è noto il fatto che la Lega sia anche un movimento xenofobo e razzista.

Come si possono giustificare altrimenti alcune uscite di Calderoli («Dare il voto agli immigrati, non mi sembra il caso, un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano sugli alberi, dai»; «Che gli immigrati tornino nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla con le scimmie, ma a casa nostra si fa come si dice a casa nostra!»; «Quella della Nazionale di calcio ai mondiali è una vittoria dell’identità italiana, di una squadra che ha schierato lombardi, napoletani, veneti e calabresi e che ha battuto una squadra, la Francia, che, per ottenere risultati, ha sacrificato la sua identità schierando negri, musulmani e comunisti»; «Adesso basta con Noemi!  Primo è di Napoli... E poi l’è gnanca tant bela»)? E quelle di Borghezio («Noi che siamo celti e longobardi, non siamo merdaccia levantina o mediterranea, noi: la Padania bianca e cristiana, quelli di Lepanto, con le bandiere, nel cuore crociato, noi che non diventeremo mai islamici, noi, noi seguaci di Bossi, noi, solo noi!»)?
 
La Lega è anche questa roba qui, in teoria dovrebbero saperlo tutti: nessuno dovrebbe scandalizzarsi per le parole di Salvini (che ora prova a prenderci per i fondelli annunciando le dimissioni dalla Camera, in realtà un atto dovuto per andare a fare l’europarlamentare a Bruxelles, vista l’incompatibilità stabilita per legge). Soprattutto non dovrebbero stracciarsi le vesti i suoi alleati, tipo La Russa, la Mussolini e Bocchino: la Lega si è sempre presentata come un partito contro il Sud, visto solo come «palla al piede», sempre per usare le parole di Borghezio. L’indecenza semmai è che un rappresentante del Parlamento italiano offenda pubblicamente una parte della Repubblica, visto anche che il suo partito fa parte della coalizione di maggioranza.
 
Anche in questo caso però non stiamo parlando di niente di nuovo: il leader della Lega infatti è stato condannato definitivamente a 1 anno e 4 mesi (poi commutati in 3.000 euro di multa, interamente coperti da indulto) per vilipendio alla bandiera italiana per aver dichiarato nel 1997 «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Ed è destinato al processo per lo stesso reato per aver detto, sempre nel 1997, la seguente frase: «Il tricolore lo metta al cesso, signora... Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore»; e il solito Borghezio è anche quello che al Parlamento Europeo interruppe il discorso del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi urlando «Italia, Italia, vaffanculo!».
 
Su questo punto però ci sarebbero da fare un paio di riflessioni: come può un partito che aspira alla secessione stare al Parlamento italiano, per giunta con la maggioranza? Come crede di modificare l’assetto costituzionale dello Stato, che ha nella sua Carta frasi come «la Repubblica, una e indivisibile [...]» (Art. 5) e «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale» (Art. 139)? Come può la destra nostrana conciliare il nazionalismo di An e della Mussolini con il secessionismo della Lega? Misteri della fede, forse giustificabili con la sete di poltrone.
 
Un fatto comunque è sicuro: la Lega rispetta ciò che ha sempre detto. Non è ipocrita, non si maschera, non fa discorsi di facciata. Ha sempre creduto nelle razze, e lo fa tuttora. Non è, insomma, il Pdl, quel partito che da una parte si batte per salvaguardare i principi cristiani e dall’altra si fa guidare da un due volte divorziato; quel partito che oggi registra un’altra separazione nelle sue file, quella di Bondi che, incredibile a dirsi, ha divorziato: un altro mistero della fede, esattamente come il matrimonio di Bossi, sposato – ovviamente in seconde nozze, in pieno stile cristiano – con una siciliana di Favara (Agrigento).
 
AB

 


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POLITICA
19 marzo 2009
Amico è...

«Berlusconi è un amico»: Bossi ha rassicurato così il Paese sul suo rapporto col premier, dopo le scaramucce sulla lettera dei 101 deputati del Pdl che non condividono alcune leggi del ddl sulla sicurezza.

Dopo questa schiarita, approfondiamo cosa intende Bossi con “amico”, col sillogismo “se Silvio è un amico, l’amico è...”. Basta prendere alcune sue dichiarazioni:
«Una volpe infida pronta a fare razzia del mio pollaio» (7 Marzo 1994); «Berluskaz è un impomatato fra le nuvole azzurre» (9 Marzo 1994); «Fa il lavaggio del cervello alla gente» (10 Marzo 1994); «È il riciclatore più efficace dei calcinacci del regime del pentapartito» (13 Marzo 1994); «Lui pensa che il paese sia il suo scranno o il suo regno, ma ha sbagliato pagina. L’Italia non è il regno di Berluskaiser. Un affarista piduista non può diventare presidente del Consiglio» (5 Aprile 1994); «Siamo in una situazione pericolosa per la democrazia. Se quello va a Palazzo Chigi vince un partito che non esiste, vince un uomo solo, il Tecnocrate Autocrate» (La stampa, 5 Aprile 1994); «Ma chi si crede di essere, Nembo Kid? Tratta lo Stato come una società per azioni» (4 Maggio 1994); «Attenti, quello ci vuole regalare un altro Ventennio» (9 Maggio 1994); «Un tubo vuoto qualunquista» (1 Giugno 1994); «È un kaiser in doppiopetto» (12 Giugno 1994); «Non siamo noi che litighiamo con Berlusconi, è la Storia che litiga con lui» (17 Giugno 1994); «Ha il parrucchino e la plastica facciale” (8 agosto 1994); «Ma vi pare che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini? Quando lui piange, fatevi una risata: vuol dire che va tutto bene, che non ha ancora trovato la combinazione della cassaforte. Ogni tanto io a questo Berluscosa gli afferro il polso: pum, fermo lì!, perché sta per mettere le mani sulla cassaforte. Ci prova in continuazione: la Rai, la magistratura, il condono per i suoi amici palazzinari, le pensioni… Altolà, dove vuoi andare, Berluscosa?» (8 Agosto 1994); «Un piccolo tiranno, un dittatore» (20 Dicembre 1994); «Un Peròn della mutua» (23 Dicembre 1994); «È una persona incapace. Hanno cercato di fare un po’ il mercato delle vacche. Berlusconi non nasconde la sua tendenza alla vaccaggine» (Corriere della sera, 13 Gennaio 1995); «Nazista, nazistoide, paranazistoide» (Corriere della sera, 14 Gennaio 1995); «Bisognerebbe far scattare la legge per il ricostituito Partito fascista. Questi sono quella cosa lì. E si può dimostrare facilmente. Al loro interno non hanno nessun meccanismo elettivo. Questo partito è messo in piedi da una banda di dieci persone che lo controllano nascosti dietro paraventi, non rispettano le regole della Costituzione, chiamano golpista il Presidente della Repubblica, svuotano di potere il Parlamento e vogliono fare un esecutivo senza nessun controllo superiore. Inoltre usano le televisioni, che sono strumenti politici messi insieme da Berlusconi quando era nella P2, secondo il progetto Gelli: dove il Paese dal punto di vista politico doveva essere costituito da uno schieramento destra contro sinistra dopo la rottura del meccanismo consociativo che faceva da ammortizzatore. Hanno usato le televisioni come un randello per fare e disfare. Si tratta di una banda antidemocratica su cui è bene che ci sia qualche magistrato che indaghi se viene commesso il reato di ricostituzione del Partito fascista» (Ansa, 19 Gennaio 1995); «È un mostro antidemocratico» (Radio radicale, 11 Febbraio 1995); «È una febbre malarica che viene dal Sud America» (Radio radicale, 16 Marzo 1995); «Il grande fascista di Arcore» (La Repubblica, 10 Aprile 1995); «Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso» (13 Aprile 1995); «Un fante, anzi un lesto-fante» (Corriere della sera, 20 Aprile 1995); «Il bandito» (Panorama, 2 Giugno 1995); «Quel delinquente» (Corriere della sera, 12 Giugno 1995); «Il suino Napoleon» (La Stampa, 4 Luglio 1995); «Quel brutto mafioso che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina» (Corriere della Sera, 15 Settembre 1995); «Berlusconi è un mafioso, lo dichiaro ufficialmente… Berlus-Cosa nostra» (La Repubblica, 16 Giugno 1998); «Berlusconi è peggio di Mussolini» (La Repubblica, 16 Giugno 1998); «La Padania, con quel titolo che diceva "Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi!" è andata fin troppo leggera. Doveva andare più a fondo con quelle carogne legate a Craxi» (Ansa, 21 Agosto 1998); «Berlusconi è un palermitano che parla meneghino. Bisognerebbe sapere le radici, la sua storia. Gelli fece il progetto Italia e c’era il buon Berlusconi nella P2. Poi nacquero le holding italiane di Berlusconi, di cui parte sembrano addirittura occulte. Come potrà mai la magistratura fare il suo dovere e andare a vedere da dove vengono quei quattrini, ricordando che la mafia quei quattrini li fa con la droga e che di droga al Nord son morti decine di migliaia di ragazzi che ora gridano da sottoterra. Berlusconi è molto peggio di Pinochet» (TelePadania, 11 Novembre 1998); «Peccato che lui sia un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora… Il Nord lo caccerà via. Di Berlusconi non ce ne fotte niente. È un palermitano nato nella terra sbagliata. È un palermitano che parla meneghino, è il meno adatto a parlare di riforme. L’unica riforma che veramente sta a cuore a Berlusconi è che non vengano toccate le sue televisioni. Invece io dico che bisogna portargliele via, perché le sue televisioni sono contro la Costituzione. La prima riforma da attuare è quella di mettere in circolazione l’informazione. Berlusconi è tutto tranne che democratico… Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Ce lo spieghi, il Cavaliere. Dalle finanziarie della mafia?» (La Padania, 11 Novembre 1998).

Se Berlusconi è amico di Bossi, allora si può dire che Bossi è amico di Berlusconi. Quindi, prendendo per buono il metro delle precedenti dichiarazioni, sembra di capire che Di Pietro, con quello che dice quotidianamente, è il migliore amico di Berlusconi... E con lui, purtroppo, solo la minoranza degli italiani: altro che i sondaggi del premier.

AB


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permalink | inviato da Art. 3 il 19/3/2009 alle 21:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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