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POLITICA
15 agosto 2010
Il vero obiettivo: la Costituzione

Prevedibili come non mai. Ieri non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che sul governo tecnico Pdl e Lega stanno mettendo in atto una strategia volta a delegittimarlo aprioristicamente che oggi è arrivata la conferma. Ecco infatti la conferenza stampa congiunta di Maroni e Alfano per ripetere il leitmotiv: il governo tecnico è un golpe.

Il primo a pronunciarsi è Alfano: «Noi abbiamo una bussola molto chiara che è la Costituzione della Repubblica italiana che va letta a cominciare dall’articolo 1, che dice che "la sovranità appartiene al popolo". Non ci può essere una lettura de "la sovranità che appartiene al popolo" differente da quella secondo cui il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono. Qualunque ipotesi che preveda che chi ha vinto le elezioni faccia opposizione – cioè chi è stato espresso dalla sovranità popolare faccia opposizione – e chi ha perso le elezioni sia al governo, è una interpretazione che viola l’articolo 1 della Costituzione. Ecco perché, essendo chiaro il mio riferimento al centrosinistra italiano, noi riteniamo che ogni programma di governo o di ipotesi di formazione di governo che prevedano che all’opposizione stia chi ha vinto le elezioni, è un programma in piena violazione dell’articolo 1 della Costituzione italiana».
 
Maroni ha subito sottoscritto: «Condivido in pieno questa analisi e confermo che sul piano politico naturalmente la Lega ritiene che non ci sia altra maggioranza possibile che questa, quella che è uscita vincitrice dalle elezioni, e che non siamo disponibili a operazioni di palazzo, a giochi o a giochini vari, o alchimie varie che tolgano al popolo sovrano il diritto di esprimere da chi vuole essere governato. In questo caso la maggioranza è chiara, quella uscita dalle elezioni del 2008. Se la maggioranza viene meno, non c’è altro rimedio che tornare al popolo sovrano, cioè le elezioni politiche, che si possono fare in qualsiasi momento dell’anno».
 
Il ministro dell’Interno ha accuratamente evitato di entrare nei tecnicismi, anche se ha ribadito l’assioma secondo cui, finita una maggioranza, si deve subito tornare al voto. In realtà – come abbiamo già spiegato più volte – è una balla che non sta scritta da nessuna parte: Costituzione alla mano, è il capo dello Stato a decidere ogni volta se si deve tornare dagli elettori. Generalmente lo fa dopo aver verificato che in Parlamento non si riesce a trovare una maggioranza che sostenga un governo. Maroni in realtà oggi ha sostenuto la versione soft, quella meno radicale, che si limita a chiedere nella contingenza odierna, le elezioni immediate partendo dal (giusto) presupposto che in Parlamento non si riuscirà a trovare una maggioranza che possa sostenere un qualsiasi governo. Insomma, a lui si può solo imputare di aver sorvolato sul ruolo di Napolitano.
 
Non per niente sono le parole di Alfano a preoccuparci, per una serie di motivi. Il guardasigilli ha innanzitutto dato prova di aver appena iniziato a leggere la Carta, dato che gli articoli 3 e 138 non sa cosa siano (altrimenti non avrebbe messo la sua firma sul lodo cassato dalla Consulta). Poi  ha evidenziato di essersi stancato subito, non avendo evidentemente concluso la lettura del primo articolo: dopo la tanto citata frase «la sovranità appartiene al popolo», è infatti scritto che ‘sto maledetto popolo «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», non alla cazzo insomma. Infine ha dimostrato di essersi dimenticato del ribaltone del 1995, quando il Berlusconi premier finì all’opposizione assieme a tutta la sua maggioranza per lasciar spazio al governo Dini, sostenuto da quella che era l’opposizione e dall’ex alleato berlusconiano, la grande maestra di coerenza, la Lega. È vero, questa gente qui considera Scalfaro un golpista. Ma solo perché – come ha dimostrato anche oggi Alfano – ignora la Costituzione.
 
Su queste pecche – anche se gravissime per un ministro – potremmo anche sorvolare. Alfano ci ha infatti allarmato con altri pensieri. Quando ha detto che «il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono», il ministro ha illustrato il meccanismo di uno Stato che non è l’Italia. Da noi per ora gli elettori non scelgono chi governa, ma chi li rappresenta. Sono infatti i parlamentari ad indicare con la fiducia chi governa (sempre se il presidente della Repubblica è d’accordo). Non per niente siamo in un Repubblica parlamentare, che è ben diversa dal governo neoparlamentare prospettato da Alfano.
 
Questa è la chiave di volta del ragionamento: ai berluscones la Costituzione così com’è non va. Il loro massimo sogno infatti è sottomettere il legislativo all’esecutivo, ribaltando così i rapporti di forza sanciti invece dalla Carta, per portare l’Italia verso il populismo più spinto. Vi chiedete il perché? Semplice: solo così il Cavaliere e i suoi sodali potranno liberarsi dalle catene che mamma Costituzione ha imposto. Se il legislativo sottosta all’esecutivo, tutti i desiderata del premier diverranno realtà. Dunque – e questo spiega tutto – anche quelli incostituzionali: basterà cambiare la Costituzione, cosa ad oggi difficile per le leggi di buon senso, impossibile per quelle spudoratamente faziose (altrimenti il suddetto lodo Alfano sarebbe stato approvato per via costituzionale).
 
Ecco perché la Lega sta facendo da stampella al Pdl. Ed ecco perché è partita la campagna congiunta contro i governi tecnici in realtà consentiti dalla Carta: è questa il vero obiettivo degli attacchi della pseudo-destra nostrana, che ora – sempre con l’arma preferita di Berlusconi, le tv – sta ammaestrando il popolo.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
14 agosto 2010
I maiali populisti incoerenti

È molto istruttivo lasciare passare qualche giorno senza scrivere per poi riprendere in mano quanto avvenuto durante il “silenzio stampa”: ti rendi conto che solo ad elencare le baggianate dichiarate dai nostri politici in questo lasso di tempo non basterebbe un libro. Quando lo fai, operando una selezione delle frasi per ovvi motivi di spazio, ti sorge in automatico una domanda: da che gente ci stiamo facendo guidare? Certamente – e questa è la tragica conclusione – anche da dei personaggi che fingono di ignorare la Costituzione per fini più preoccupanti.

In questi giorni è addirittura dovuto intervenire Napolitano – quello che ha promulgato il lodo Alfano e il legittimo impedimento – per ricordare alle teste calde della maggioranza che chi decide se andare o meno ad elezioni è il presidente della Repubblica e non un pregiudicato per finanziamento illecito che inneggia ad inesistenti stati nel Nord, un piduista capogruppo del Pdl alla Camera o uno Schifani qualunque, sul punto già recidivo (era il 17 novembre scorso quando se ne uscì con la frase «Se la maggioranza è divisa, si torni al voto»).
 
Ed è stato sempre il capo dello Stato a dover ricordare che un eventuale governo tecnico – che, allo stato attuale, è semplicemente un’utopia – non rappresenta un golpe: esso infatti può andare avanti solo se ha la fiducia dei parlamentari, i rappresentanti del popolo. Purtroppo tali ovvietà in Italia sono considerate come cose fantascientifiche o – nel caso di quel pover’uomo che risponde al nome di Stracquadaniocomuniste.
 
Urge evidentemente un piccolo ripasso dei meccanismi alla base della nostra Repubblica: i cittadini italiani eleggono i parlamentari, non il capo del governo, nominato infatti solo dal presidente della Repubblica (art. 92), l’unico che può sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni (artt. 87 e 88) e che a sua volta viene eletto solo dai suddetti parlamentari (art. 83). Insomma, come ha ribadito Napolitano, non possono esistere governi che non siano politici. Il concetto, per uno che ha studiato anche solo vagamente la Costituzione, è semplice.
 
Ciò detto, bisogna stare attenti: i personaggi di cui sopra stanno solo fingendo di ignorare questi basilari principi. Le loro dichiarazioni infatti sono mirate ad un progetto ben preciso: far passare nella testa dei loro supporters il modello populista-plebiscitario di stampo fascista per abituarli all’idea. Ecco perché non c’è giorno in cui uno dei berluscones più o meno doc non ribadisca questi concetti, alla base del totalitarismo: a forza di sentirselo ripetere a reti unificate, il popolo bue comincerà a crederci, dimenticandosi delle sacrosante parole scritte nella Carta.
 
Già, il popolo, quella massa indefinita che purtroppo allo stato attuale sostiene ancora questa maggioranza. Il popolo soprattutto berlusconiano e leghista dunque. Quest’ultimo tornato ancora una volta alla ribalta grazie a Bossi: a sentire sbraitare il Senatur, te lo immagini sempre lì che aspetta, ovviamente armato, di fare un po’ di rumore («Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell’operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate», oggi), anche se in maniera democratica («La Lega fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c’è democrazia nel Paese, la portiamo noi», 31/07/10).
 
Senza di esso e quindi senza il partito padano, probabilmente Berlusconi e il berlusconismo sarebbero già un ricordo. Ha infatti ragione Bossi quando dice che «la maggioranza la determina la Lega», è sempre stato così. Anche quando ha perso, nel 2006, il Carroccio è risultato decisivo nell’indicare la maggioranza: è bastato il porcellum di Calderoli per rendere ingestibile la legislatura, proprio quel porcellum per il quale siamo qui a parlare della possibilità del governo tecnico, che entrerebbe in carica solo per cassarlo.
 
Dunque, bisognerebbe depotenziare la Lega. In realtà basterebbe solo volerlo, gli argomenti per riuscirci ci sono tutti. Puoi parlare di legalità elencando gli inquisiti del Nord e dei venditori di fumo con le riforme promesse ma mai andate in porto. Oppure puoi basarti sull’incoerenza.
 
Parlando di questo fantomatico governissimo ad esempio, sarebbe interessante mettere a confronto la posizione odierna dei padani («L’idea di un governo tecnico è fuori dal mondo») con quella del 1995, quando fu proprio il Carroccio a far cadere Berlusconi: all’epoca Bossi&co. non si strapparono i capelli per il mancato ricorso alle urne e per la nomina del governo tecnico guidato da Lamberto Dini, tant’è che gli diedero la fiducia e l’appoggio esterno. Altri tempi, evidentemente. Fatalità però erano gli stessi in cui anche loro – come in questi giorni i finiani – si rifacevano alle carte poi usate da Marco Travaglio, risultando peggio dei dipietristi di oggi.
 
Il materiale per contrastare la retorica leghista c’è, ed è anche parecchio. Se poi ci fosse un’opposizione che lo utilizzasse, sarebbe anche meglio. Già, un’altra utopia, come il governo tecnico che almeno ripristinasse le preferenze nella legge elettorale per riportare l’Italia nel solco delle democrazie e fermare la deriva populista.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
9 agosto 2010
Italo Smemo/2

Con le parole odierne del portavoce Daniele Capezzone, il Pdl ha finalmente una posizione ufficiale: vuole la testa di Fini. «Se Fini vuole compiere un atto di dignità e non di viltà politica – ha esordito l’ex radicale – deve rassegnare le dimissioni da presidente della Camera. Le sue dimissioni sono ormai inevitabili per due ragioni. Primo: è ormai un caso pubblico, per milioni di cittadini, la scarsa trasparenza della situazione relativa alla casa monegasca, e quelle fornite ieri da Fini sono delle 'non spiegazioni'. Per altri, in circostanze meno gravi, i finiani hanno reclamato dimissioni immediate: noi siamo garantisti, ma ora sta a loro mostrare coerenza rispetto alle loro stesse richieste di poche settimane fa. Secondo: Fini non è più super partes, e da tempo, nella sua funzione di terza carica dello Stato. È inaccettabile che Fini intervenga quotidianamente nel dibattito politico, per dividere anziché per unire, trasformando una funzione di garanzia in un ruolo di capofazione che organizza la sua corrente e trama contro il governo e la maggioranza scelti e confermati dagli italiani. Tutto ciò non è più accettabile. Almeno, ci risparmi lo spettacolo di vedere il solito politico aggrappato alla sua poltrona fino all’ultimo momento possibile».

Prima di passare al vero tema di questo articolo, urgono un paio di risposte (sotto forma di domanda) ad uno dei peggiori zompatori della storia d’Italia. 1) Quali sono secondo Capezzone i casi meno gravi rispetto a quello di Fini che hanno portato comunque alle dimissioni? Quello di Scajola, che ha differenza del caso del presidente della Camera, ha visto coinvolta direttamente la sua casa e l’interessato (Fini è chiamato in ballo come leader del partito per una casa in cui non ha mai abitato)? Oppure quello di Brancher, con l’apposita nomina a ministro che gli è valsa per un po’ il legittimo impedimento (poi, dimessosi da ministro, visto che è innocente, è stato condannato in primo grado a due anni)? O magari quello di Cosentino, con un mandato di cattura per associazione camorristica confermato in Cassazione? 2) Perché Fini non può intervenire nel dibattito politico? Da quando il presidente della Camera ha perso il diritto di parola? Perché Schifani può invece pontificare su tutto lo scibile umano a piacimento senza che il Capezzone di turno gli ricordi il suo ruolo di garanzia? 3) A proposito dei politici attaccati alla poltrona fino all’ultimo, se lo ricorda il nostro maestro di coerenza il caso di Cesare Previti, il braccio destro del suo capo rimasto abusivamente in Parlamento per oltre un anno (dal 5 maggio 2006 – giorno in cui la sentenza Imi-Sir è diventata definitiva vietandogli sine die i pubblici uffici – al 31 luglio 2007, quando Previti piuttosto che farsi dichiarare ineleggibile dall’apposita giunta si dimise)? O è il caso di ricordargli perché Marcello Dell’Utri è diventato parlamentare («Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Quando nel 1994 si fondò Forza Italia e si fecero le prime elezioni, le candidature le feci io: non mi sono candidato perché non avevo interesse a fare il deputato. […] Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo è arrivato il mandato d’arresto», 10/02/10) e, magari, che è appena stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno?
 
Sistemato Capezzone, passiamo alla replica riservatagli dai finiani, in particolare a quelle di Italo Bocchino. Svariate infatti sono state le sue dichiarazioni odierne. Riportiamo le frasi più interessanti: «Se Berlusconi ha ancora un pizzico di rispetto per la democrazia e le istituzioni, smentisca immediatamente il portavoce del suo partito, Daniele Capezzone, e stoppi la campagna vergognosa de Il Giornale»; «[Si tratta di] un fatto senza precedenti e gravissimo dal punto di vista politico e istituzionale. È come se Il Secolo facesse il coupon: "Berlusconi dimettiti per il processo Mills"»; «Siamo di fronte a una campagna inaccettabile e vergognosa e ancor più grave perché rientra in un contesto di bastonatura mediatica in cui si utilizzano uno e più strumenti di proprietà del presidente del Consiglio».
 
Le domande che ci vengono in mente sono parecchie: a Bocchì’, ma dove sei stato fino a stamattina? Te ne sei accorto solo ora dei professionisti del manganello arcoriani? Com’è che fino ad un anno fa andavi a braccetto col suddetto Capezzone e coi tuoi più o meno colleghi Cicchitto, Gasparri e Quagliariello, senza battere ciglio di fronte ai pestaggi mediatici riservati a quelli che all’epoca erano anche tuoi nemici?
 
Siccome siamo di buona, speriamo che l’onorevole abbia finalmente imparato la lezione, cioè a diffidare dalla corte di Berlusconi, che non si compone solo di nani e ballerine, ma anche di picchiatori e buttafuori. Anche perché i galantuomini non si fanno problemi a manganellare anche gli amici del nemico Fini. Lo ha potuto provare in prima persona il 30 aprile scorso proprio Bocchino, quando il solito quotidiano di quel gran signore che è Vittorio Feltri ne sputtanò la moglie in prima pagina. Non fu un attacco gratuito, gli scagnozzi – come abbiamo scritto ieri – non si muovono mai a caso e rispondono alle esigenze del padrone: era di appena due settimane prima lo scontro tra finiani e berlusconiani nella diretta del programma di Paragone L’ultima parola, scontro che vide in prima fila proprio Bocchino, randellato poi a dovere dall’apposito Giornale.
 
Rivangato il passato, chiudiamo con un paio di auspici: che Il Secolo pubblichi il coupon annunciato sul processo Mills, che i finiani rispondano per le rime a questi damerini armati di clava (come abbiamo fatto noi ieri, Bocchino oggi ha tirato fuori la vicenda della villa di San Martino), che l’intera opposizione si accodi a questa denuncia del conflitto d’interessi. Per sconfiggere il berlusconismo, questa è la prima cosa da fare.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
8 agosto 2010
C'era una volta lo squadrismo berlusconiano

Che ci sia qualcosa di poco chiaro nelle vicende monegasche di An è ormai chiaro, ma proprio per verificarne la sussistenza esiste un apposito potere dello Stato, la magistratura. Siccome di soldi pubblici ne buttiamo nel cesso già abbastanza, sul caso specifico ci sembra giusto lasciare lavorare i pm, gli unici che devono verificare le responsabilità penali ed, eventualmente, chiamare in causa Gianfranco Fini. Allo stesso modo è giusto che i giornalisti, se non si ritengono soddisfatti della lunga nota del Presidente della Camera e possono smentirla anche solo in una virgola, vadano avanti nella loro battaglia per la trasparenza. Detto questo, non possiamo passare sotto silenzio l’ennesimo atto di squadrismo messo in piedi dal regime berlusconiano.

Oggi tocca a Fini, svariate volte nel passato più o meno recente è stata la volta di Di Pietro, ad ottobre c’era il giudice Mesiano, tra fine agosto e i primi di settembre – subito dopo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e quello di Repubblica Ezio Mauro – è stato di nuovo Fini: stiamo parlando delle campagne stampa messe in piedi dagli house organs controllati tutti più o meno indirettamente dal Cavaliere. Delle campagne giornalistiche che un marziano che non sapesse nulla dell’Italia IN TEORIA potrebbe trovare giustissime (a parte il servizietto gentilmente riservato a Mesiano, di gusto semplicemente mafioso-piduista, come abbiamo già avuto modo di scrivere) in quanto – sempre IN TEORIA – volte a chiedere spiegazioni a personaggi pubblici per garantirne la trasparenza, nessuna IN PRATICA si è mai svincolata dai desiderata dell’«utilizzatore finale», sempre lui, Silvio Berlusconi.
 
Tutte infatti sono nate da una sua necessità, decisamente poco democratica: manganellare l’avversario di turno. Di Pietro con la sua ferma opposizione al regime arriva a raddoppiare i voti? Eccoti gli scoop (sempre quelli, periodici, ad orologeria) sui suoi affari immobiliari di Libero e Il Giornale e, con il concorso esterno del sempre più ottimo (scusate la grammatica) Corriere della Sera, la foto con Contrada; Mesiano condanna la Fininvest a versare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori? Tranquilli, basta far vedere a Mattino5 i suoi calzini turchesi facendolo passare per un pazzo e il gioco è fatto; Boffo dal suo giornale critica sommessamente il premier puttaniere ma allo stesso tempo difensore dei valori cattolici? Feltri estrae dal cilindro una vecchia storiaccia di molestie telefoniche, additandolo come un omosessuale, portandolo alle dimissioni. Repubblica martella Berlusconi con le domande sbagliate, quelle su Noemi? Ancora Feltri svela che il suo direttore ha pagato una casa in nero.
 
Ora tocca a Fini, già nel mirino del  randellatore ufficiale Feltri (il 14 settembre, dopo le sue uscite per smarcarsi dal Pdl, il direttore del quotidiano di via Negri se ne esce con un avvertimento di stampo dellutriano: «Delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme»).
 
Dopo la rottura ufficiale e la creazione di Futuro e Libertà, ecco l’inchiesta giornalistica sulla casa monegasca di An, passata al fratello della seconda moglie di Fini. Il pressing congiunto di Libero e Il Giornale ha portato all’apertura di un fascicolo da parte della procura di Roma, per ora contro ignoti. Ribadiamo: la questione va certamente chiarita ed è giusto che i cronisti pongano le domande ai politici. Però non si può far passare per giornalismo questo manganellamento sistematico, soprattutto se l’«utilizzatore finale» diretto di queste campagne – sì, sempre lui – rappresenta tutto, tranne la trasparenza. Scendendo nello specifico, parlando del caso odierno, è più grave che una casa ereditata da un partito finisca dopo svariati passaggi al cognato di quello che all’epoca era il leader del movimento politico o che un imprenditore rampante per acquistare la sua futura favolosa dimora si avvalga del pro-tutore della legittima proprietaria della villa per turlupinarla? È il momento di una favola.
 
C’era una volta, nel 1974, un rampante imprenditore che aveva messo gli occhi su villa San Martino di Arcore, valutata all’epoca 1.700 milioni di lire. Il giovane, allora naturalmente cappelluto, riuscì ad acquistarla per 250 milioni. L’incantesimo fu possibile grazie al sempre apposito Cesare Previti – quello che successivamente, entrato ufficialmente alle dipendenze dell’ormai semplice prenditore, si comprò coi suoi soldi il giudice Metta nel sopra citato lodo Mondadori –, allora protutore della proprietaria, la marchesina Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. Il pagamento, fissato sui 500 milioni, non avvenuto in contanti bensì in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borsa, venne dilazionato nel tempo. Ecco che allora la marchesina, ormai maggiorenne e trasferitasi in Brasile, quando tentò di monetizzare le azioni, fu costretta a cedere alla generosissima offerta del futuro Cavaliere: «Te le ricompro io, ma alla metà del loro prezzo».
 
Ecco, quando i vari Feltri, Belpietro, Fede, Giordano e Brachino troveranno il tempo per raccontare questa bella favola mettendo sulla graticola il Cavaliere nero con le loro martellanti domande, allora risulteranno più credibili anche con le altre inchieste. Fino a quel momento, resteranno solo dei giornalisti indipendenti. Da se stessi.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
7 agosto 2010
Un panorama desolante

Uno non fa neanche in tempo ad illudersi sui finiani autoproclamatisi difensori della legalità e promotori dell’antimafia che questi subito si mettono a inciuciare con l’Udc, il partito che in pubblico presenta la bella faccia di Ferdinando Casini e che dietro le quinte si fa guidare da svariati loschi figuri, quelli che rendono la densità media degli inquisiti del partito vicina – se non addirittura superiore – a quella del Pdl.

Un po’ di nomi? Abbiamo Lorenzo Cesa, deputato, prescritto per tangenti dopo una condanna a 3 anni in primo grado; poi c’è Ciriaco De Mita, eurodeputato, amnistiato per i finanziamenti illeciti della Dc pre-1990, prescritto svariate volte per quelle successive; risponde «Presente!» anche Giuseppe Carmelo Drago, deputato, condannato in via definitiva a 3 anni per peculato e abuso d’ufficio (ma che, nonostante la pena sia stata condonata, essendo anche stato interdetto dai pubblici uffici, dovrebbe perdere il suo posto in Parlamento); c’è anche Giuseppe Naro, deputato, pregiudicato per abuso d’ufficio, prescritto per diverse tangenti; salta poi agli occhi Francesco Saverio Romano, deputato, indagato per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra. Il più inquietante – non ce ne siamo dimenticati – è ovviamente Totò Cuffaro, senatore, condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra. Questo per limitarci agli eletti, avendo escluso i candidati del 2008 poi trombati.
 
Con questo bel pedigree, resta da capire cosa differenzia l’Udc dal Pdl e, dunque, a che gioco stia giocando Fini, già impegnato a difendersi dagli attacchi de Il Giornale, cui ci auguriamo possa rispondere. Per ora la sua tattica infatti è quella del silenzio, non certo la migliore per fugare i dubbi sollevati dalla comunque sacrosanta inchiesta del quotidiano di Feltri (che potremo elogiare solo quando riserverà tanta sete di verità anche nei confronti del fratello del suo editore. Cioè mai).
 
Se i finiani non ci fanno già più sorridere, non è che spostandosi verso sinistra le cose vadano meglio. Il Pd, nonostante sulla carta sia il maggior partito di opposizione, non prende alcuna decisione, e anzi con Enrico Letta (quello del «consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo») prepara il definitivo suicidio politico: un’alleanza con Casini che mandi in soffitta quella con l’Idv.
 
Già, il partito di Di Pietro, quello che con Vendola cerca – per il momento senza alcun successo – un’alleanza con Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 stelle e che propende per le elezioni immediate. Un’ipotesi che, secondo noi, non può portare a nulla di buono, per 2 motivi: 1) con l’attuale legge elettorale il nuovo Parlamento si ripresenterebbe come un’accozzaglia di – per usare il sottotitolo di Se li conosci li eviti di Gomez e Travaglio, da cui abbiamo tratto diverse notizie sugli impresentabili dell’Udc – «raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni»; 2) le elezioni autunnali sancirebbero il trionfo di Berlusconi.
 
Il perché di questo secondo motivo è presto detto: i tempi per mandare definitivamente a casa il Cavaliere non sono ancora maturi, la sinistra non esiste e lo strappo con Fini non basta e non può bastare da solo ad aprire gli occhi agli italiani. Decisivo al riguardo, a nostro avviso, potrà essere solo l’autunno-inverno, con i vari procedimenti giudiziari che da soli potrebbero mettere ko Berlusconi: la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, la stretta sulla P3 e, soprattutto, le indagini sui «botti» del ’92-’93, con la «bomba atomica» – Fini dixit – rappresentata dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino. Prima di queste evoluzioni (che ci saranno di sicuro, è solo questione di tempo), le elezioni non potranno che essere stravinte dal solito noto. E questa volta a fermarlo non ci sarebbero più neanche i finiani.
 
P. S. Ieri l’incredibile guardasigilli Angelino Alfano ha polemizzato con Bersani, reo di aver finalmente detto qualcosa di sinistra, ovvero «dobbiamo liberarci di Berlusconi». Per il ministro della Giustizia, «è inconcepibile affermare oggi "dobbiamo liberarci di Berlusconi". Un linguaggio violento e inquietante che è contro le opposizioni di tutte le democrazie occidentali». Bene, indovinate chi era il leader dell’opposizione in Italia che il 14 giugno 2007 disse: «Riavermi a Palazzo Chigi? Ci vorrebbe un regicidio... Ma basta soltanto aspettare, arriverà di sicuro il momento giusto»? Sempre il solito, quello che con quella boccuccia può dire ciò che vuole. All’epoca la frase – che, a differenza di quella di Bersani, era inequivocabile – provocò la reazione del governo Prodi, che chiese di abbassare i toni. Immediata fu la risposta del sempre prono Paolo Bonaiuti: «Se Prodi si allarma davvero per la risposta sorridente e scherzosa ad una signora sul regicidio, significa che si sente realmente un re». Grasse risate a corte…
 
Alessandro Bampa
POLITICA
30 luglio 2010
Il processo (breve?) di decomposizione

Lo abbiamo scritto ieri, e puntualmente si è verificato: il legittimo impedimento verrà cassato il 14 dicembre, lo sanno benissimo anche i berlusconiani, urge dunque pensare ad un’altra soluzione che rinvii ulteriormente l’appuntamento del Cavaliere con la giustizia. Bene, è già stata trovata: basta rispolverare il cosiddetto processo breve. Eccolo il «cavillo» di «un Ghedini o Ghedoni» (Gasparri dixit) che metterà Berlusconi nuovamente al riparo dalle sue grane giudiziarie in corso.

Questa volta non è servito presentare un nuovo disegno di legge: il «cavillo» è già pronto, è già stato approvato al Senato, ora giace alla Camera, basta l’ultima ratifica e il gioco è fatto. Breve riassunto dell’iter parlamentare dell’ennesimo aborto giuridico targato Berlusconi: presentato il 12 novembre 2009 dai tre giureconsulti Gasparri, Bricolo e Quagliariello (totalmente incompetenti in Giurisprudenza), il ddl è stato approvato con modifiche nei suoi tre articoli nel ramo guidato da Schifani il 20 gennaio 2010, poi è stato lasciato lì a marcire. Perché? Semplicemente perché nel frattempo il legittimo impedimento è diventato legge, grazie alla firma dell’ottimo Presidente della Repubblica.
 
Occhio alle date: il legittimo impedimento esce dalla commissione Giustizia della Camera 5 giorni dopo l’approvazione al Senato del processo breve, viene votato alla Camera il 3 febbraio e al Senato il 10 marzo, per essere infine promulgato da Napolitano il 10 marzo. Ha insomma rappresentato l’alternativa al ddl Gasparri-Bricolo-Quagliariello. È quindi normale che, ora che la norma ponte rischia seriamente la bocciatura, si recuperi il primo scudo pensato dopo la bocciatura del lodo Alfano, nonostante inizialmente esso avesse solo lo scopo ricattatorio. Richiamiamo il modus operandi di Berlusconi, già illustrato il 13 novembre scorso con l’articolo Il ricattato ricattabile ricattatore: «Solito schema: proposta orrida, oscena, indecente e soprattutto anticostituzionale; paura nella cosiddetta opposizione; proposta di trattativa con resa sul campo ai voleri di Berlusconi […]; approvazione di una legge che non è delinquenziale come la prima ma che scardina i principi dello Stato; giubilo dei beoti dell’opposizione che si complimentano tra loro per aver bloccato la prima legge».
 
Il processo breve serviva all’epoca a far accettare il ritorno dell’immunità parlamentare o il legittimo impedimento; si è optato per portare avanti il secondo, data l’urgenza per trovare una soluzione alla ripresa dei processi contra Berlusconi, garantita solo dalla sua natura legislativa ordinaria (l’immunità, richiedendo l’iter costituzionale come il lodo Alfano bis, esige tempi di approvazione troppo lunghi per l’obiettivo). Visto che il legittimo impedimento a dicembre verrà dichiarato illegittimo e che per quel mese i due scudi costituzionali non saranno pronti, torna dunque in auge la soluzione che all’epoca doveva solo servire – ed era effettivamente servita – come grimaldello.
 
Ecco che allora oggi il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa ha chiesto che il processo breve venga calendarizzato per i primi di settembre, definendolo «una priorità». Cosa prevede il ddl? Che in sostanza – senza entrare troppo nei dettagli – i processi per i reati commessi che non si concludono entro sei anni vengano dichiarati estinti. Cosa pensiamo di questa legge l’abbiamo già nell’articolo Altri tre prestanome, anch’esso del 13 novembre 2009: essa «è l’ultima norma da approvare dopo aver riformato l’intero apparato giuridico, avendone già visto e verificato i risultati. Non può essere la prima legge: prima servono i quattrini, le risorse, il riordino dei tribunali, gli accorpamenti, le punizioni all’interno dei vari gradi per i furboni che da colpevoli fanno appello, i tagli agli inutili sprechi burocratici, alle lungaggini di rito. Una legge del genere serve solo a garantire dei risultati che, purtroppo, sono ben al di là dal venire. Prima infatti serve una riforma vera, fatta di pagine e pagine di articoli che vadano ad intaccare pesantemente il codice di procedura penale snellendolo, magari con un apposito ministro della semplificazione giudiziaria».
 
Noi però, nonostante l’Italia si confermi essere guidata da una banda di ladri impuniti, gioiamo comunque. L’aver recuperato il processo breve rischia infatti di essere il più grande autogol di Berlusconi. A pensar male di tale legge infatti non siamo solo noi, i soliti giustizialisti antiberlusconiani, ma anche qualcun altro, che rischia seriamente di far saltare i progetti assolutistici del Cavaliere.
 
Prendete queste due dichiarazioni: «Non c’è dubbio che in Italia c’è una questione connessa al funzionamento della giustizia. Io quando mi approccio a questa questione faccio due premesse. La prima: il 90-95% dei magistrati italiani va ringraziato per quello che fa quotidianamente e bisogna ricordare che hanno pagato un contributo altissimo di vite contro il terrorismo e contro la mafia. In secondo luogo, la giustizia ha bisogno di più risorse perché purtroppo quei magistrati lavorano in condizioni non sempre agevoli. Fatte queste due premesse, discutiamo pure delle tante cose che nel quotidiano funzionamento della giustizia non vanno, compresa  la lunghezza abnorme dei processi» (08/11/09); «C’è una cosa che per me è essenziale per il buon esito di quel ddl presentato al Senato: […] c’è una condizione preliminare che è lo stanziamento di risorse reali per gli operatori della giustizia» (15/11/09). Sapete di chi sono? Di Gianfranco Fini: l’ex alleato di Berlusconi, oltre ad essere il presidente della Camera (ramo del Parlamento in cui giace il redivivo ddl), da oggi è anche il leader ufficiale di una trentina di deputati i quali, se non votassero col Pdl, farebbero cadere il governo, velocizzando quel processo di decomposizione del berlusconismo. Forse l’unico processo breve che andrà in porto.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
29 luglio 2010
14 dicembre 2010: la fine del berlusconismo

Finalmente a 16 anni dalla funesta «discesa in campo» del Cavaliere si vede concretamente la luce della fine del berlusconismo. Abbiamo anche una data: 14 dicembre 2010, giorno in cui la Consulta si riunirà per giudicare la costituzionalità della legge passata alla storia come «legittimo impedimento». Cosa ci fa essere così netti e fiduciosi? Una serie di fatti.

1) Il legittimo impedimento è spudoratamente incostituzionale. La legge, nata dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, è stata approvata come una norma ponte che, bloccando i processi del presidente del Consiglio e dei ministri per 18 mesi, aspetta di essere costituzionalizzata con un lodo Alfano bis, da redigere secondo i dettami dell’articolo 138 della Carta. Problema: nella sentenza che ha spazzato via il degno figlio del lodo Schifani si legge che esso «non può avere la finalità, prevalente o esclusiva, di tutelare il diritto di difesa degli imputati, perché in tal caso – data la generalità di tale diritto, quale espressamente prevista dall’art. 24 Cost. in relazione al principio di uguaglianza – avrebbe dovuto applicarsi a tutti gli imputati che, in ragione della propria attività, abbiano difficoltà a partecipare al processo penale. Inoltre, sarebbe intrinsecamente irragionevole e sproporzionata, rispetto alla suddetta finalità, la previsione di una presunzione legale assoluta di legittimo impedimento derivante dal solo fatto della titolarità della carica. Tale presunzione iuris et de iure impedirebbe, infatti, qualsiasi verifica circa l’effettiva sussistenza dell’impedimento a comparire in giudizio e renderebbe operante la sospensione processuale anche nei casi in cui non sussista alcun impedimento e, quindi, non vi sia, in concreto, alcuna esigenza di tutelare il diritto di difesa». L’incostituzionalità è palese anche perché il concetto di legittimo impedimento esiste già: sempre bocciando la norma ideata da Ghedini e patrocinata dall’attuale guardasigilli, la Consulta ha scritto che «il legittimo impedimento a comparire ha già rilevanza nel processo penale e non sarebbe stata necessaria la norma denunciata [cioè il lodo Alfano, nda] per tutelare, sotto tale aspetto, la difesa dell’imputato impedito a comparire nel processo per ragioni inerenti all’alta carica da lui rivestita». Pare impossibile che a distanza di 14 mesi la Corte costituzionale possa dimenticarsi queste frasi.
 
2) Partendo dalla certa bocciatura del legittimo impedimento, non si può non ipotizzare l’innesco di una serie di reazioni a catena, sulla falsa riga di quelle seguite alla morte del lodo Alfano. Vale a dire: un nuovo attacco del premier a Napolitano per il suo mancato intervento sui giudici della Corte, con un nuovo scontro tra le istituzioni; la richiesta delle dimissioni berlusconiane da parte dell’opposizione; il rifiuto di dimettersi da parte del premier, che approfitterà della situazione per attaccare la magistratura rossa riaprendo il solito fronte giudiziario, innescando una guerra tra i poteri dello Stato; l’immediato parto di un nuovo ddl che salvi Berlusconi dai suoi processi (per usare le parole di Gasparri del 3 settembre 2009: «Non so cosa farà la Consulta ma in qualche modo troveremo la soluzione. Avendo un consenso forte supereremo un eventuale vizio negativo. Troveremo un avvocato, un Ghedini o un Ghedoni, che troverà un cavillo». Il cavillo all’epoca fu il legittimo impedimento, quando questo sarà cassato ne troverà un altro).
 
3) A queste conseguenze già certe in quanto già avvenute nel passato politicamente recentissimo – stiamo parlando di neanche un anno fa – si aggiungeranno i fatti nuovi, quelli che ci fanno datare con relativa certezza la fine del berlusconismo. Trattasi dell’evoluzione politica della situazione, con un Berlusconi sempre più debole, puntellato ormai solo a quella Lega che nel passato ha già dimostrato di non avere troppi problemi a lasciarlo a piedi e che, avendo intuito i mal di pancia della base per l’accantonamento dei progetti federalisti date le impellenze giudiziarie del premier, rispolvererà tranquillamente il suo giustizialismo (quando l’immunità parlamentare fu abolita, i suoi esponenti in parlamento sventolarono un cappio). Trattasi anche e soprattutto dell’evoluzione del pensiero dell’opinione pubblica, quella che decide i cambiamenti politici di un Paese e che ovviamente va sollecitata e seguita giorno per giorno.
 
Le cose non stanno più come un anno fa: la crisi è ancora forte, la situazione economica non vuole migliorare, la manovra approvata definitivamente rischia di appesantirla, i proclami delle varie e numerosissime categorie di lavoratori fanno prevedere un autunno caldo vecchio stampo. E mentre il Paese va a rotoli, la questione morale politica è sotto gli occhi di tutti, grazie alle inchieste giudiziarie che (finalmente) sono arrivate sulle prime pagine dei giornali e nei primi servizi del tg. Difficile che gli italiani a dicembre possano sopportare un ulteriore rinvio della soluzione alle questioni economiche, soprattutto se questo venisse dettato – come da 16 anni a questa parte – dalle esigenze giuridiche di uno solo, il solito noto, già in calo di consensi (il fatto è incontestabile).
 
Certo, una pacifica sollevazione popolare che accompagni gentilmente alla porta il suddetto solito noto non sarebbe automatica. Tutto il ragionamento di questo articolo è infatti vincolato ad una premessa essenziale: che gli italiani si informino o che comunque vengano informati continuamente. Nello specifico, quando sarà il momento, basterà ricordare cos’è il legittimo impedimento, magari collegandolo all’intera vicenda Brancher nel suo ultimo aggiornamento (condanna a due anni) e al precedente del lodo Alfano, per poi porre una semplice domanda: chi è il dipendente pubblico che sta facendo un uso criminoso dello Stato italiano coi soldi di tutti solo per non finire in carcere al posto di salvare il Paese dalla bancarotta?
 
Alessandro Bampa
POLITICA
26 luglio 2010
La corda in casa dell'impiccato

Colpo di scena oggi nella telenovela del Pdl: Gianfranco Fini ha finalmente preso la parola provocando la dichiarazione di guerra dei suoi colleghi di partito. Il presidente della Camera si è macchiato del delitto più ignobile agli occhi dei berlusconiani: sostenere Fabio Granata nella sua personale lotta sulla questione morale.

Quattro le frasi finiane al centro dello scandalo: «Mantenere incarichi per chi è indagato è una questione di opportunità politica che dovrebbe far riflettere»; «La grande questione dell’etica deve essere una bandiera del Pdl. La difesa della legalità vuol dire anche non prestare il fianco, in alcun modo a polemiche»; «Due devono essere le stelle polari: certamente il garantismo, ma c’è da chiedersi se è opportuno che chi è indagato abbia incarichi politici. Una necessità anche a livello regionale, qui in Campania»; «Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».
 
Apriti cielo: neanche il tempo di registrare le dichiarazioni del cofondatore del Pdl che è subito partito l’assalto ai giornalisti da parte dei berluscones nel tentativo di correre ai ripari con apposite dichiarazioni. Prendiamo la prima replica, quella di Sandro Bondi: «Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno, in questo modo, ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia».
 
All’incredibile ministro per la Cultura non passa per la testa di confrontare le uscite di Fini con quelle ben più numerose di Schifani, il presidente del Senato che in caso di morte di Napolitano ne assumerebbe gli incarichi. Andasse il ministro a riprendere ad esempio quella dell’11 luglio scorso, quando la seconda carica dello stato in un’intervista al Corriere continuava a vestire e svestire i panni istituzionali  per dire quello che gli pareva, parlando anche del suo partito nonostante la sua posizione istituzionale: eccolo che, nell’ordine, disquisiva sulla manovra, sulle intercettazioni, sui media che non scioperarono quando a proporre il bavaglio era stato Mastella, sul rapporto Berlusconi-Fini, sul correntismo del Pdl, sulla questione morale nel suo partito (che per lui non c’è: «Ritengo comunque esagerato parlare di questione morale nel Pdl. Ci possono essere singoli casi che hanno turbato l’opinione pubblica e che toccherà alla magistratura verificare»), sul riavvicinamento con l’Udc, sul Pd succube di Di Pietro e infine sul bipolarismo da salvaguardare. Dov’era Bondi quando è uscita quest’intervista? Non vi ha visto un «sacrificio delle istituzioni di garanzia»?
 
Il problema ovviamente non è dato dal fatto che Fini abbia parlato. È quello che ha detto che fa indiavolare i nani e le ballerine di Berlusconi. E che diamine! Nel Pdl te ne vieni fuori con la questione morale? Ma stai scherzando? Proprio in questo periodo? Ma lo sai che i giudici più buoni di Palermo hanno appena condannato in appello il braccio destro di Silvio a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Ma lo sai che quello che era il vice di Tremonti ha continuato a lavorare tranquillamente per 9 mesi con una richiesta di custodia cautelare confermata anche dalla Cassazione per concorso esterno in associazione camorristica? Ma lo sai che il già citato Dell’Utri e il coordinatore nazionale Verdini sono indagati per la P3? A Gianfra’, ma lo sai che il duce in pectore di questa bella combriccola è entrato in politica solo per salvarsi dai processi (cominciati prima della sua discesa in campo, checché ne dica, e tuttora in corso) ed evitare il fallimento? Ma ti pare il caso di parlare di corda in casa dell’impiccato? Fini, lei è un dipendente del servizio pubblico, si contenga!
 
Scherzi a parte, siamo contenti di aver ritrovato il Fini del vecchio Msi, quello che nel votare l’abolizione dell’immunità parlamentare nel 1993 – come ha ricordato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano l’11 ottobre scorso – definì il meccanismo «un privilegio medievale»,  uno «strumento per sottrarsi al corso necessario della Giustizia» (all’epoca con lui c’erano anche Gasparri e La Russa, oggi evidentemente lobotomizzati).
 
Ora speriamo di rivedere anche quello della fine del 2007, quello che se ne andava in giro dichiarando cose come: «Il nuovo partito fondato da Berlusconi in piazza San Babila? Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. […] Voglio che sia chiaro a tutti che, almeno per quel che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi… Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il premier, deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno… Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Si faccia appoggiare da Veltroni» (18/11/07).
 
Se ritornasse la persona di quel glorioso periodo avrebbe anche l’occasione di riscattare la sua immagine dopo l’improvvida dichiarazione del 16 dicembre dello stesso anno, quella che ci ha più volte permesso di chiamarlo «pecora» («Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora»). Presidente Fini, ci ascolti: oggi Lei può finalmente cancellare quegli oltre cento giorni da pecora. Come Lei certamente ben si sa, ne basta uno da leone. Ancora uno sforzo ed è fatta.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
25 luglio 2010
L'antimafia dei fatti

Continua l’alzata di scudi pidiellini contro Fabio Granata, il deputato finiano condannato all’esilio dal partito dell’amore di ciccioliniana memoria  solo perché vuole vederci chiaro sulle stragi del ’92-’93. Dopo le parole di ieri di Frattini e di Lupi, oggi è infatti toccato ad Alemanno e La Russa invitare il collega a lasciare il partito.

Che i due siano ex fascisti lo si capisce dal linguaggio utilizzato: per il sindaco di Roma, già coinvolto in passato in vicende da squadristi, è il caso che Granata «vada a farsi un giro fuori»; per il ministro della Guerra, il deputato finiano ha tre alternative: «O dici nomi, cognomi o almeno dai indizi forti sui pezzi del governo che starebbero ostacolando la lotta alla mafia, e in quel caso io non potrei stare un minuto di più nel governo se una cosa del genere fosse vera; oppure tu chiedi scusa; o lascia il partito».
 
Alemanno lo lasciamo al suo proposito di sfondare i caselli sul raccordo anulare. A La Russa invece rispondiamo tramite le parole di quello che certamente all’interno del governo farà tutto il possibile per bloccare il conseguimento della verità sulle stragi. Ci riferiamo ovviamente a Silvio Berlusconi, uno dei migliori alleati della mafia, «quanto meno sotto il profilo economico» secondo il capitolo intitolato esplicitamente I contatti tra Salvatore Riina e gli on. Dell’Utri e Berlusconi nella sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta che nel 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la strage di Capaci.
 
Partiamo dalla strana visione della lotta alla mafia che il nostro presidente del consiglio ha, riportando le sue recenti dichiarazioni sulla battaglia culturale che dovrebbe accompagnare gli arresti, quella invocata a più riprese da Borsellino (il suo inequivocabile pensiero l’abbiamo riportato anche ieri) ma che per il premier è solo indice di anti-italianità. La prima è del 28 novembre 2009: «Io se trovo però quelli che hanno fatto nove serie della Piovra e quelli che scrivono i libri sulla mafia e che vanno in giro in tutto  il mondo a farci fare così bella figura, giuro che li strozzo»; la seconda è del 16 aprile scorso: «La mafia italiana risulterebbe essere la sesta mafia al mondo ma guarda caso è quella più conosciuta perché c’è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie [ma non erano nove?, nda] della Piovra programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra».
 
Quella del 14 ottobre 1994 («Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro Paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo») è la più inquietante, avendo trovato il consenso di tale Riina Salvatore, che dieci giorni dopo si è sentito in dovere di rispondergli elogiandolo: «È vero – disse il capo dei capi –, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale Piovra! Sono romanzi... Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
 
Se il ministro non ritiene sufficienti queste dichiarazioni per vedere in Berlusconi un fermo oppositore alla verità su quegli anni cruciali (in pratica, vuole tappare la bocca a chi prova a parlare di qualsiasi cosa inerente alla mafia), gli consigliamo di fare quello che gli ha suggerito anche Granata, ovvero «consultare le agenzie di stampa». Potrebbe così imbattersi nell’affermazione del suo amato premier dell’8 settembre scorso: «So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del ‘92, ‘93 e ‘94. È follia pura. Quello che mi fa male è che gente così, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese». Poi potrebbe anche trovare la frase del sempre imparziale Renato Schifani di due giorni successiva: «[La magistratura] mi piace meno quando alcuni singoli magistrati, seguendo contorti e nebulosi percorsi ed avvalendosi di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano per sentito dire, tendono a riproporre teoremi politici attraverso la rievocazione di un passato lontano che avrebbe visto congiure contro il regolare assetto delle istituzioni. Mi piace di più, invece, quando si occupa, a volte addirittura pagandone il prezzo in prima persona, del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia per distruggerne l’organizzazione territoriale, sradicandone le sue radici velenose e profonde». Se non c’è nulla da nascondere, perché ad ogni minimo segnale di avvicinamento della verità questi energumeni si devono allarmare, mettendo le mani avanti tramite i loro giornali (rivedetevi i titoli di Libero e Il Giornale successivi alle dichiarazioni poi smentite dei pm di Caltanissetta)?
 
Purtroppo sappiamo benissimo che mettersi a parlare male di Berlusconi con La Russa, anche coi fatti alla mano, è solo una perdita di tempo. Ecco perché adesso ci rivolgiamo direttamente a Fabio Granata: onorevole, cosa ci fa ancora nel Pdl? Ormai è chiaro che la Sua presenza, oltre ad essere indesiderata dai padroni di casa, è del tutto inopportuna: più resta accanto a loro, più rischia d’infangare la Sua immagine, per ora illibata (condanna netta della vicenda Cosentino sin dallo scorso inverno, attacchi al bavaglio e, appunto, richiesta di verità sulle stragi sono lì a dimostrarlo). È giunto il momento che Lei e la Sua collega Angela Napoli che anche oggi non le ha mandate a dire ai suoi colleghipassiate dalle parole ai fatti veri e propri, quelli definitivi, aggiungendoli a quelli dell’antimafia che già Vi caratterizzano, per staccarVi chiaramente da quello che è ormai chiaramente un partito che considera i botti alla base della seconda Repubblica solo roba vecchia.
 
Alessandro Bampa
POLITICA
24 luglio 2010
Improbiviri

«La legalità è nel nostro dna. Nessuno può darci lezioni, perché è un pilastro del Pdl. Quando Berlusconi dice che chi sbaglia deve pagare, riafferma questo pilastro». Questa esilarante frase è stata pronunciata da Franco Frattini, ex maestro di sci dei figli di Silvio Berlusconi, dunque ministro degli Esteri, che oggi ha anche attaccato frontalmente Fabio Granata, finiano doc reo di aver detto che «ci sono pezzi dello Stato, del governo e della politica che fanno di tutto per ostacolare le indagini  sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura» nel giorno della commemorazione di Paolo Borsellino: «Non possiamo accettare – ha solennemente dichiarato il ministro – chi adombra semplicemente il pericolo che ci siano collusioni con ambienti criminali. È molto triste che lo faccia Fabio Granata, un esponente del Pdl, quando questo governo è quello che più di tutti negli ultimi venti anni si è impegnato nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata».

Andiamo con ordine ricordando a Frattini quanto conti la legalità all’interno del Pdl. Lasciando da parte i parlamentari – la lista sarebbe troppo lunga –, ecco un breve elenco dei componenti berlusconiani del governo tuttora inquisiti (abbiamo quindi sorvolato sui leghisti). Partendo dai ministri, troviamo Silvio Berlusconi (tralasciando i suoi processi già conclusi, ricordiamo che è imputato per corruzione in atti giudiziari nel processo Mills e per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset, mentre è ancora allo stato di indagato per frode fiscale e appropriazione indebita nell’inchiesta Mediatrade-Rti e per concussione e minacce nell’inchiesta Agcom), Altero Matteoli (imputato per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio) e Raffaele Fitto (rinviato a giudizio per corruzione, peculato, abuso d’ufficio, finanziamento illecito e concorso in turbativa d’asta).
 
Passando ai sottosegretari, ecco Gianni Letta (già amnistiato per la violazione della legge sul finanziamento ai partiti, è tuttora indagato per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata), Guido Bertolaso (indagato per corruzione nell’inchiesta sui grandi eventi) e l'ormai noto Aldo Brancher (già prescritto per finanziamento illecito, fu fatto ministro per salvarlo tramite il legittimo impedimento dal processo che lo vede imputato per appropriazione indebita, mossa troppo spudorata che l’ha costretto alle dimissioni da ministro e al ritorno al sottosegretariato). Fino a poco tempo fa c'era anche Nicola Cosentino (indagato per concorso esterno in associazione camorristica, vede pendere sulla sua testa una richiesta d’arresto confermata anche dalla Cassazione), che però ha prontamente lasciato la poltrona governativa (ma non quella parlamentare) in seguito alle minacce di sfiducia finiane. Questo solo per limitarci alla squadra di governo.
 
Passando adesso alla presa di posizione su Granata, va banalmente ricordato che le «collusioni con ambienti criminali» di alcuni esponenti del Pdl che Frattini respinge con sdegno sono in realtà conclamate: abbiamo appena citato il caso Cosentino per la Camorra, possiamo ricordare per Cosa nostra la freschissima condanna in appello a 7 anni di Marcello Dell’Utri, in rapporti con la signora mafia almeno fino al 1992. Per non parlare poi delle indagini per concorso in strage delle procure di Firenze e Caltanissetta aperte sul già citato Dell’Utri e sull’onnipresente Berlusconi, archiviate solo per decorrenza dei termini e non per l’insussistenza dell’ipotesi accusatoria.
 
Quanto al solito mantra secondo il quale il governo Berlusconi non può favorire la mafia dato l’immane numero di arresti di esponenti della criminalità organizzata, rammentiamo che la lotta alle organizzazioni mafiose non si fa solo con gli arresti (peraltro effettuati dai pm e dalle forze dell’ordine, non da Berlusconi in persona). Per dirla con quella nota toga rossa che votava Msi di Paolo Borsellino, «la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» (23/06/92, alla commemorazione di Giovanni Falcone ad un mese dalla morte). Frattini, rientrano in questo movimento culturale frasi come «Mangano è un eroe», pronunciata e ribadita a più riprese da Berlusconi e Dell’Utri? E che ci dici dei reiterati attacchi a Saviano?
 
Questo per chiudere il capitolo delle corbellerie di Frattini. È infatti il caso aprirne un altro, dedicato alla battuta odierna dell’onorevole Maurizio Lupi, anch’essa indirizzata a Granata. «Lo statuto che Granata ha votato – ha detto il vicepresidente della Camera – è chiaro, netto e preciso. Coloro che hanno parole durissime e strumentali o vanno via dal partito oppure nel partito c’è un luogo dove la cosa va affrontata ed è quello dei probiviri. Tutti si ricordino che senza Berlusconi non sarebbero stati in Parlamento e tutti si ricordino che sono stati eletti nel Pdl e hanno sottoscritto il programma del partito».
 
L’ultima frase sa tanto di maggiordomo paraculato raccomandato che dunque deve servire sempre e comunque il padrone, quindi la lasciamo perdere immediatamente. Ci interessa piuttosto parlare dei probiviri del Pdl. Dal sito del Fatto quotidiano: «Fino alle parole di Lupi nessuno nel partito si ricordava dell’esistenza dei probiviri. Sul sito del Pdl non c’è traccia e l’unico elemento ufficiale che ne ricorda l’esistenza è negli atti del congresso fondativo del marzo 2009. Ma da allora il collegio dei nove saggi mai si è insediato né riunito, non ha un segretario e tantomeno un presidente. Le presenze possono solo essere ipotizzate a rischio di fare nomi sbagliati. L’unica cosa certa – dicono i ben informati – sembra essere l’assenza di finiani nella lista».
 
Chiudiamo riportando anche l’altra campana, ovvero la risposta a questi attacchi di Fabio Granata: «Attendo che mi convochino i probiviri con assoluta tranquillità. Sarei felice di andarci insieme a Nicola Cosentino e a Denis Verdini». Semplicemente magnifico.
 
P. S. Non ci siamo dimenticati dei 18 anni compiuti dalle stragi: potete trovare il nostro articolo ad hoc nel sito della rivista Conaltrimezzi, con la quale collaboriamo.
 
Alessandro Bampa
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