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POLITICA
15 agosto 2010
Il vero obiettivo: la Costituzione

Prevedibili come non mai. Ieri non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che sul governo tecnico Pdl e Lega stanno mettendo in atto una strategia volta a delegittimarlo aprioristicamente che oggi è arrivata la conferma. Ecco infatti la conferenza stampa congiunta di Maroni e Alfano per ripetere il leitmotiv: il governo tecnico è un golpe.

Il primo a pronunciarsi è Alfano: «Noi abbiamo una bussola molto chiara che è la Costituzione della Repubblica italiana che va letta a cominciare dall’articolo 1, che dice che "la sovranità appartiene al popolo". Non ci può essere una lettura de "la sovranità che appartiene al popolo" differente da quella secondo cui il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono. Qualunque ipotesi che preveda che chi ha vinto le elezioni faccia opposizione – cioè chi è stato espresso dalla sovranità popolare faccia opposizione – e chi ha perso le elezioni sia al governo, è una interpretazione che viola l’articolo 1 della Costituzione. Ecco perché, essendo chiaro il mio riferimento al centrosinistra italiano, noi riteniamo che ogni programma di governo o di ipotesi di formazione di governo che prevedano che all’opposizione stia chi ha vinto le elezioni, è un programma in piena violazione dell’articolo 1 della Costituzione italiana».
 
Maroni ha subito sottoscritto: «Condivido in pieno questa analisi e confermo che sul piano politico naturalmente la Lega ritiene che non ci sia altra maggioranza possibile che questa, quella che è uscita vincitrice dalle elezioni, e che non siamo disponibili a operazioni di palazzo, a giochi o a giochini vari, o alchimie varie che tolgano al popolo sovrano il diritto di esprimere da chi vuole essere governato. In questo caso la maggioranza è chiara, quella uscita dalle elezioni del 2008. Se la maggioranza viene meno, non c’è altro rimedio che tornare al popolo sovrano, cioè le elezioni politiche, che si possono fare in qualsiasi momento dell’anno».
 
Il ministro dell’Interno ha accuratamente evitato di entrare nei tecnicismi, anche se ha ribadito l’assioma secondo cui, finita una maggioranza, si deve subito tornare al voto. In realtà – come abbiamo già spiegato più volte – è una balla che non sta scritta da nessuna parte: Costituzione alla mano, è il capo dello Stato a decidere ogni volta se si deve tornare dagli elettori. Generalmente lo fa dopo aver verificato che in Parlamento non si riesce a trovare una maggioranza che sostenga un governo. Maroni in realtà oggi ha sostenuto la versione soft, quella meno radicale, che si limita a chiedere nella contingenza odierna, le elezioni immediate partendo dal (giusto) presupposto che in Parlamento non si riuscirà a trovare una maggioranza che possa sostenere un qualsiasi governo. Insomma, a lui si può solo imputare di aver sorvolato sul ruolo di Napolitano.
 
Non per niente sono le parole di Alfano a preoccuparci, per una serie di motivi. Il guardasigilli ha innanzitutto dato prova di aver appena iniziato a leggere la Carta, dato che gli articoli 3 e 138 non sa cosa siano (altrimenti non avrebbe messo la sua firma sul lodo cassato dalla Consulta). Poi  ha evidenziato di essersi stancato subito, non avendo evidentemente concluso la lettura del primo articolo: dopo la tanto citata frase «la sovranità appartiene al popolo», è infatti scritto che ‘sto maledetto popolo «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», non alla cazzo insomma. Infine ha dimostrato di essersi dimenticato del ribaltone del 1995, quando il Berlusconi premier finì all’opposizione assieme a tutta la sua maggioranza per lasciar spazio al governo Dini, sostenuto da quella che era l’opposizione e dall’ex alleato berlusconiano, la grande maestra di coerenza, la Lega. È vero, questa gente qui considera Scalfaro un golpista. Ma solo perché – come ha dimostrato anche oggi Alfano – ignora la Costituzione.
 
Su queste pecche – anche se gravissime per un ministro – potremmo anche sorvolare. Alfano ci ha infatti allarmato con altri pensieri. Quando ha detto che «il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono», il ministro ha illustrato il meccanismo di uno Stato che non è l’Italia. Da noi per ora gli elettori non scelgono chi governa, ma chi li rappresenta. Sono infatti i parlamentari ad indicare con la fiducia chi governa (sempre se il presidente della Repubblica è d’accordo). Non per niente siamo in un Repubblica parlamentare, che è ben diversa dal governo neoparlamentare prospettato da Alfano.
 
Questa è la chiave di volta del ragionamento: ai berluscones la Costituzione così com’è non va. Il loro massimo sogno infatti è sottomettere il legislativo all’esecutivo, ribaltando così i rapporti di forza sanciti invece dalla Carta, per portare l’Italia verso il populismo più spinto. Vi chiedete il perché? Semplice: solo così il Cavaliere e i suoi sodali potranno liberarsi dalle catene che mamma Costituzione ha imposto. Se il legislativo sottosta all’esecutivo, tutti i desiderata del premier diverranno realtà. Dunque – e questo spiega tutto – anche quelli incostituzionali: basterà cambiare la Costituzione, cosa ad oggi difficile per le leggi di buon senso, impossibile per quelle spudoratamente faziose (altrimenti il suddetto lodo Alfano sarebbe stato approvato per via costituzionale).
 
Ecco perché la Lega sta facendo da stampella al Pdl. Ed ecco perché è partita la campagna congiunta contro i governi tecnici in realtà consentiti dalla Carta: è questa il vero obiettivo degli attacchi della pseudo-destra nostrana, che ora – sempre con l’arma preferita di Berlusconi, le tv – sta ammaestrando il popolo.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
7 agosto 2010
Un panorama desolante

Uno non fa neanche in tempo ad illudersi sui finiani autoproclamatisi difensori della legalità e promotori dell’antimafia che questi subito si mettono a inciuciare con l’Udc, il partito che in pubblico presenta la bella faccia di Ferdinando Casini e che dietro le quinte si fa guidare da svariati loschi figuri, quelli che rendono la densità media degli inquisiti del partito vicina – se non addirittura superiore – a quella del Pdl.

Un po’ di nomi? Abbiamo Lorenzo Cesa, deputato, prescritto per tangenti dopo una condanna a 3 anni in primo grado; poi c’è Ciriaco De Mita, eurodeputato, amnistiato per i finanziamenti illeciti della Dc pre-1990, prescritto svariate volte per quelle successive; risponde «Presente!» anche Giuseppe Carmelo Drago, deputato, condannato in via definitiva a 3 anni per peculato e abuso d’ufficio (ma che, nonostante la pena sia stata condonata, essendo anche stato interdetto dai pubblici uffici, dovrebbe perdere il suo posto in Parlamento); c’è anche Giuseppe Naro, deputato, pregiudicato per abuso d’ufficio, prescritto per diverse tangenti; salta poi agli occhi Francesco Saverio Romano, deputato, indagato per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra. Il più inquietante – non ce ne siamo dimenticati – è ovviamente Totò Cuffaro, senatore, condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra. Questo per limitarci agli eletti, avendo escluso i candidati del 2008 poi trombati.
 
Con questo bel pedigree, resta da capire cosa differenzia l’Udc dal Pdl e, dunque, a che gioco stia giocando Fini, già impegnato a difendersi dagli attacchi de Il Giornale, cui ci auguriamo possa rispondere. Per ora la sua tattica infatti è quella del silenzio, non certo la migliore per fugare i dubbi sollevati dalla comunque sacrosanta inchiesta del quotidiano di Feltri (che potremo elogiare solo quando riserverà tanta sete di verità anche nei confronti del fratello del suo editore. Cioè mai).
 
Se i finiani non ci fanno già più sorridere, non è che spostandosi verso sinistra le cose vadano meglio. Il Pd, nonostante sulla carta sia il maggior partito di opposizione, non prende alcuna decisione, e anzi con Enrico Letta (quello del «consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo») prepara il definitivo suicidio politico: un’alleanza con Casini che mandi in soffitta quella con l’Idv.
 
Già, il partito di Di Pietro, quello che con Vendola cerca – per il momento senza alcun successo – un’alleanza con Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 stelle e che propende per le elezioni immediate. Un’ipotesi che, secondo noi, non può portare a nulla di buono, per 2 motivi: 1) con l’attuale legge elettorale il nuovo Parlamento si ripresenterebbe come un’accozzaglia di – per usare il sottotitolo di Se li conosci li eviti di Gomez e Travaglio, da cui abbiamo tratto diverse notizie sugli impresentabili dell’Udc – «raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni»; 2) le elezioni autunnali sancirebbero il trionfo di Berlusconi.
 
Il perché di questo secondo motivo è presto detto: i tempi per mandare definitivamente a casa il Cavaliere non sono ancora maturi, la sinistra non esiste e lo strappo con Fini non basta e non può bastare da solo ad aprire gli occhi agli italiani. Decisivo al riguardo, a nostro avviso, potrà essere solo l’autunno-inverno, con i vari procedimenti giudiziari che da soli potrebbero mettere ko Berlusconi: la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, la stretta sulla P3 e, soprattutto, le indagini sui «botti» del ’92-’93, con la «bomba atomica» – Fini dixit – rappresentata dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino. Prima di queste evoluzioni (che ci saranno di sicuro, è solo questione di tempo), le elezioni non potranno che essere stravinte dal solito noto. E questa volta a fermarlo non ci sarebbero più neanche i finiani.
 
P. S. Ieri l’incredibile guardasigilli Angelino Alfano ha polemizzato con Bersani, reo di aver finalmente detto qualcosa di sinistra, ovvero «dobbiamo liberarci di Berlusconi». Per il ministro della Giustizia, «è inconcepibile affermare oggi "dobbiamo liberarci di Berlusconi". Un linguaggio violento e inquietante che è contro le opposizioni di tutte le democrazie occidentali». Bene, indovinate chi era il leader dell’opposizione in Italia che il 14 giugno 2007 disse: «Riavermi a Palazzo Chigi? Ci vorrebbe un regicidio... Ma basta soltanto aspettare, arriverà di sicuro il momento giusto»? Sempre il solito, quello che con quella boccuccia può dire ciò che vuole. All’epoca la frase – che, a differenza di quella di Bersani, era inequivocabile – provocò la reazione del governo Prodi, che chiese di abbassare i toni. Immediata fu la risposta del sempre prono Paolo Bonaiuti: «Se Prodi si allarma davvero per la risposta sorridente e scherzosa ad una signora sul regicidio, significa che si sente realmente un re». Grasse risate a corte…
 
Alessandro Bampa
POLITICA
21 febbraio 2010
Perché Sanremolo è Sanremolo

Il coperchio sulla pentola sta per saltare, gli italiani sono stanchi e iniziano a ribellarsi. Prendete la serata finale del festival di Sanremo. All’annuncio dei tre finalisti (Valerio Scanu, il trio Pupo-Canonici-Filiberto e Marco Mengoni, nell’ordine della classifica finale) è venuto giù il palco: dal pubblico e dai giornalisti partono fischi accompagnati dall’indimenticabile scena degli spartiti strappati dall’orchestra. Una protesta contro quelli che arriveranno secondi, soprattutto contro il principe Emanuele Filiberto, scartato ma ripescato fino ad arrivare a sfiorare la vittoria. Ma la gente presente al teatro Ariston non c’è stata, e ha contestato. Sembrava quasi di rivedere la scena del 30 aprile 1993 quando, fuori dall’hotel Raphael, Bettino Craxi fu sommerso dalle monetine all’urlo di «Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?».

Sarà che Filiberto col canto non sembra avere un buon feeling, sarà che il ripescaggio è sembrato assurdo, fatto sta che il pubblico si è incazzato di brutto. La Clerici ha cercato di salvare il salvabile, rievocando la frase sempre in bocca ai nostri politici: «Il popolo sovrano ha votato». A parte che difendere il principe Filiberto aspirante al trono parlando di «popolo sovrano» è quantomeno inopportuno, sembrava di rivedere i berluscones sempre pronti a citare il popolo che ha eletto il loro capo.
 
Con la finale di ieri, Sanremo si è dimostrato un perfetto specchio della società di questo Paese: il merito va a farsi benedire, vincono i raccomandati (fatalità il titolo del programma condotto da Pupo, spalla perfetta sotto questo punto di vista per il principe) che vengono difesi in quanto eletti dal popolo bue, cloroformizzato dalla tv in grado di influire su tutte le decisioni della gente tramite il martellamento continuo (beatificazione di Craxi, cultura della vita contro quella della morte nel caso Englaro, Berlusconi perseguitato, Emanuele Filiberto ripescato che arriva secondo).
 
Ma, da buon specchio della società, Sanremo ieri ha reso evidente anche un altro aspetto degli italiani, l’insofferenza per l’appunto: i paraculati – soprattutto se sono dei nobili che hanno chiesto i danni allo Stato per 260 milioni di euro – vengono fischiati, esattamente come i politici che parlano di crisi dalla sala di un teatro al posto che in Parlamento (a proposito, ci complimentiamo con Bersani). Una minoranza finalmente inizia a farsi sentire, opponendosi a quanto sta accadendo. Sono solo segnali, ma sono pur sempre qualcosa rispetto al nulla di prima.
 
Questo nuovo clima che si respira sempre più a pieni polmoni sembra del resto destinato a rafforzarsi, soprattutto perché lorsignori fanno di tutto per far incazzare ancor di più la gente. Prendete il solito Berlusconi: anche oggi, dall’alto del suo lungo curriculum da imputato, ha rilanciato l’originalissima idea delle liste pulite (a dire il vero già contenuta nel secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge»).
 
Non contento il premier ha nuovamente assolto tutti i personaggi coinvolti nell’inchiesta sulla protezione civile e sulla gestione dell’emergenza abruzzese: «Neppure quello che è avvenuto in Abruzzo si salva da questa ondata di negatività, cioè si cerca di far apparire quella che è stata una delle pagine più nobili della nostra storia recente come un’altra pagina di corruzione e di affari sporchi». Un esempio di una delle pagine più nobili della nostra storia recente è rappresentato forse dalle parole della conversazione telefonica tra due imprenditori d’assalto – Piscicelli e Gagliardi – intercettata il 6 aprile dopo il terremoto che ha devastato L’Aquila («Io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro il letto»)? No, così, tanto per sapere.
 
È il caso di ripeterlo: ci sono dei segnali inequivocabili sul fatto che in Italia sta avvenendo qualcosa di importante. Gli unici a non accorgersene sono i politici che quotidianamente e inconsapevolmente continuano a sfidare il tanto vituperato popolo con i loro atteggiamenti provocatori. C’è solo da continuare a stare all’erta e a denunciare ogni singolo fatto.
 
P. S: confrontate queste due frasi sul ddl sulle intercettazioni: «Non è immodificabile, non abbiamo mai pensato di blindare il testo» (04/07/09); «Andremo avanti con il testo approvato alla Camera» (21/02/10). Sono parole pronunciate dalla stessa persona, Angelino Alfano. Il guardasigilli oggi si è così rimangiato la promessa fatta al sempre dormiente Napolitano, il quale aveva fatto bloccare l’iter parlamentare del ddl ottenendo la promessa di modifiche rispetto al testo licenziato alla Camera, promessa prontamente rinnegata dal governo del bugiardo patentato (amnistiato per la falsa testimonianza sulla P2). Buonanotte, Giorgio.
 
Alessandro Bampa

 

POLITICA
24 novembre 2009
Cicchitto, repetita iuvant?

Il piduista Fabbrizio Cicchitto, tessera 2232, si è allineato alla linea alfaniana. Nonostante l’autoevidenza della balla fotonica sparata ieri da colui che insospettabilmente dirige il ministero della Giustizia, il presidente dei deputati del Pdl ci ha tenuto ad aggiungere il suo nome e la sua bella faccia da massone alla lista dei spara balle. Parlando del ddl Gapsarri-Quagliariello-Bricolo, ha ribadito il pensiero del guardasigilli: «Questo ddl si misura con il problema costituito da un indubbio attacco giudiziario che è in corso dal 1994 nei confronti di Silvio Berlusconi».

Cosa dire? Potremmo riportare il nostro post di ieri, ma sarebbe troppo semplice. Più interessante avvalersi dei dati degli addetti ai lavori, ovvero i pochissimi giornalisti che riportano i fatti. Anche perché se ne scoprono delle belle. Eccovi allora l’articolo odierno comparso sul Fatto quotidiano a firma di Peter Gomez e Marco Travaglio dal titolo «Alfano che dice le bugie».
 
«Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, minacciato di sfratto da Silvio Berlusconi tre giorni fa in caso di mancata approvazione della legge che ammazza i suoi processi, comunica: "Nessuno è riuscito a rispondere alla domanda su come mai tutte le inchieste si sono concentrate su Berlusconi soltanto dal 1994 in poi, mai per fatti funzionali alla sua attività politica, ma per fatti che vanno dal 1994 a ritroso". Caro ministro, le rispondiamo noi. Primo: le inchieste su Berlusconi e le sue aziende sono iniziate ben prima del ‘94. Secondo: i processi attualmente in corso per la corruzione di Mills e per i fondi neri Mediaset riguardano reati successivi al ‘94, dunque nemmeno volendo i magistrati avrebbero potuto scoprirli e perseguirli prima che fossero commessi. Piccolo promemoria, a beneficio del cosiddetto Guardasigilli.
1979, 12 novembre: Massimo Maria Berruti, maggiore della Guardia di finanza, guida un’ispezione all’Edilnord Centri Residenziali e interroga Silvio Berlusconi su presunte irregolarità tributarie. Berlusconi, mentendo, sostiene di essere un "semplice consulente" Edilnord per la "progettazione e della direzione generale di Milano 2". Invece è il proprietario della società. Berruti si beve tutto, e chiude l’ispezione. Nel 1980 si congeda e poi diventa un consulente Fininvest.
1983: la Guardia di Finanza di Milano mette sotto controllo i telefoni di Berlusconi per un presunto traffico di droga. L’indagine sarà poi archiviata.
1984, 24 maggio: il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga Berlusconi, assistito dall’avvocato Previti e imputato "ai sensi dell'articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932" (interruzione di pubblico servizio) per antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono con le frequenze radio della Protezione civile e dell'aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma Berlusconi nel 1985 è subito archiviato, gli altri nel ‘92: non potevano sapere che Squillante, Fininvest e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera.
1984,16 ottobre: tre pretori sequestrano gli impianti che consentono a Canale5, Italia 1 e Rete4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi interviene con due "decreti Berlusconi".
1988, 27 settembre: Berlusconi viene sentito dal pretore di Verona come parte offesa in un processo per diffamazione contro due giornalisti: "Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo. Mai pagato la quota di iscrizione". Doppia bugia: si iscrisse nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e pagò la quota. La Corte d’appello di Venezia spiega che è colpevole di falsa testimonianza, ma che il reato è coperto dall’amnistia del 1990.
1992, 4 maggio: il pm Antonio Di Pietro firma un decreto di "acquisizione di documenti" sugli appalti della Coge di Parma, partecipata da Paolo Berlusconi. Il fascicolo è il 6380/91 su Mario Chiesa che il 17 febbraio ha dato il via a Mani Pulite. In Tangentopoli la famiglia Berlusconi entra subito.
1992, 21 maggio: Paolo Borsellino parla a due cronisti francesi di un’indagine in corso sui rapporti fra il boss Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.
1992, 9 giugno: i giornali svelano che il dc Maurizio Prada accusa la Fininvest di una tangente da 150 milioni alla Dc. Fininvest "smentisce categoricamente": solo sconti sugli spot. Anche il dc Gianstefano Frigerio parla di 150 milioni dati da Paolo Berlusconi per la discarica di Cerro.
1992, 15 settembre: Augusto Rezzonico, ex presidente delle Ferrovie Nord, racconta ai pm che in febbraio Dc e Psi hanno   inserito nella legge sul codice della strada un emendamento per favorire la "Fininvest, unica depositaria del know how tecnico necessario" per il sistema di segnalazione elettronico "Auxilium" per le autostrade, "un business da 1.000 miliardi". Poi aggiunge che il manager del gruppo Sergio Roncucci "ringraziò per l’emendamento e mi confermò l’impegno della Fininvest a contribuzioni alla Dc per il piacere ricevuto".
1992, dicembre: Paolo Berlusconi indagato a Roma: avrebbe venduto immobili Edilnord a enti previdenziali a prezzi gonfiati in cambio di mazzette all’Ufficio tecnico erariale. Pagamenti per cui sarà poi considerato vittima di concussione. 1993, 15 gennaio. Paolo Berlusconi rinviato a giudizio con 34 persone i finanziamenti illeciti ai partiti legati alle discariche.
1993, 8 aprile: Gianni Letta, interrogato da Di Pietro, ammette di aver finanziato illegalmente   con 70 milioni il segretario Psdi Antonio Cariglia: "La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino". Lo salva l’amnistia del 1990.
1993, 18 maggio: arrestato per corruzione Davide Giacalone,consulente del ministro delle Poste Oscar Mammì per la legge sulle tv, e poi consulente Fininvest per 600 milioni. Verrà assolto e in parte prescritto.
1993, 18 giugno: arrestato Aldo Brancher, assistente di Fedele Confalonieri, per 300 milioni dati al Psi e 300 a Giovanni Marone, segretario del ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, in cambio di spot anti-Aids sulle reti Fininvest. Resterà tre mesi a San Vittore senz’aprire bocca. Poi diventerà deputato e viceministro.
1993, 23 giugno: Confalonieri e Brancher indagati a Milano per 300 milioni al Psi. I due usciranno indenni dall’inchiesta.
1993, settembre: la Procura di Torino indaga su un giro di false fatture nelle sponsorizzazioni sportive, che porterà al coinvolgimento di Publitalia e nel ‘95 all’arresto e alla condanna di Dell’Utri. Anche a Milano si scoprono fondi neri di Publitalia. Dell’Utri patteggerà la pena.
1993, 29 ottobre: il pm romano Maria Cordova, che indaga su tangenti al ministero delle Poste, chiede al gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa) l’arresto di De Benedetti, Galliani e Letta. Ma la Iannini arresta solo De Benedetti e si spoglia delle altre due posizioni perché relative a amici di famiglia. I due, poi assolti, restano a piede libero.
1993, 25 novembre: Craxi trasmette un memoriale ai pm: "Gruppi economici (…) hanno certamente finanziato o agevolato i partiti politici e, anche personalmente, esponenti della classe politica. Da Fiat a Olivetti, da Montedison a Fininvest".  
1993, 4 dicembre: la Procura di Torino raccoglie le confessioni del presidente del Torino Calcio, Gianmauro Borsano, deputato Psi, travolto da un crac finanziario. Borsano dice che nel marzo ‘92 il vicepresidente del Milan, Galliani, gli versò 18 miliardi e mezzo più 10 miliardi in nero per il calciatore Lentini. La Procura trasmette il fascicolo a Milano per falso in bilancio e il 22 febbraio ‘94 ascolta Borsano e altri protagonisti. Il pool mette così il naso nei conti esteri Fininvest.
1993, 14 dicembre: arrestati a Torino il sindaco Pds e quattro assessori di Grugliasco per tangenti sul megacentro commerciale Le Gru, costruito dalle coop rosse e gestito dalla francese Trema e da Standa (Fininvest). La Procura indaga Brancher (poi archiviato) e convoca come teste Berlusconi, che si presenterà solo il 19 aprile ‘94, dopo aver vinto le elezioni.
1993, dicembre: Salvatore Cancemi, primo boss pentito della Cupola,comincia a parlare al pm di Caltanissetta Ilda Boccassini dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri, mafia e stragi. 1993, 20 dicembre: il procuratore Borrelli dice al Corriere: "Sappiamo che certe coincidenze possono provocare sconquassi, ma che possiamo farci? Quelli che si vogliono candidare si guardino dentro. Se sono puliti, vadano avanti tranquilli. Ma chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte prima che arriviamo noi".
1994, 26 gennaio: Silvio Berlusconi annuncia in tv, con un videomessaggio, il suo ingresso in politica perché "questo è il paese che amo". In privato, confida a Montanelli e a Biagi: "Se non entro in politica, finisco in galera e fallisco per debiti"».
 
Manco a dirlo, ieri eravamo stati troppo buoni col Cavaliere. Avevamo sorvolato sui reati delle sue società e su alcuni suoi (altri) presunti peccatucci di gioventù. Però noi non siamo giornalisti. E qui sorge il problema: perché solo un giornale si è premurato di informare i suoi lettori smentendo (anzi, smerdando) Alfano? Il silenzio dei infatti fa solo il gioco di questi furboni, che contano sul fatto che, a forza di sparare cazzate a quantità industriale, qualcuna entrerà nelle teste dei poveri cittadini turlupinati da questi professionisti nella truffa.
 
Non sappiamo se Cicchitto legga questo blog (a sentirlo parlare a volte addirittura ci chiediamo se sappia leggere). Noi però ci proviamo e gli rispieghiamo perché non è il caso di offendere quotidianamente la verità. Come direbbe Sacconi, «i numeri sono numeri e non sono opinabili». Soprattutto se non serve una laurea per verificarli.
 
AB

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POLITICA
23 novembre 2009
Alfano: lo spara balle

Basta! Non se ne può più con le balle che questo governo ci propina quotidianamente ogni giorno in quantità industriale! Una continua presa per il culo per quei poveri Cristi che non possono informarsi autonomamente e che si devono affidare ai vari mezzi di comunicazione italioti, che con la vera informazione non hanno più niente a che fare. Oggi è toccato al ministro della Giustizia Angelino Alfano mentire sapendo di mentire. Unico vantaggio: non c’è pericolo che si giochi la faccia. Quella l’ha già persa il 7 ottobre scorso, quando la Consulta gli ha bocciato la sua infamia anticostituzionale.

Prima di parlare della solita balla spaziale rilanciata per l’ennesima volta, partiamo dalla sfida che il guardasigilli ha lanciato all’Anm e a Spataro sul processo breve: «Dei procedimenti penali ho parlato dell’1%, ma sia Spataro che l’Anm continuano ad attaccare questo dato senza fornirne uno alternativo. Il che dimostra che non hanno un numero alternativo da offrire e che non riescono a contraddirmi nel merito». Alfano, rispondi ad un paio di domande: se la legge sul processo breve influirà solo sull’1% dei processi, a cosa serve farla? Se la percentuale dei processi troppo lenti corrisponde solo all’1%, significa che il restante 99% procede veloce. E allora a cosa serve una legge del genere? Queste domande sono quelle che ha fatto ieri Spataro. Secondo Angelino, non riesce a contraddirlo nel merito.Ovvio: non serve, ci pensa già da solo.

Ma veniamo alla balla galattica che il titolare della Giustizia italiana si è sentito in dovere di sparare: «Nessuno può smentire che il presidente Berlusconi ha avuto una vita, dal 1936 al 1994, cioè quando è entrato in politica, piena di grandi successi. Nessuno è riuscito a rispondere a una domanda, che è questa: come mai tutte le inchieste sono cominciate dal 1994?».
 
Partiamo dai successi di Berlusconi prima del 1994: ci spiegassero una volta per tutte l’origine di questi trionfi, forse saremmo meno sospettosi e lo potremmo celebrare come effettivamente merita. Da dove arrivavano i capitali della Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag di Lugano che hanno finanziato la sua prima azienda, la Edilnord Sas? Chi erano le persone a capo delle 2 fiduciarie ticinesi che lo aiutarono nella creazione della Italcantieri Srl? Perché nella costruzione di Milano 2 il nome di Berlusconi non compare mai ai vertici delle sue società impegnate nel lavoro edile? Da dove sono arrivati i 113 miliardi di lire (cioè 250 milioni di euro di oggi) che piovvero in contanti sulla neonata Fininvest tra il 1978 e il 1983 tramite un sospetto sistema di holding? Cosa sarebbe stato del sistema televisivo abusivo che Berlusconi ha messo in piedi nel 1981 se non fosse stato sanato dagli appositi decreti Craxi (stranamente ricompensato con 23 miliardi di lire)? Sono queste – senza dimenticare l’iscrizione alla P2 – le premesse dei successi del Cavaliere. E, data la fitta nebbia che le avvolgono, ci piacerebbe vederci chiaro una volta per tutte prima di santificare il Berlusconi imprenditore.
 
Ora però è arrivato il momento di analizzare la cazzata del secolo, sempre in bocca ai berluscones più inutili: i processi contro il sant’uomo sono iniziati dopo la discesa in campo del 1994. Caro Alfano, viene prima il 1990 o il 1994? Sai, nel 1990 Berlusconi è stato condannato dalla corte di appello di Venezia per falsa testimonianza sulla P2 (poi si è salvato con l’amnistia). Si trattava di un processo cominciato nel 1987, dunque ben prima del 1994. O no?
 
Qui però stiamo già parlando di processi. Alfano invece tira in ballo addirittura le inchieste, naturalmente ben più numerose dei processi (al processo ci arrivi solo dopo la chiusura delle indagini, la richiesta di rinvio a giudizio e l’approvazione del gup). Sempre più ridicolo il nostro ministro: Berlusconi ha avuto la sua prima inchiesta nel 1979. Era indagato per reati valutari. L’archiviazione venne disposta da tale Berruti Massimo. Guarda caso uno che ora siede in Parlamento tra le file del Pdl. Alfano, il 1979 viene prima del 1994?
 
Angelino, ci sbagliamo o anche il 1983 viene prima del 1994? Sai perché  te lo chiediamo? Perché nel 1983 il tuo datore di lavoro era di nuovo sotto indagine. Sai per cosa? Roba da poco: traffico di stupefacenti. Sai chi era il coindagato? Tale Dell’Utri Marcello. Nonostante l’archiviazione per il reato di traffico di droga, le telefonate allora intercettate finirono nel faldone del processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del braccio destro dell’attuale premier.
 
Speriamo di essere stati abbastanza chiari e di aver dimostrato che certe fandonie sono facilmente smontabili. Basta essere leggermente informati. Se lo fossimo tutti un po’ di più, forse certe facce non le vedremmo più in giro. Certo, bisogna vedere se questi esseri sono in grado di provare almeno un po’ di vergogna e se hanno un minimo di orgoglio. Già, forse chiediamo troppo dalla politica italiana.
 
AB

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POLITICA
14 novembre 2009
Il Giornale, «un figlio drogato»

Notizia bomba quella data oggi da Il Giornale di Vittorio Feltri. Con l’articolo «Sentenza Mills: ecco perché non vale contro il premier», la redazione del quotidiano ha spiegato ai suoi lettori che «la sentenza di condanna pronunciata dalla corte d’Appello di Milano nei confronti dell’avvocato britannico David Mills, non può essere utilizzata contro Silvio Berlusconi. La questione è procedurale e perciò insuperabile».

Il quotidiano diretto anche da Indro Montanelli (che, visto il declino successivo alla sua cacciata del 1994, lo paragonò ad un «figlio drogato») spiega che «le prime due ragioni di questo impedimento riguardano la stessa sentenza Mills». Per prima cosa, la sentenza «non è irrevocabile. Si tratta infatti di un pronunciamento di secondo grado, che non essendo definitivo è suscettibile di impugnazione. Questo rende impossibile, per legge, ogni utilizzo dell’attuale sentenza di condanna in un altro procedimento. Ergo la sentenza Mills non può essere opposta a Berlusconi».
 
Da questo giusto principio, il quotidiano milanese di via Negri difende il padrone con una noiosissima disquisizione, la seconda ragione, ovvero il fatto che «un provvedimento decisorio (condanna per Mills) non può vincolare una persona se questa non ha potuto prendere parte al processo del quale quella sentenza è l’epilogo finale»: «in sostanza le dichiarazioni e la confessione di avere intascato i soldi dal Cavaliere (ammissione che poi Mills si è rimangiato), hanno valore pari a zero in un eventuale processo contro il premier. A meno che (paradosso) non sia lo stesso premier a chiedere di acquisirle. Questi verbali possono essere utilizzati a processo solo allo scopo di accertarne la veridicità».
 
Superba la frase che conclude questa lezioncina di giornalismo e di giurisprudenza: Silvio Berlusconi «non ha affatto bisogno che il nuovo ddl sul processo breve diventi legge, per sfuggire alla giustizia». Il concetto era stato espresso ancor più chiaramente nell’incipit dell’articolo: «Il premier non ha bisogno di tutela, né dell’"effetto spugna" sui procedimenti a suo carico del nuovo ddl presentato al Senato, qualora diventasse legge».
 
Per smontare l’azzardata conclusione dell’articolo, volto a difendere l’operato politico del fratello dell’editore, partiamo dalla presunta seconda prova, l’inutilizzabilità delle confessioni di Mills, ovvero la lettera al suo commercialista Bob Drennan e l’interrogatorio reso davanti ai pm. Il Giornale cita l’art. 283 bis del codice di procedura penale, quello che direbbe che «i verbali di dichiarazione (la cosiddetta prova dichiarativa) possono essere utilizzati in un altro procedimento solo se il difensore dell’imputato (Berlusconi) era presente durante la loro formazione».
 
Peccato che il quotidiano di Feltri abbia in realtà riassunto il comma 2 dell’art 238 del cpp («I verbali di dichiarazioni possono essere utilizzati contro l’imputato soltanto se il suo difensore ha partecipato all’assunzione della prova o se nei suoi confronti fa stato la sentenza civile») e non il vero art. 238 bis. La chiave delle paure di Berlusconi infatti è tutta in quest’ultima norma che dice che, «fermo quanto previsto dall’articolo 236, le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova di fatto in esse accertato e sono valutate a norma degli articoli 187 e 192, comma 3».
 
Il Giornale ha svelato il suo modus operandi: non dà le notizie, fa solo disinformazione cercando di manipolare i fatti. E, in questo caso, le leggi. Cosa ha fatto l’autore dell’articolo? Cosciente che ciò che preoccupa Berlusconi è in realtà l’art. 238 bis, ha cercato di smontare le paure dei suoi lettori – in particolare gli ignoranti in materia giudiziaria – portando a supporto altri articoli del cpp che metterebbero in una botte di ferro il Cavaliere, dunque un perseguitato delle toghe rosse. Ecco allora che si parla dell’inutilizzabilità delle confessioni di Mills. Peccato che, nell’assemblare l’articolo, il giornalista avesse ancora in mente l’articolo che toglie il sonno a Berlusconi, il 238 bis per l’appunto, che così è entrato nel pezzo.
 
L’autogol è clamoroso: con questo errore Il Giornale ha infatti svelato la vera preoccupazione del Cavaliere, ovvero che il processo Mills arrivi ad una sentenza di condanna passata in giudicato. Che la cosa non sia remota, lo confermano le 2 condanne che l’avvocato inglese si è beccato nei due gradi finora celebrati. Ora manca solo la sentenza della Corte di Cassazione. Anche in questo caso Il Giornale prova a confondere le idee: dicendo giustamente che la sentenza d’appello non può avere ricadute sul futuro processo che finalmente vedrà Berlusconi imputato (cosa che nessuno ha mai detto: Mills è innocente fino al terzo grado), tace sul fatto che se questa verrà confermata in Cassazione potrebbe essere decisiva per le sorti dell’imputato eccellente, essendo acquisita come prova.
 
Che le vicissitudini del processo Mills preoccupino il presidente del consiglio del resto è evidente: a cosa dovevano servire la bloccaprocessi e il lodo Alfano se non a garantirgli l’impunità? Saltato il lodo (ringraziamo ancora quei 9 giudici coraggiosi della Consulta) e condannato anche in appello Mills, Berlusconi ha capito che l’appuntamento con la giustizia si è improvvisamente riavvicinato. Ecco perché è stato presentato il ddl Gasparri-Quagliariello-Bricolo, ricatto per ottenere un lodo Alfano costituzionale. Che non ci stiamo inventando nulla lo conferma un emendamento nel ddl del processo penale (targato ancora una volta Alfano) dell’avvocato Ghedini, quello che – come denunciato anche da Peter Gomez il 27 ottobre – vuole abrogare l’art. 283 bis del cpp. Quello che, con l’ennesimo lapsus freudiano e con l’ennesima lezione di pessimo giornalismo, Il Giornale ha svelato.
 
AB

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POLITICA
13 novembre 2009
Il ricattato ricattabile ricattatore

Ci risiamo. Berlusconi è tornato a chiedere il pizzo allo Stato. Come sempre, a modo suo. Se non si trattasse del millesimo tentativo di ricatto, lo si potrebbe definire subdolo. Ma ormai, proprio a causa dei numerosi precedenti, lo si è scoperto subito. Berlusconi infatti, utilizzando una frase presente nel ddl sul processo breve – la cui minaccia di attuazione rappresenta il ricatto – ormai con questi colpi di spugna di stampo più che criminale si rivela per quello che è: un «imputato recidivo o delinquente o contravventore abituale o professionale». Ovviamente incensurato, grazie alle sue 6 prescrizioni.

Senza risalire troppo indietro nel tempo e fermandoci a questa legislatura, ve la ricordate la legge bloccaprocessi? E il primo ddl Alfano (sì, sempre lui) sulle intercettazioni? Che cos’erano se non dei tentativi di estorsione? È il metodo Berlusconi, forse appreso da eroi analfabeti che consegnavano “cavalli” nelle hall degli alberghi: ti intimidisco con una richiesta assurda mettendoti addosso una paura fottuta costringendoti a trattare, e così ottengo ciò che voglio. La bloccaprocessi è servita per ottenere il lodo Alfano, il ddl sulle intercettazioni firmato sempre dal guardasigilli per arrivare all’attuale proposta ferma al senato ma già sostanzialmente avallata dal presidente della Repubblica.
 
Visto che il metodo allora funzionò, Berlusconi ha deciso di riutilizzarlo, dal momento che il lodo è stato spazzato via dalla Consulta (anzi, da una parte, per fortuna maggioritaria). Ecco allora che ci viene presentata la nuova offensiva: un ddl sul processo breve (Gasparri-Quagliariello-Bricolo) e, già che ci siamo, uno sull’immunità parlamentare (Boniver alla Camera, Malan al Senato). Non vi sta bene? Bene, trattiamo. Cosa proponete?
 
Infatti, nonostante l’evidenza della manovra volta ad assicurare l’impunità del Cavaliere, qualche buontempone che casca ancora nel tranello c’è sempre. Sono in pochi, però purtroppo sono tutti concentrati nel Parlamento. Il primo a cedere – al primo giorno, un vero record – è stato Casini: «Ora un’opposizione responsabile è di fronte a un bivio: o si strepita e si fa approvare la porcheria, o si vota il lodo Alfano per via costituzionale». Secondo il leader Udc, «se sbraita Di Pietro è un conto. Ma se diciamo noi che questo testo scasserà l’ordinamento giudiziario italiano, potete crederci. Meglio allora l’immunità parlamentare».
 
Immediata la reazione del Pdl che, senza giri di parole, ha svelato la vera natura ricattatoria della proposta Gasparri-Quagliariello-Bricolo. Prendiamo le parole di Alfano: «Se qualcuno pensa che il ddl sul processo breve sia incostituzionale e che invece sia giusto lo scudo processuale per le alte cariche dello Stato, allora ripresenti il lodo Alfano per via costituzionale». Pensarci allora, no eh? Vuoi mettere con la figura da cioccolatino fatta facendosi eliminare l’aborto giuridico che porta il suo nome con legge ordinaria...
 
Solito schema: proposta orrida, oscena, indecente e soprattutto anticostituzionale; paura nella cosiddetta opposizione; proposta di trattativa con resa sul campo ai voleri di Berlusconi (al quale non gliene frega assolutamente niente di bloccare 100.000 porcessi: vuole eliminare solo i suoi); approvazione di una legge che non è delinquenziale come la prima ma che scardina i principi dello Stato; giubilo dei beoti dell’opposizione che si complimentano tra loro per aver bloccato la prima legge.
 
Nel giro di 2 giorni siamo già arrivati alla terza fase. Rispetto alle altre volte però c’è una differenza fondamentale. Oggi infatti Berlusconi tramite la riforma per il processo breve chiede una riforma costituzionale: se va in porto il ricatto, non ci sarà più una Consulta che lo potrà cancellare. E allora non ci sarebbe più niente da fare. Casini ha già ceduto; ora vediamo cosa fanno gli altri.
 
AB

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POLITICA
19 ottobre 2009
Cagnolino Alfano

«Per me le scuse di Brachino chiudono un caso, ma ne aprono platealmente un altro: il diritto alla privacy vale solo se c’è di mezzo un magistrato? Solo in quel caso il diritto alla privacy prevale sul diritto di cronaca? E quando di mezzo c’è il diritto dei comuni cittadini e del capo del Governo? Sono sempre stato un sostenitore del diritto alla privacy, un diritto che è di ciascun cittadino e non solo dei magistrati. Oggi anche il Pd si è accorto dell’esistenza di questo diritto, però se ne è accorto solo per difendere l’ormai famoso esponente di una potente corporazione come quella dei magistrati. E se ne è accorto anche il segretario del Pd che domenica ha usato i calziniturchesi nella sua campagna elettorale per l’elezione alla segreteria nazionale del partito. Una privacy elettoralistica? Spero di no. La privacy non è un diritto a corrente alternata, a seconda di chi sia la vittima della sua violazione. Nel nostro Paese centinaia di migliaia di cittadini sono stati intercettati senza essere direttamente coinvolti nelle indagini. I loro nomi, spesso i loro affetti, sono stati pubblicati sui giornali e senza ragione. Del loro interesse e della salvaguardia della privacy si sono occupati il Governo e la maggioranza, ma con l’ostilitá dell'opposizione. Nel nostro paese un capo di governo straniero è stato fotografato all’interno della residenza privata del presidente del Consiglio dei Ministri e nessuno si è indignato. Piuttosto, qualcuno si è indignato della legittima indignazione del presidente Berlusconi che difende la propria privacy. Si è frugato, usando ogni metodo nel privato del presidente del Consiglio in omaggio al diritto di cronaca: anche in questo caso la privacy è stata considerata un diritto di serie b. Noi abbiamo sempre considerato uguali e di pari rango tre diritti costituzionali: quello alle indagini, quello alla privacy e quello di cronaca. Spero che lo sfoggio dei calzini turchesi coincida con la promozione in serie a del diritto alla riservatezza e alla privacy anche quando il problema riguarda il comune cittadino o il leader del governo. Spero che non sia l’ennesima prova che la sinistra sta sempre e comunque dalla parte dei magistrati e non dei cittadini».

A pronunciare queste corbellerie è stato il ministro della Giustizia Angelino Alfano riferendosi alle scuse di Claudio Brachino al giudice Mesiano per il pedinamento organizzato ai suoi danni da Mattino5 nel tentativo di rappresentarlo come lo «stravagante» giudice che ha condannato la Finivest di Berlusconi a risarcire la Cir di De Benedetti, sottintendendo l’illegittimità di tale decisione.
 
Da vero esponente del Pdl, Alfano parla della privacy solo in riferimento al suo capo. Come tutto il centrodestra infatti, interviene sul tema solo quando c’è di mezzo Berlusconi. Basti pensare alla caccia all’uomo per trovare il vincitore del Superenalotto a Bagnone: avete sentito una rezione indignata da parte del centrodestra? No, non era mica Berlusconi.
 
A destra funziona così: la privacy diventa una questione nazionale solo se coinvolge il premier. È da 15 anni che funziona così: l’emergenza è tale solo se riguarda il Cavaliere. Ecco che allora il pedinamento mafioso-piduista non suscita lo sdegno del guardasigilli, preoccupato solo della privacy del capo, nel pieno relativismo della «corrente alternata», per usare le sue stesse parole, come esemplificato anche dal garantismo peloso dei “liberali” che spesso si trasforma in giustizialismo tipico degli orridi dipietristi (come nel caso della sanità pugliese, col centrodestra che chiede la testa di Nichi Vendola, nemmeno indagato).
 
Ribadendo il principio del «Berlusconi prima di tutto», ecco che allora Alfano può lanciarsi nuovamente nella crociata contro le odiate intercettazioni, quelle che hanno dato il via a memorabili gogne mediatiche per milioni e milioni di Mario Rossi qualsiasi, difesi notoriamente dal governo delle leggi rivolte a tutta la comunità (come il lodo che portava il nome del ministro, spazzato via perché troppo rispettoso dell’invocata uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, anch’essa ovviamente a corrente alternata): bisogna eliminarle assolutamente, in barba ai risultati che producono e sorvolando sulla definizione di «governo della sicurezza» auto-appioppatasi dall’esecutivo che, da solo, si dà anche il gradimento.
 
Il guardasigilli supera però se stesso quando millanta una privacy di serie A e una di serie B, ripresentando la solita triste e consumata figura del “Berlusconi perseguitato” azzardando un improponibile paragone col giudice Mesiano, a detta del ministro più tutelato del premier: ad Alfano non passa per la testa che Mesiano sia stato importunato (per essere moooolto buoni) dagli uomini di quello che si pone come baluardo della privacy e non da paparazzi intenti a fare il loro (a volte sporco) mestiere.
 
Peccato insomma che, come spesso accade, gli sgherri di Berlusconi fingano di poter scindere a loro piacimento il Berlusconi politico dal Berlusconi imprenditore. È una cosa tecnicamente impossibile, anche e soprattutto per chi dovrebbe solo andarsi a nascondere dopo aver scritto (come l’attuale seconda carica dello Stato) una delle legge più vergognose della storia della Repubblica italiana che doveva tutelare il Berlusconi politico e imprenditore, uno e trino.
 
AB

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POLITICA
17 ottobre 2009
Alfano non capisce...

La proclamazione dello stato di agitazione dell’Anm «ha tutto il sapore di una guerra preventiva alle riforme», è «inspiegabile, sorprendente e dunque pretestuosa» e «prelude a non si capisce bene che cosa»: parola di Angelino Alfano, ministro della Giustizia della Repubblica italiana.

La decisione viene «da chi ogni giorno richiede il rispetto per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, mentre evidentemente non porta affatto rispetto per l’autonomia e l’indipendenza del parlamento e neanche per l’incontestabile diritto-dovere di chi ha vinto le elezioni di realizzare il proprio programma di governo, mantenendo così fede all’impegno assunto con gli elettori». Chiaro, no? Il semplice stato di agitazione notoriamente blocca Governo e Parlamento, impedendo di legiferare agli eletti dal popolo. Alfano, dove vivi? Neanche le condanne (purtroppo mai definitive) hanno potuto fermare Berlusconi da fare ciò che vuole, tant’è che nonostante i diversi giudizi della magistratura non proprio favorevoli se ne sta tutt’ora lì, a guidare l’Italia dall’alto della sua lunga carriera di imputato.
 
Questo dettaglio ovviamente il ministro lo dimentica, presentandoci l’Italia in mano alla magistratura che assume su di sé anche il potere esecutivo e legislativo, oltre al solito Berlusconi perseguitato. Il ministro ha infatti proseguito dicendo che «il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha tutto il diritto e anche il dovere di realizzare il programma di governo». Quando mai il Cavaliere sia stato bloccato nella sua iniziativa legislativa dalla magistratura non lo dice. Ovvio: non è mai avvenuto. Legge sulle rogatorie, ex Cirielli, riforma del falso in bilancio, condoni fiscali ed edilizi, lodi Schifani e Alfani sono o sono state tutte leggi dello Stato, nonostante le proteste dei magistrati. Quelle eliminate (poche, in verità) sono state cassate dalla Corte Costituzionale, che non fa parte né del Csm né dell’Anm, essendo un organo con compiti ben precisi, limitati dalla Costituzione.
 
A proposito della Carta, Alfano si è superato: «Se la riforma della Costituzione avrà necessità di una validazione popolare referendaria, è perché proprio ciò è scritto nella Carta costituzionale, che non si può leggere un rigo sì e un rigo no». Stupendo. Mai avremmo pensato di sentire una frase del genere da uno che la Costituzione l’ha davvero letta a salti: Alfano ha ignorato l’esistenza degli articoli 3 e 138 (che ora sembra aver imparato a memoria) nel redigere il lodo che porta il suo nome (anche se gira voce che non sia stato proprio lui...), così come oggi ha sorvolato sull’esistenza dell’articolo 21 sulla libertà di espressione, evidentemente negata ai magistrati.
 
Il guardasigili non si è fermato qui: riferendosi alle parole del suo capo di ieri, ha detto che «Berlusconi ha ribadito esattamente ciò che ha sempre detto in campagna elettorale, e cioè che non considererà compiuta la sua missione in politica se non avrà riformato la giustizia rendendo realmente giusto il processo, ponendo in condizioni di effettiva parità l’accusa e la difesa nel processo, senza che ciò significhi porre il pm alle dipendenze dell’esecutivo (come abbiamo ribadito in tutte le lingue mille volte)». Il pm infatti, nella mente malata di questi politicanti, deve solo diventare «avvocato dell’accusa»: da colui che tecnicamente viene pagato per cercare la verità, lo facciamo diventare ufficialmente uno stipendiato per accusare a destra e a manca chi vuole lui, a seconda di come gli gira. Geniale.
 
Alfano ovviamente non può rivelare il vero piano di Berlusconi, peraltro già noto, cioè salvarsi definitivamente dalla giustizia (terrena), cosa provata diverse volte in 15 anni di permanenza sulla scena politica e che ora, dopo diversi tentativi, si appresta ad attuare eliminando ciò che lo ha fermato, quella comunista della Costituzione. Quella Carta cioè sulla quale ha giurato, esattamente come Alfano che, nonostante l’abbia bellamente calpestata con la sua bella legge per l’impunità, se ne sta ancora lì al suo posto, senza un minimo di dignità.
 
Chiudiamo entrando nel merito delle domande di Alfano, desideroso di sapere come mai la magistratura sia in agitazione. Caro Alfano, se tu fossi una toga e sapessi che al governo c’è un signore che sui magistrati si è pronunciato spesso con attacchi feroci («Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»; «Ahimè, sono sicuro che hanno idee radicate nel passato, nella scuola di Mosca e se andassero a Cuba sono sicuro che tornerebbero solo dopo aver fatto turismo sessuale e senza avere imparato niente»; «La magistratura è una malattia della nostra democrazia»; «Mio padre diceva una cosa. Se uno nasce col piacere di fare del male ha tre scelte: può fare il delinquente, il pm o il dentista. I dentisti si sono emancipati e adesso esiste l’anestesia»; «I giudici politicizzati sono la metastasi della democrazia»), non avresti paura nel sentire che ora vuole una «rivoluzione» della giustizia (testuale), soprattutto dopo la bocciatura da parte dei giudici della norma che lo metteva al riparo da tutto?
 
Mentendo sapendo di mentire Alfano ha voluto comunque rassicurare tutti: «I testi delle nostre riforme sono in Parlamento da lungo tempo e sono assolutamente noti. L’idea di porre mano alla Costituzione è stata annunciata decine di volte in questi mesi di governo, e i contenuti di fondo dell'ipotesi di riforma sono ben scritti nel nostro programma». Confrontate però le parole del ministro con queste di ieri di Berlusconi: «C’è una riforma del processo penale che è già in Senato e che a me non sembra sufficiente». Paura, eh?
 
AB

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POLITICA
4 giugno 2009
Berlusc[....]ones

Oggi commentiamo il vergognoso trattamento del tg1 riservato al centrodestra nella nota politica: dopo i servizi su Berlusconi, Bossi e Franceschini, la nota ha completamente oscurato gli eletti del Pdl. Se infatti alle opposizioni in parlamento sono stati dedicati vari servizi (uno a testa per Fassino, Casini, Di Pietro) e quelle escluse dal voto dello scorso anno hanno ottenuto un servizio unico con le voci di Ferrero per la lista comunista, di Nencini per Sinistra e Libertà, della Melchiorre per i liberaldemocratici e di Penati (presente in Parlamento, alleato alle europee con l’Mpa, i pensionati e la Destra di Storace), agli esponenti della maggioranza sono state riservate solo le seguenti parole del curatore della nota, Marco Frittella:

«La maggioranza replica con nettezza alle critiche dell’opposizione. Da Palazzo Chigi il sottosegretario Paolo Bonaiuti afferma che Franceschini non si è accorto che gli italiani stanno con Berlusconi oggi più che ieri. Basta vedere, dice Bonaiuti, il distacco negli ascolti a Porta a Porta per capire che la sinistra non ha più il polso dell’Italia reale. Franceschini, dice La Russa, ha avuto paura di candidarsi ed è tutt’altro che il nuovo che avanza, osserva Maurizio Lupi. La riapparizione di Prodi e Veltroni si rivelerà, secondo Capezzone, un boomerang. Gli italiani, dice Bocchino, hanno capito la strumentalità delle critiche della sinistra. Sentiamo su questo il ministro Guardasigilli Alfano: "È da ribadire l’importanza di votare Silvio Berlusconi che è il nostro capolista e il leader del popolo delle [sic, nda] libertà candidato al parlamento europeo e che sta guidando con generosità e coraggio una grande battaglia per fare contare di più l’Italia in Europa"».
 
Ce ne sarebbe abbastanza per gridare all’oscuramento, alla violazione della par condicio e alla Rai occupata dai comunisti. Oppure per affiancarsi ai radicali nello sciopero della fame e della sete contro questa informazione censoria. Ma i nostri eroi, i berluscones, non sono caduti così in basso e soffrono in virile silenzio, trattenendosi anche per l’incredibile assenza in contemporanea di altri 3 noti habitués dei notiziari, Gasparri, Cicchitto e Quagliariello.
 
Riconsiderando però le loro affermazioni, non vorremmo che, con un grande atto di dignità, fossero stati loro stesso a imporre l’oscuramento. Analizziamo meglio le loro parole: Bonaiuti ha deciso che lo share ottenuto da Vespa con la presenza del Canagliere (peraltro favorito in maniera ignobile dalla pubblicità che il tg1 gli ha fatto in conclusione del notiziario di ieri, a differenza di quanto fatto con Franceschini il giorno prima) vale più delle elezioni stesse; due ministri della Repubblica, quello della Difesa (che deride l’avversario) e quello della Giustizia, invitano a buttare il loro voto dando una preferenza ad uno che non può entrare per legge al parlamento europeo; il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, dice che Franceschini non può essere il nuovo che avanza, nonostante abbia come capo un prossimo settantatreenne; il portavoce del Pdl, Capezzone, ha dimostrato solo di aver imparato bene il vocabolario standard del suo datore di lavoro, utilizzando la parola «boomerang» (le altre sono «la costituzione non è un moloch», «la sinistra gioca al tanto peggio tanto meglio», «Franceschini è demagogico», «il Pd è succube di Di Pietro, che mi fa orrore», «toghe rosse», «giustizia ad orologeria», «eredità dei precedenti governi») e dimenticandosi ancora una volta di essere stato alleato con Prodi e Veltroni; l’onorevole indagato Italo Smemo sostiene invece che gli italiani sanno distinguere un fatto vero dalle accuse false della sinistra, dimenticandosi che Berlusconi, alla prova dei fatti e incontrovertibilmente, nell’ordine aveva provato a candidare veline, ha frequentato delle minorenni, è stato ritenuto un corruttore da dei giudici e ha utilizzato i voli di Stato per trasportare la nota autorità Apicella.
 
Ma forse non si tratta di autocensura: potrebbe infatti trattarsi semplicemente di un ripensamento del tg1 che ha provato a riequilibrare l’incredibile onnipresenza del premier (dopo 2 interventi nel giro di un mese a Porta a Porta; dopo le continue interviste con logo incorporato, nonostante la par condicio lo vieti; dopo la giornata odierna con i 47 minuti a Mattino 5 dagli zerbini Brachino- Belpietro e l’intervista a Sky) omettendo di riportare tutte le dichiarazioni di questi personaggi. Del resto basta il Canagliere a convincere gran parte degli italiani che anche le veline rappresentano la società e quindi hanno diritto (più degli altri, visto che risollevano il morale del capo) ad un posto in parlamento; che dare 27589 versioni diverse su strani rapporti con delle ragazzine non voglia dire mentire; che i voli di Stato ad uso e consumo di personaggi folklorici ed equivoci non sono spese del denaro pubblico e quindi nemmeno scandalosi; che i giudici italiani sono tutte toghe rosse che però, nonostante tutto, in 15 anni, con le molteplici occasioni che hanno avuto, non sono riuscite mai a sbatterlo in galera; che il Pd controlla tutta la stampa, anche quella straniera; che il conflitto d’interessi riguarda Murdoch, che ordina campagne mediatiche sui suoi giornali, e non lui; che è Kaka che vuol andare via dal Milan e non il presidente che deve ripianare i bilanci.
 
A convincerla, insomma, che l’Italia è una repubblica solo formalmente democratica, fondata sulla televisione e sull’ignoranza dei cittadini.
 
AB
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