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POLITICA
29 luglio 2010
14 dicembre 2010: la fine del berlusconismo

Finalmente a 16 anni dalla funesta «discesa in campo» del Cavaliere si vede concretamente la luce della fine del berlusconismo. Abbiamo anche una data: 14 dicembre 2010, giorno in cui la Consulta si riunirà per giudicare la costituzionalità della legge passata alla storia come «legittimo impedimento». Cosa ci fa essere così netti e fiduciosi? Una serie di fatti.

1) Il legittimo impedimento è spudoratamente incostituzionale. La legge, nata dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, è stata approvata come una norma ponte che, bloccando i processi del presidente del Consiglio e dei ministri per 18 mesi, aspetta di essere costituzionalizzata con un lodo Alfano bis, da redigere secondo i dettami dell’articolo 138 della Carta. Problema: nella sentenza che ha spazzato via il degno figlio del lodo Schifani si legge che esso «non può avere la finalità, prevalente o esclusiva, di tutelare il diritto di difesa degli imputati, perché in tal caso – data la generalità di tale diritto, quale espressamente prevista dall’art. 24 Cost. in relazione al principio di uguaglianza – avrebbe dovuto applicarsi a tutti gli imputati che, in ragione della propria attività, abbiano difficoltà a partecipare al processo penale. Inoltre, sarebbe intrinsecamente irragionevole e sproporzionata, rispetto alla suddetta finalità, la previsione di una presunzione legale assoluta di legittimo impedimento derivante dal solo fatto della titolarità della carica. Tale presunzione iuris et de iure impedirebbe, infatti, qualsiasi verifica circa l’effettiva sussistenza dell’impedimento a comparire in giudizio e renderebbe operante la sospensione processuale anche nei casi in cui non sussista alcun impedimento e, quindi, non vi sia, in concreto, alcuna esigenza di tutelare il diritto di difesa». L’incostituzionalità è palese anche perché il concetto di legittimo impedimento esiste già: sempre bocciando la norma ideata da Ghedini e patrocinata dall’attuale guardasigilli, la Consulta ha scritto che «il legittimo impedimento a comparire ha già rilevanza nel processo penale e non sarebbe stata necessaria la norma denunciata [cioè il lodo Alfano, nda] per tutelare, sotto tale aspetto, la difesa dell’imputato impedito a comparire nel processo per ragioni inerenti all’alta carica da lui rivestita». Pare impossibile che a distanza di 14 mesi la Corte costituzionale possa dimenticarsi queste frasi.
 
2) Partendo dalla certa bocciatura del legittimo impedimento, non si può non ipotizzare l’innesco di una serie di reazioni a catena, sulla falsa riga di quelle seguite alla morte del lodo Alfano. Vale a dire: un nuovo attacco del premier a Napolitano per il suo mancato intervento sui giudici della Corte, con un nuovo scontro tra le istituzioni; la richiesta delle dimissioni berlusconiane da parte dell’opposizione; il rifiuto di dimettersi da parte del premier, che approfitterà della situazione per attaccare la magistratura rossa riaprendo il solito fronte giudiziario, innescando una guerra tra i poteri dello Stato; l’immediato parto di un nuovo ddl che salvi Berlusconi dai suoi processi (per usare le parole di Gasparri del 3 settembre 2009: «Non so cosa farà la Consulta ma in qualche modo troveremo la soluzione. Avendo un consenso forte supereremo un eventuale vizio negativo. Troveremo un avvocato, un Ghedini o un Ghedoni, che troverà un cavillo». Il cavillo all’epoca fu il legittimo impedimento, quando questo sarà cassato ne troverà un altro).
 
3) A queste conseguenze già certe in quanto già avvenute nel passato politicamente recentissimo – stiamo parlando di neanche un anno fa – si aggiungeranno i fatti nuovi, quelli che ci fanno datare con relativa certezza la fine del berlusconismo. Trattasi dell’evoluzione politica della situazione, con un Berlusconi sempre più debole, puntellato ormai solo a quella Lega che nel passato ha già dimostrato di non avere troppi problemi a lasciarlo a piedi e che, avendo intuito i mal di pancia della base per l’accantonamento dei progetti federalisti date le impellenze giudiziarie del premier, rispolvererà tranquillamente il suo giustizialismo (quando l’immunità parlamentare fu abolita, i suoi esponenti in parlamento sventolarono un cappio). Trattasi anche e soprattutto dell’evoluzione del pensiero dell’opinione pubblica, quella che decide i cambiamenti politici di un Paese e che ovviamente va sollecitata e seguita giorno per giorno.
 
Le cose non stanno più come un anno fa: la crisi è ancora forte, la situazione economica non vuole migliorare, la manovra approvata definitivamente rischia di appesantirla, i proclami delle varie e numerosissime categorie di lavoratori fanno prevedere un autunno caldo vecchio stampo. E mentre il Paese va a rotoli, la questione morale politica è sotto gli occhi di tutti, grazie alle inchieste giudiziarie che (finalmente) sono arrivate sulle prime pagine dei giornali e nei primi servizi del tg. Difficile che gli italiani a dicembre possano sopportare un ulteriore rinvio della soluzione alle questioni economiche, soprattutto se questo venisse dettato – come da 16 anni a questa parte – dalle esigenze giuridiche di uno solo, il solito noto, già in calo di consensi (il fatto è incontestabile).
 
Certo, una pacifica sollevazione popolare che accompagni gentilmente alla porta il suddetto solito noto non sarebbe automatica. Tutto il ragionamento di questo articolo è infatti vincolato ad una premessa essenziale: che gli italiani si informino o che comunque vengano informati continuamente. Nello specifico, quando sarà il momento, basterà ricordare cos’è il legittimo impedimento, magari collegandolo all’intera vicenda Brancher nel suo ultimo aggiornamento (condanna a due anni) e al precedente del lodo Alfano, per poi porre una semplice domanda: chi è il dipendente pubblico che sta facendo un uso criminoso dello Stato italiano coi soldi di tutti solo per non finire in carcere al posto di salvare il Paese dalla bancarotta?
 
Alessandro Bampa
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