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POLITICA
6 marzo 2010
Il metodo Napolitano

Non avendone per il momento i mezzi, non entriamo nel merito della costituzionalità del decreto legge  intrerpretativo approvato dal Cdm di ieri sera, anche se facciamo notare – come moltri altri hanno già fatto – l’esistenza del comma 2 dell’art. 15 della legge 400 del 23 agosto 1988 («Il Governo non può, mediante decreto-legge […] provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione [«La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi», nda]»). Ad oggi riteniamo infatti di gran lunga più importante soffermarci sul ruolo del Presidente della Repubblica in questa storiaccia.

Secondo la famigerata Costituzione, «il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica» (art. 87), «può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura» (art. 88), «nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può infine nominare 5 senatori a vita (art. 59) e un terzo dei giudici della Consulta (art. 135).
 
Tra tutti questi incarichi, quali gli dà la facoltà di intervenire nella formazione delle leggi partecipando attivamente al dibattito e ponendo veti preventivi a ciò che il legislatore – Parlamento o Governo – propone? Da quanto si è appreso questa mattina infatti, Napolitano avrebbe condotto un’estenuante trattativa col Governo affinché il decreto salva-liste potesse essere emanato, intervenendo cioè attivamente sull’operato dell’Esecutivo minacciando di non firmare l’atto legislativo nel caso in cui questo non avesse risposto ai suoi desiderata.
 
Il Presidente della Repubblica, Costituzione alla mano, non ha questo diritto di veto: egli non fa parte né del potere Legislativo né di quello Esecutivo, al massimo rientra in quello Giudiziario essendo Presidente del Csm. Napolitano non può bloccare preventivamente le proposte di legge del Parlamento o i decreti legge del governo. Nel caso specifico, non può esautorare l’Esecutivo dal presentargli i decreti legge. Essi infatti sono redatti dal governo «sotto la sua responsabilità» solo «in casi straordinari di necessità e d’urgenza» (art. 77): Napolitano non può mettere becco nella formazione del decreto in quanto essa è prerogativa del governo. L’unica cosa che può fare è, una volta presentatogli, non controfirmarlo per incostituzionalità.
 
Questa è la prassi sancita dalla Carta. Che poi governo e Presidenza della Repubblica abbiano in questi casi dei contatti, questo è normale. Ma un conto sono brevi incontri, altro discorso sono vere e proprie trattative nelle quali il Capo dello Stato tiene il coltello dalla parte del manico e ricatta l’Esecutivo, esattamente come è avvenuto per questo decreto mirato a sanare l’irregolarità delle liste Pdl lombarde e laziali.
 
Cosa avrebbe dovuto fare Napolitano, sempre Costituzione alla mano? Semplicemente lasciar lavorare questo governo di furboni e respingere a getto continuo tutti i decreti legge che gli venivano presentati dal governo per riparare ai “pasticci” dei rappresentanti locali del Pdl, finché non gliene fosse stato presentato uno rientrante, a suo giudizio, nei canoni della costituzionalità. Il Presidente della Repubblica infatti nei casi dei decreti legge può fare solo questo: verificare che essi rispettino la Costituzione. Se ritiene che questo unico presupposto sia rispettato, li firma, altrimenti li respinge.
 
Una situazione simile si era verificata ad inizio febbraio 2009, quando il governo aveva approvato un dl per bloccare la procedura che avrebbe condotto alla morte Eluana Englaro. Anche allora Napolitano intervenne nel bel mezzo del Cdm, dicendo che non avrebbe promulgato il decreto in quanto irrispettoso della sentenza della Cassazione che autorizzava Beppino Englaro a staccare le macchine che alimentavano la figlia. Berlusconi ovviamente se ne fregò e fece approvare il decreto, che alla fine però Napolitano si rifiutò di firmare. Allora il Cavaliere si scatenò contro Napolitano, attaccandolo frontalmente per essere intervenuto a Cdm in corso («È stata una innovazione quella che il Capo dello Stato, a Consiglio dei Ministri in corso, sia intervenuto anticipando una decisione del Cdm»). In quest’episodio l’unico errore di Napolitano fu quello di intervenire prima della presentazione del decreto. Per il resto rivendicò semplicemente la sua prerogativa: garantire la Costituzione. E, soprattutto, non intavolò estenuanti e illegali trattative.
 
Un prolifico e duraturo scambio di opinioni tra il governo e Napolitano pare invece che ci sia stato prima della promulgazione del fu lodo Alfano. Ha scritto l’informatissimo Vittorio Feltri sul Giornale del 10 ottobre per giustificare la reazione di Berlusconi alla bocciatura del suddetto lodo: «Il Governo rinunciava all’emendamento impropriamente definito blocca processi e, in cambio della cortesia, Napolitano spingeva il Lodo Alfano in Parlamento e ne caldeggiava l’imprimatur costituzionale. Un patto fra gentiluomini. Questo doveva essere, ma così non è stato. Non credete che i fatti si siano svolti così? Allora vi offro un particolare che prova la veridicità di quanto asserito. Parti di testo del Lodo Alfano furono scritte da un consigliere giuridico di Napolitano».
 
Insomma, quanto avvenuto in questi giorni – bozze di decreti mai approvati, continui rinvii del Cdm, frequenti incontri al Quirinale – non è stato altro che la riproposizione di ciò che ha anticipato la promulgazione del lodo Alfano. Quello che ci chiediamo è: in base a quale legge Napolitano si sente autorizzato ad utilizzare tale prassi, usando la propria influenza nell’iter normativo? Il suo unico ruolo a riguardo infatti è controllare la loro costituzionalità al momento dell’approvazione del legislatore. Gli interventi a piedi uniti durante la gestazione dei provvedimenti non sono previsti da nessuna parte, semplicemente perché in Italia vige – o dovrebbe vigere – il principio della separazione dei poteri: il Presidente della Repubblica non fa le leggi, deve solo garantire che siano costituzionali.
 
Alessandro Bampa

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permalink | inviato da Bile il 6/3/2010 alle 22:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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