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POLITICA
19 febbraio 2011
AAA/2

L'AUTORE DEL BLOG SI E' TRASFERITO NEL SITO DI WILDITALY

AB




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POLITICA
9 ottobre 2010
AAA

L'AUTORE DEL BLOG SI E' TRASFERITO NEL SITO DI WILDITALY

AB




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POLITICA
4 settembre 2010
Il dovere di contestare

Ecco tramite il link l'articolo dedicato alla seconda carica dello Stato dopo l'intensa giornata che ha vissuto oggi.

Alessandro Bampa


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POLITICA
18 agosto 2010
Aridatece il vecchio Cicchitto!

È mai possibile che uno, appena si mette a sondare in maniera neanche troppo approfondita il passato dei berluscones, scopre che una volta non erano così, che prima di essere folgorati sulla via di Damasco/Arcore erano delle persone completamente diverse? Bondi era comunista, Bonaiuti rappresentava il più becero antiberlusconismo, Capezzone e Quagliariello andavano a braccetto con Pannella, Cicchitto era un estremista di sinistra. Già, bei tempi andati e in molti casi già oggetto di articoli. Tempi che però, nel caso del secondo piduista del Pdl, oggi è il caso di ricordare.

Già smerdato da Marco Travaglio il 16 gennaio per la sua intervista anticraxiana concessa al Minzo nel bel mezzo di Mani pulite proprio mentre andava in onda a reti unificate la beatificazione del Cinghialone, il capogruppo del Pdl alla Camera merita oggi la nostra attenzione per le sue frasi destinate a celebrare Francesco Cossiga. Se ieri ha ricordato l’emerito presidente della Repubblica come «una delle poche voci libere e anticonformiste nel nostro Paese, libero sempre e in ogni circostanza», oggi l’ha definito «una delle menti più straordinarie che la Repubblica abbia mai avuto». Peccato che il 13 maggio 1977, il giorno successivo alla morte di Giorgiana Masi avvenuta durante una manifestazione dei Radicali e della sinistra extraparlamentare, il nostro alla Camera attaccò duramente l’allora ministro dell’Interno Cossiga (che aveva appena finito la sua relazione sugli scontri), prospettando una strategia ben definita e palesemente antidemocratica da parte dell’Esecutivo.
 
Cicchitto a Montecitorio, difendendo le forze pubbliche («non faccio addebiti alla polizia od alle forze dell’ordine come tali»), contestò «le direttive impartite alle forze dell’ordine», sostenendo l’ipotesi di «un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse a piazza Navona, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati, per nulla violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo estremamente pericoloso, grave e drammatico nella nostra città». Il discorso proseguì condannando la teoria che il Picconatore rivelerà solo nel 2008 con la lettera a Manganelli, quella del consenso per le forze dell’ordine («Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti»): «Anche da parte di ben determinati settori del potere si investono le forze dell’ordine, cercando di determinare una situazione di spostamento a destra, di riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro con i manifestanti».
 
Un all’epoca premuroso Cicchitto si prodigò poi in difesa dei giovani manifestanti, mettendoli in guardia dalle trappole dello Stato italiano («Le forze democratiche giovanili debbono comprendere a quale pericolo di scontri e a quali trappole sono di fronte»), incalzando l’Esecutivo sulla sua strategia repressiva: «Il governo – s’infervorava il futuro piduista – deve rispondere in modo chiaro su una situazione che non può essere disinnescata introducendo meccanismi repressivi, che invece favoriscono gruppi eversivi i quali indubbiamente sono attivi nella nostra città, e nei confronti dei quali noi non vediamo ancora intrapresa un’azione di prevenzione per sgominarli. Tutto questo noi non lo scorgiamo, nella azione svolta dal Governo. Vediamo soltanto alcune procedure che ci lasciano sgomenti, alcuni interventi nei riguardi di avvocati difensori: un tentativo, cioè, non di intervento preventivo, ma di repressione indiscriminata». Un vero e proprio Stato di polizia insomma, che secondo il prossimo berluscones si stava insediando per «cambiare il volto dello stesso Stato uscito dalla Resistenza, per edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione».
 
L’epilogo della prova oratoria era tutto per Cossiga, reo di aver coperto la verità: «È per queste valutazioni e per il fatto che non ci è sembrato di cogliere nell’intervento del ministro una riflessione critica su ciò che sta avvenendo, ma soltanto un’acritica copertura di tutto ciò che è successo ieri e delle cause che l’hanno determinato, che noi sottolineiamo la nostra insoddisfazione nei confronti della risposta data dal ministro Cossiga».
 
Fa un po’ specie pensare che oggi colui che attaccò così duramente il futuro capo dello Stato sia immerso nel «più profondo cordoglio» per la sua scomparsa. La spiegazione in realtà è sempre quella: chi rimane incantato dal signore di Arcore subisce un lavaggio del cervello tale da dimenticare completamente il suo passato, sia nelle azioni che nelle parole. Noi nel nostro piccolo ci limitiamo a segnalare il caso a Il Giornale, che oggi ha pensato bene di pubblicare un divertente articolo sugli avversari di Cossiga dal titolo Occhetto, Scalfaro & Co: i voltagabbana passati dagli insulti agli omaggi. Cicchitto stranamente non rientra nell’elenco, forse perché troppo voltagabbana anche per i gusti del quotidiano di Feltri. Una cosa è certa: l’uomo all’epoca ci stava molto più simpatico. Se fosse possibile riaverlo indietro nelle condizioni di quei tempi, avvisateci.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
17 agosto 2010
Un uomo del potere

Tramite il link, ecco il ricordo che ci rimarrà di Francesco Cossiga.

Alessandro Bampa


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POLITICA
16 agosto 2010
Si avvicina il «massacro delle istituzioni»

Giunti a questo punto, urge una seria riflessione su quanto sta accadendo. Da giorni il Pdl sta parlando – o, meglio, monologando – di un governo tecnico. A leggere certe dichiarazioni dei berluscones, sembra che Napolitano l’abbia già nominato e che loro siano già all’opposizione, eppure non è così. Anche perché, lo sanno tutti, con queste forze parlamentari il ritorno alle urne è certo almeno al 90%.

Basiamoci sulla Camera, dove la percentuale dei finiani è più cospicua. Per ottenere una maggioranza, il governo tecnico ed il suo premier (già, chi? Ha ragione Bossi: «Ma chi ha il coraggio di dire: "Mi offro"? Non c’è nessun matto che faccia il governo») avrebbero bisogno di almeno 316 deputati. Per farlo e mandare così all’opposizione Pdl e Lega – che contano rispettivamente su 238 e 59 deputati – servirebbe un’armata Brancaleone che riunisse tutti gli altri gruppi parlamentari a Montecitorio, cioè Pd (206), Udc (38), Fli (34), Gruppo Misto (31) e Idv (24): una cosa semplicemente impossibile, dati i veti incrociati tra Idv e Udc, i soliti malumori all’interno del Pd, la campagna acquisti berlusconiana ancora in corso nel Gruppo Misto e la possibile retromarcia di alcuni finiani.
 
Dunque, semplicemente, di cosa stiamo parlando? Perché non passa giorno in cui gli alleati di ferro Berlusconi-Bossi non fanno sentire anche indirettamente la loro voce per bocciare una cosa che non esiste? Perché attaccano il nulla, rischiando di arrivare platealmente allo scontro istituzionale con Napolitano, dopo averne già aperto uno con la terza carica dello Stato? Ieri la nostra risposta l’abbiamo già data: il duo mira alla tanto odiata Costituzione, quella che vuole che Berlusconi venga processato (art. 3) e che la Padania non esista (art. 5). Quella che, dunque, si oppone alle priorità del berlusconismo e del leghismo, tenendo l’Italia nell’alveo delle democrazie occidentali.
 
Secondo noi, si stanno preparando all’attacco finale. L’ossessiva campagna mediatica contro il governissimo infatti mira solo a mobilitare i supporters (Cicchitto: «Qualora decollassero operazioni di questo tipo, sarebbe legittimo sviluppare le più incisive manifestazioni politiche, in Parlamento e nel Paese»; Calderoli:  «Noi abbiamo l’obbligo di realizzare le riforme e il programma. L’alternativa sono le elezioni, diversamente altro che piazza, per me il Nord se ne va»), blandendo il già di suo civettuolo popolo, sempre al centro delle frasi di questi ultrà. Che ora puntano al pesce più grosso, con quel «massacro delle istituzioni» di cui ha già parlato Ciampi a marzo. Un altro noto comunista, come Scalfaro, Follini, Casini, Fini, Montezemolo etc.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
15 agosto 2010
Il vero obiettivo: la Costituzione

Prevedibili come non mai. Ieri non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che sul governo tecnico Pdl e Lega stanno mettendo in atto una strategia volta a delegittimarlo aprioristicamente che oggi è arrivata la conferma. Ecco infatti la conferenza stampa congiunta di Maroni e Alfano per ripetere il leitmotiv: il governo tecnico è un golpe.

Il primo a pronunciarsi è Alfano: «Noi abbiamo una bussola molto chiara che è la Costituzione della Repubblica italiana che va letta a cominciare dall’articolo 1, che dice che "la sovranità appartiene al popolo". Non ci può essere una lettura de "la sovranità che appartiene al popolo" differente da quella secondo cui il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono. Qualunque ipotesi che preveda che chi ha vinto le elezioni faccia opposizione – cioè chi è stato espresso dalla sovranità popolare faccia opposizione – e chi ha perso le elezioni sia al governo, è una interpretazione che viola l’articolo 1 della Costituzione. Ecco perché, essendo chiaro il mio riferimento al centrosinistra italiano, noi riteniamo che ogni programma di governo o di ipotesi di formazione di governo che prevedano che all’opposizione stia chi ha vinto le elezioni, è un programma in piena violazione dell’articolo 1 della Costituzione italiana».
 
Maroni ha subito sottoscritto: «Condivido in pieno questa analisi e confermo che sul piano politico naturalmente la Lega ritiene che non ci sia altra maggioranza possibile che questa, quella che è uscita vincitrice dalle elezioni, e che non siamo disponibili a operazioni di palazzo, a giochi o a giochini vari, o alchimie varie che tolgano al popolo sovrano il diritto di esprimere da chi vuole essere governato. In questo caso la maggioranza è chiara, quella uscita dalle elezioni del 2008. Se la maggioranza viene meno, non c’è altro rimedio che tornare al popolo sovrano, cioè le elezioni politiche, che si possono fare in qualsiasi momento dell’anno».
 
Il ministro dell’Interno ha accuratamente evitato di entrare nei tecnicismi, anche se ha ribadito l’assioma secondo cui, finita una maggioranza, si deve subito tornare al voto. In realtà – come abbiamo già spiegato più volte – è una balla che non sta scritta da nessuna parte: Costituzione alla mano, è il capo dello Stato a decidere ogni volta se si deve tornare dagli elettori. Generalmente lo fa dopo aver verificato che in Parlamento non si riesce a trovare una maggioranza che sostenga un governo. Maroni in realtà oggi ha sostenuto la versione soft, quella meno radicale, che si limita a chiedere nella contingenza odierna, le elezioni immediate partendo dal (giusto) presupposto che in Parlamento non si riuscirà a trovare una maggioranza che possa sostenere un qualsiasi governo. Insomma, a lui si può solo imputare di aver sorvolato sul ruolo di Napolitano.
 
Non per niente sono le parole di Alfano a preoccuparci, per una serie di motivi. Il guardasigilli ha innanzitutto dato prova di aver appena iniziato a leggere la Carta, dato che gli articoli 3 e 138 non sa cosa siano (altrimenti non avrebbe messo la sua firma sul lodo cassato dalla Consulta). Poi  ha evidenziato di essersi stancato subito, non avendo evidentemente concluso la lettura del primo articolo: dopo la tanto citata frase «la sovranità appartiene al popolo», è infatti scritto che ‘sto maledetto popolo «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», non alla cazzo insomma. Infine ha dimostrato di essersi dimenticato del ribaltone del 1995, quando il Berlusconi premier finì all’opposizione assieme a tutta la sua maggioranza per lasciar spazio al governo Dini, sostenuto da quella che era l’opposizione e dall’ex alleato berlusconiano, la grande maestra di coerenza, la Lega. È vero, questa gente qui considera Scalfaro un golpista. Ma solo perché – come ha dimostrato anche oggi Alfano – ignora la Costituzione.
 
Su queste pecche – anche se gravissime per un ministro – potremmo anche sorvolare. Alfano ci ha infatti allarmato con altri pensieri. Quando ha detto che «il popolo sovrano sceglie chi mandare al governo, chi vince governa, chi perde si oppone per il periodo che la legge e la Costituzione prevedono», il ministro ha illustrato il meccanismo di uno Stato che non è l’Italia. Da noi per ora gli elettori non scelgono chi governa, ma chi li rappresenta. Sono infatti i parlamentari ad indicare con la fiducia chi governa (sempre se il presidente della Repubblica è d’accordo). Non per niente siamo in un Repubblica parlamentare, che è ben diversa dal governo neoparlamentare prospettato da Alfano.
 
Questa è la chiave di volta del ragionamento: ai berluscones la Costituzione così com’è non va. Il loro massimo sogno infatti è sottomettere il legislativo all’esecutivo, ribaltando così i rapporti di forza sanciti invece dalla Carta, per portare l’Italia verso il populismo più spinto. Vi chiedete il perché? Semplice: solo così il Cavaliere e i suoi sodali potranno liberarsi dalle catene che mamma Costituzione ha imposto. Se il legislativo sottosta all’esecutivo, tutti i desiderata del premier diverranno realtà. Dunque – e questo spiega tutto – anche quelli incostituzionali: basterà cambiare la Costituzione, cosa ad oggi difficile per le leggi di buon senso, impossibile per quelle spudoratamente faziose (altrimenti il suddetto lodo Alfano sarebbe stato approvato per via costituzionale).
 
Ecco perché la Lega sta facendo da stampella al Pdl. Ed ecco perché è partita la campagna congiunta contro i governi tecnici in realtà consentiti dalla Carta: è questa il vero obiettivo degli attacchi della pseudo-destra nostrana, che ora – sempre con l’arma preferita di Berlusconi, le tv – sta ammaestrando il popolo.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
14 agosto 2010
I maiali populisti incoerenti

È molto istruttivo lasciare passare qualche giorno senza scrivere per poi riprendere in mano quanto avvenuto durante il “silenzio stampa”: ti rendi conto che solo ad elencare le baggianate dichiarate dai nostri politici in questo lasso di tempo non basterebbe un libro. Quando lo fai, operando una selezione delle frasi per ovvi motivi di spazio, ti sorge in automatico una domanda: da che gente ci stiamo facendo guidare? Certamente – e questa è la tragica conclusione – anche da dei personaggi che fingono di ignorare la Costituzione per fini più preoccupanti.

In questi giorni è addirittura dovuto intervenire Napolitano – quello che ha promulgato il lodo Alfano e il legittimo impedimento – per ricordare alle teste calde della maggioranza che chi decide se andare o meno ad elezioni è il presidente della Repubblica e non un pregiudicato per finanziamento illecito che inneggia ad inesistenti stati nel Nord, un piduista capogruppo del Pdl alla Camera o uno Schifani qualunque, sul punto già recidivo (era il 17 novembre scorso quando se ne uscì con la frase «Se la maggioranza è divisa, si torni al voto»).
 
Ed è stato sempre il capo dello Stato a dover ricordare che un eventuale governo tecnico – che, allo stato attuale, è semplicemente un’utopia – non rappresenta un golpe: esso infatti può andare avanti solo se ha la fiducia dei parlamentari, i rappresentanti del popolo. Purtroppo tali ovvietà in Italia sono considerate come cose fantascientifiche o – nel caso di quel pover’uomo che risponde al nome di Stracquadaniocomuniste.
 
Urge evidentemente un piccolo ripasso dei meccanismi alla base della nostra Repubblica: i cittadini italiani eleggono i parlamentari, non il capo del governo, nominato infatti solo dal presidente della Repubblica (art. 92), l’unico che può sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni (artt. 87 e 88) e che a sua volta viene eletto solo dai suddetti parlamentari (art. 83). Insomma, come ha ribadito Napolitano, non possono esistere governi che non siano politici. Il concetto, per uno che ha studiato anche solo vagamente la Costituzione, è semplice.
 
Ciò detto, bisogna stare attenti: i personaggi di cui sopra stanno solo fingendo di ignorare questi basilari principi. Le loro dichiarazioni infatti sono mirate ad un progetto ben preciso: far passare nella testa dei loro supporters il modello populista-plebiscitario di stampo fascista per abituarli all’idea. Ecco perché non c’è giorno in cui uno dei berluscones più o meno doc non ribadisca questi concetti, alla base del totalitarismo: a forza di sentirselo ripetere a reti unificate, il popolo bue comincerà a crederci, dimenticandosi delle sacrosante parole scritte nella Carta.
 
Già, il popolo, quella massa indefinita che purtroppo allo stato attuale sostiene ancora questa maggioranza. Il popolo soprattutto berlusconiano e leghista dunque. Quest’ultimo tornato ancora una volta alla ribalta grazie a Bossi: a sentire sbraitare il Senatur, te lo immagini sempre lì che aspetta, ovviamente armato, di fare un po’ di rumore («Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell’operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate», oggi), anche se in maniera democratica («La Lega fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c’è democrazia nel Paese, la portiamo noi», 31/07/10).
 
Senza di esso e quindi senza il partito padano, probabilmente Berlusconi e il berlusconismo sarebbero già un ricordo. Ha infatti ragione Bossi quando dice che «la maggioranza la determina la Lega», è sempre stato così. Anche quando ha perso, nel 2006, il Carroccio è risultato decisivo nell’indicare la maggioranza: è bastato il porcellum di Calderoli per rendere ingestibile la legislatura, proprio quel porcellum per il quale siamo qui a parlare della possibilità del governo tecnico, che entrerebbe in carica solo per cassarlo.
 
Dunque, bisognerebbe depotenziare la Lega. In realtà basterebbe solo volerlo, gli argomenti per riuscirci ci sono tutti. Puoi parlare di legalità elencando gli inquisiti del Nord e dei venditori di fumo con le riforme promesse ma mai andate in porto. Oppure puoi basarti sull’incoerenza.
 
Parlando di questo fantomatico governissimo ad esempio, sarebbe interessante mettere a confronto la posizione odierna dei padani («L’idea di un governo tecnico è fuori dal mondo») con quella del 1995, quando fu proprio il Carroccio a far cadere Berlusconi: all’epoca Bossi&co. non si strapparono i capelli per il mancato ricorso alle urne e per la nomina del governo tecnico guidato da Lamberto Dini, tant’è che gli diedero la fiducia e l’appoggio esterno. Altri tempi, evidentemente. Fatalità però erano gli stessi in cui anche loro – come in questi giorni i finiani – si rifacevano alle carte poi usate da Marco Travaglio, risultando peggio dei dipietristi di oggi.
 
Il materiale per contrastare la retorica leghista c’è, ed è anche parecchio. Se poi ci fosse un’opposizione che lo utilizzasse, sarebbe anche meglio. Già, un’altra utopia, come il governo tecnico che almeno ripristinasse le preferenze nella legge elettorale per riportare l’Italia nel solco delle democrazie e fermare la deriva populista.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
9 agosto 2010
Italo Smemo/2

Con le parole odierne del portavoce Daniele Capezzone, il Pdl ha finalmente una posizione ufficiale: vuole la testa di Fini. «Se Fini vuole compiere un atto di dignità e non di viltà politica – ha esordito l’ex radicale – deve rassegnare le dimissioni da presidente della Camera. Le sue dimissioni sono ormai inevitabili per due ragioni. Primo: è ormai un caso pubblico, per milioni di cittadini, la scarsa trasparenza della situazione relativa alla casa monegasca, e quelle fornite ieri da Fini sono delle 'non spiegazioni'. Per altri, in circostanze meno gravi, i finiani hanno reclamato dimissioni immediate: noi siamo garantisti, ma ora sta a loro mostrare coerenza rispetto alle loro stesse richieste di poche settimane fa. Secondo: Fini non è più super partes, e da tempo, nella sua funzione di terza carica dello Stato. È inaccettabile che Fini intervenga quotidianamente nel dibattito politico, per dividere anziché per unire, trasformando una funzione di garanzia in un ruolo di capofazione che organizza la sua corrente e trama contro il governo e la maggioranza scelti e confermati dagli italiani. Tutto ciò non è più accettabile. Almeno, ci risparmi lo spettacolo di vedere il solito politico aggrappato alla sua poltrona fino all’ultimo momento possibile».

Prima di passare al vero tema di questo articolo, urgono un paio di risposte (sotto forma di domanda) ad uno dei peggiori zompatori della storia d’Italia. 1) Quali sono secondo Capezzone i casi meno gravi rispetto a quello di Fini che hanno portato comunque alle dimissioni? Quello di Scajola, che ha differenza del caso del presidente della Camera, ha visto coinvolta direttamente la sua casa e l’interessato (Fini è chiamato in ballo come leader del partito per una casa in cui non ha mai abitato)? Oppure quello di Brancher, con l’apposita nomina a ministro che gli è valsa per un po’ il legittimo impedimento (poi, dimessosi da ministro, visto che è innocente, è stato condannato in primo grado a due anni)? O magari quello di Cosentino, con un mandato di cattura per associazione camorristica confermato in Cassazione? 2) Perché Fini non può intervenire nel dibattito politico? Da quando il presidente della Camera ha perso il diritto di parola? Perché Schifani può invece pontificare su tutto lo scibile umano a piacimento senza che il Capezzone di turno gli ricordi il suo ruolo di garanzia? 3) A proposito dei politici attaccati alla poltrona fino all’ultimo, se lo ricorda il nostro maestro di coerenza il caso di Cesare Previti, il braccio destro del suo capo rimasto abusivamente in Parlamento per oltre un anno (dal 5 maggio 2006 – giorno in cui la sentenza Imi-Sir è diventata definitiva vietandogli sine die i pubblici uffici – al 31 luglio 2007, quando Previti piuttosto che farsi dichiarare ineleggibile dall’apposita giunta si dimise)? O è il caso di ricordargli perché Marcello Dell’Utri è diventato parlamentare («Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Quando nel 1994 si fondò Forza Italia e si fecero le prime elezioni, le candidature le feci io: non mi sono candidato perché non avevo interesse a fare il deputato. […] Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo è arrivato il mandato d’arresto», 10/02/10) e, magari, che è appena stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno?
 
Sistemato Capezzone, passiamo alla replica riservatagli dai finiani, in particolare a quelle di Italo Bocchino. Svariate infatti sono state le sue dichiarazioni odierne. Riportiamo le frasi più interessanti: «Se Berlusconi ha ancora un pizzico di rispetto per la democrazia e le istituzioni, smentisca immediatamente il portavoce del suo partito, Daniele Capezzone, e stoppi la campagna vergognosa de Il Giornale»; «[Si tratta di] un fatto senza precedenti e gravissimo dal punto di vista politico e istituzionale. È come se Il Secolo facesse il coupon: "Berlusconi dimettiti per il processo Mills"»; «Siamo di fronte a una campagna inaccettabile e vergognosa e ancor più grave perché rientra in un contesto di bastonatura mediatica in cui si utilizzano uno e più strumenti di proprietà del presidente del Consiglio».
 
Le domande che ci vengono in mente sono parecchie: a Bocchì’, ma dove sei stato fino a stamattina? Te ne sei accorto solo ora dei professionisti del manganello arcoriani? Com’è che fino ad un anno fa andavi a braccetto col suddetto Capezzone e coi tuoi più o meno colleghi Cicchitto, Gasparri e Quagliariello, senza battere ciglio di fronte ai pestaggi mediatici riservati a quelli che all’epoca erano anche tuoi nemici?
 
Siccome siamo di buona, speriamo che l’onorevole abbia finalmente imparato la lezione, cioè a diffidare dalla corte di Berlusconi, che non si compone solo di nani e ballerine, ma anche di picchiatori e buttafuori. Anche perché i galantuomini non si fanno problemi a manganellare anche gli amici del nemico Fini. Lo ha potuto provare in prima persona il 30 aprile scorso proprio Bocchino, quando il solito quotidiano di quel gran signore che è Vittorio Feltri ne sputtanò la moglie in prima pagina. Non fu un attacco gratuito, gli scagnozzi – come abbiamo scritto ieri – non si muovono mai a caso e rispondono alle esigenze del padrone: era di appena due settimane prima lo scontro tra finiani e berlusconiani nella diretta del programma di Paragone L’ultima parola, scontro che vide in prima fila proprio Bocchino, randellato poi a dovere dall’apposito Giornale.
 
Rivangato il passato, chiudiamo con un paio di auspici: che Il Secolo pubblichi il coupon annunciato sul processo Mills, che i finiani rispondano per le rime a questi damerini armati di clava (come abbiamo fatto noi ieri, Bocchino oggi ha tirato fuori la vicenda della villa di San Martino), che l’intera opposizione si accodi a questa denuncia del conflitto d’interessi. Per sconfiggere il berlusconismo, questa è la prima cosa da fare.
 
Alessandro Bampa

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POLITICA
8 agosto 2010
C'era una volta lo squadrismo berlusconiano

Che ci sia qualcosa di poco chiaro nelle vicende monegasche di An è ormai chiaro, ma proprio per verificarne la sussistenza esiste un apposito potere dello Stato, la magistratura. Siccome di soldi pubblici ne buttiamo nel cesso già abbastanza, sul caso specifico ci sembra giusto lasciare lavorare i pm, gli unici che devono verificare le responsabilità penali ed, eventualmente, chiamare in causa Gianfranco Fini. Allo stesso modo è giusto che i giornalisti, se non si ritengono soddisfatti della lunga nota del Presidente della Camera e possono smentirla anche solo in una virgola, vadano avanti nella loro battaglia per la trasparenza. Detto questo, non possiamo passare sotto silenzio l’ennesimo atto di squadrismo messo in piedi dal regime berlusconiano.

Oggi tocca a Fini, svariate volte nel passato più o meno recente è stata la volta di Di Pietro, ad ottobre c’era il giudice Mesiano, tra fine agosto e i primi di settembre – subito dopo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e quello di Repubblica Ezio Mauro – è stato di nuovo Fini: stiamo parlando delle campagne stampa messe in piedi dagli house organs controllati tutti più o meno indirettamente dal Cavaliere. Delle campagne giornalistiche che un marziano che non sapesse nulla dell’Italia IN TEORIA potrebbe trovare giustissime (a parte il servizietto gentilmente riservato a Mesiano, di gusto semplicemente mafioso-piduista, come abbiamo già avuto modo di scrivere) in quanto – sempre IN TEORIA – volte a chiedere spiegazioni a personaggi pubblici per garantirne la trasparenza, nessuna IN PRATICA si è mai svincolata dai desiderata dell’«utilizzatore finale», sempre lui, Silvio Berlusconi.
 
Tutte infatti sono nate da una sua necessità, decisamente poco democratica: manganellare l’avversario di turno. Di Pietro con la sua ferma opposizione al regime arriva a raddoppiare i voti? Eccoti gli scoop (sempre quelli, periodici, ad orologeria) sui suoi affari immobiliari di Libero e Il Giornale e, con il concorso esterno del sempre più ottimo (scusate la grammatica) Corriere della Sera, la foto con Contrada; Mesiano condanna la Fininvest a versare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori? Tranquilli, basta far vedere a Mattino5 i suoi calzini turchesi facendolo passare per un pazzo e il gioco è fatto; Boffo dal suo giornale critica sommessamente il premier puttaniere ma allo stesso tempo difensore dei valori cattolici? Feltri estrae dal cilindro una vecchia storiaccia di molestie telefoniche, additandolo come un omosessuale, portandolo alle dimissioni. Repubblica martella Berlusconi con le domande sbagliate, quelle su Noemi? Ancora Feltri svela che il suo direttore ha pagato una casa in nero.
 
Ora tocca a Fini, già nel mirino del  randellatore ufficiale Feltri (il 14 settembre, dopo le sue uscite per smarcarsi dal Pdl, il direttore del quotidiano di via Negri se ne esce con un avvertimento di stampo dellutriano: «Delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme»).
 
Dopo la rottura ufficiale e la creazione di Futuro e Libertà, ecco l’inchiesta giornalistica sulla casa monegasca di An, passata al fratello della seconda moglie di Fini. Il pressing congiunto di Libero e Il Giornale ha portato all’apertura di un fascicolo da parte della procura di Roma, per ora contro ignoti. Ribadiamo: la questione va certamente chiarita ed è giusto che i cronisti pongano le domande ai politici. Però non si può far passare per giornalismo questo manganellamento sistematico, soprattutto se l’«utilizzatore finale» diretto di queste campagne – sì, sempre lui – rappresenta tutto, tranne la trasparenza. Scendendo nello specifico, parlando del caso odierno, è più grave che una casa ereditata da un partito finisca dopo svariati passaggi al cognato di quello che all’epoca era il leader del movimento politico o che un imprenditore rampante per acquistare la sua futura favolosa dimora si avvalga del pro-tutore della legittima proprietaria della villa per turlupinarla? È il momento di una favola.
 
C’era una volta, nel 1974, un rampante imprenditore che aveva messo gli occhi su villa San Martino di Arcore, valutata all’epoca 1.700 milioni di lire. Il giovane, allora naturalmente cappelluto, riuscì ad acquistarla per 250 milioni. L’incantesimo fu possibile grazie al sempre apposito Cesare Previti – quello che successivamente, entrato ufficialmente alle dipendenze dell’ormai semplice prenditore, si comprò coi suoi soldi il giudice Metta nel sopra citato lodo Mondadori –, allora protutore della proprietaria, la marchesina Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. Il pagamento, fissato sui 500 milioni, non avvenuto in contanti bensì in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borsa, venne dilazionato nel tempo. Ecco che allora la marchesina, ormai maggiorenne e trasferitasi in Brasile, quando tentò di monetizzare le azioni, fu costretta a cedere alla generosissima offerta del futuro Cavaliere: «Te le ricompro io, ma alla metà del loro prezzo».
 
Ecco, quando i vari Feltri, Belpietro, Fede, Giordano e Brachino troveranno il tempo per raccontare questa bella favola mettendo sulla graticola il Cavaliere nero con le loro martellanti domande, allora risulteranno più credibili anche con le altre inchieste. Fino a quel momento, resteranno solo dei giornalisti indipendenti. Da se stessi.
 
Alessandro Bampa
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